RU 486: l’aborto fai-da-te

RU 486: L’ABORTO FAI-DA-TE

Oggi è possibile anche in Day-Hospital: come banalizzare una realtà molto seria

Il Presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, il 25 marzo 2014 ha firmato una delibera regionale che prevede la somministrazione della pillola abortiva RU 486 anche in day-hospital, senza prevedere l’obbligo di ricovero ordinario di tre giorni. Cosa cambia rispetto alla precedente disciplina? Quali conseguenze comporta questa decisione? Analizziamole insieme.

La precedente disciplina e la sua ratio. L’assunzione del mifepristone, il nome farmacologico della pillola abortiva, doveva avvenire durante un ricovero ordinario di tre giorni nei quali, secondo quanto disposto dall’art. 8 della L. 194/78. Infatti, la struttura sanitaria dove la pratica abortiva veniva attuata, doveva sorvegliare la paziente, per mezzo del personale sanitario, al fine informarla sul trattamento, sui farmaci adoperati e le relative conseguenze, le alternative e i possibili rischi, nonché l’attento monitoraggio del percorso abortivo, onde ridurre al minimo le reazioni avverse, come ad esempio, emorragie, infezioni ed eventi fatali. Tutto l’iter abortivo doveva essere attentamente monitorato dal personale sanitario competente, dall’assunzione del farmaco all’espulsione del feto. Affinché la pillola RU 486 conseguisse l’effetto abortivo, doveva essere somministrata entro il cinquantesimo giorno dall’ultima mestruazione. L’azione farmacologica mira a rilasciare sostanze chimiche che agiscono prevalentemente sulle pareti dell’utero provocandone lo sfaldamento e il conseguente distacco dell’embrione che è destinato ad interrompere la sua sequenza vitale coordinata, autonoma e continua. La durata del ricovero trovava la sua ratio nell’esigenza di salvaguardare e sostenere la donna durante una pratica, seppur fisicamente poco invasiva, mirata alla soppressione di una vita e recante, in alcuni casi, complicazioni della paziente.

La decisione del governatore Zingaretti ha eliminato la possibilità del ricovero ordinario. La nuova procedura consta di tre fasi, che nel giro di una giornata (“day-hospital”) possono essere concluse: la prima prevede l’accesso e la preospedalizzazione. Con la seconda fase avviene il controllo degli esami e la somministrazione del prodotto abortivo (il mifepristone). Infine, il terzo step è relativo ai controlli clinici. Entro il ventunesimo giorno dalla prima somministrazione della pillola dovrà essere effettuata una visita ambulatoriale.

Tale delibera appare come una ideologica banalizzazione della drammatica e fallimentare realtà dell’aborto, in ragione dell’ennesima possibilità accordata alla donna di concretizzare il suo pseudo – diritto all’autodeterminazione che nel caso dell’aborto entra in conflitto con il diritto alla vita del feto. Ad avvalorare l’assurdità del provvedimento è un parere del Consiglio Superiore di Sanità che nel 2009 dichiarò come l´unica modalità per somministrare la pillola abortiva, quella «con un ricovero ordinario in ospedale fino verifica dell´espulsione completa» del feto, fosse la situazione adatta, in linea con il disciplina della legge 194/1978. Lo stesso organismo tecnico si era già espresso in modo simile nel dicembre del 2005 e nel 2004.

Nel pensiero comune la pratica dell’aborto viene legata, alle volte, al principio di autodeterminazione di cui sopra. Di tutt’altra opinione è la giurisprudenza costituzionale, che, in numerose sentenze della Consulta, ha definito il “diritto alla vita” come il più importante tra i diritti inviolabili dell’uomo, riconosciuti e garantiti dalla Repubblica ex art. 2 della Costituzione italiana. La Corte Costituzionale, nella Sent. n. 35/1997 ha definito il diritto alla vita come il presupposto di tutti i diritti inviolabili dell’uomo, “e cioè tra quei diritti che occupano nell’ordinamento una posizione privilegiata, in quanto appartenente all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione Italiana”. Non possiamo parlare di “democrazia” qualora siano concesse discriminazioni del diritto alla vita.

Consapevoli che quella dell’aborto è ormai una realtà spesso abusata e che l’unica soluzione è una buona prevenzione al tema, oltre che impegnarsi affinché non si realizzino i presupposti del “problema”, l’invito di chi scirve è quello di “fare nostro” l’obiettivo propostoci da Madre Teresa di Calcutta: “Promettiamoci che nella nostra città nessuna donna possa dire di essere stata costretta ad abortire”.

Massimo Magliocchetti

©Riproduzione riservata

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