Eutanasia: Lambert e l’ipocrita pietà moderna

Eutanasia e pietà

A pochi giorni dalla decisione della Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) in merito al Caso Lambert ritorna il bisogno di una riflessione sul fine vita e, inevitabilmente, sull’eutanasia: quale atteggiamento assume l’uomo moderno di fronte alla sofferenza del malato terminale? Quale approccio preferire? Pietà o compassione?

Il Fatto – Siamo in Francia. Il 24 giungo 2014 il procuratore del consiglio di stato, organo di ultima istanza per i ricorsi a decisioni di altri tribunali, ha decretato l’eutanasia per Vincent Lambert, un giovane trentottenne che, a seguito di un terribile incidente in moto, attualmente versa in uno stato di tetraparesi. I genitori hanno adito la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo con un ricorso che mette in luce come il giovane francese possa mangiare attraverso la bocca, sfiduciando così i presupposti della legge francese sull’eutanasia passiva e ribadendo la qualità di “disabile” di Lambert e non quella di soggetto in fin di vita in condizione irreversibile. La Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, il 5 giugno 2015, si è pronunciata: ha deciso in merito al tema del fine vita e dell’eutanasia, creando un precedente che, molto probabilmente, verrà preso a modello da molti familiari di malati terminali degli stati europei.

L’intervista – Il caso, tornato sulle prime pagine di tutti i giornali dopo un periodo di silenzio, obbliga tutti ad una riflessione sul tema del fine vita. È moralmente giusto interrompere una vita perché, secondo la cultura dominante, in modo del tutto arbitrario, non è degna di essere vissuta?

Il Card. Ruini, in una recente intervista esclusiva al Cav Roma Talenti, pubblicata anche su questo blog (clicca qui), proprio su questa tematica, risponde: «La questione di fondo è cosa sia, o chi sia, la persona umana: se ogni persona come tale è un fine e non è mai soltanto un mezzo, allora nessun uomo o autorità umana può decretare la fine della sua esistenza».

Riflessione – Proprio dalle parole del Card. Ruini iniziamo la nostra breve riflessione. Al di là delle convinzioni religiose di ognuno, possiamo obiettivamente riconoscere l’importanza assoluta di ogni vita, quindi di ogni persona. Come abbiamo sostenuto in un altro contributo (clicca qui), la vita è sacra, nell’accezione più laica del termine. E’ infatti proprio la ragione, comune denominatore presente in tutti gli uomini, ad arrivare a questo assunto. Ora, proprio in virtù della sacralità della vita e della sua indisponibilità non è concepibile che un uomo possa decidere sulla sorte di un altro, sia pure il parente più stretto. Tanto meno una autorità umana, cioè quella sovrastruttura sociale che, in virtù del mandato sociale ricevuto, ha come scopo quello del perseguimento del bene comune. Sia la sacralità che l’indisponibilità non sono prerogative religiose, bensì razionali.

Pietà o compassione? – La grande ipocrisia della società moderna sta nel manipolare le parole, svuotandole del loro significato al fine di raggiungere i propri obiettivi. Infatti, la pratica eutanasica viene legittimata perché mossa dalla pietà, cioè un sentimento di intensa partecipazione e di solidarietà che si prova nei confronti di chi soffre, e dal giudizio sulla qualità della vita del malato terminale definita non più degna di essere vissuta. Si cade così in un paradossale giudizio sulla morte che assume due diverse ed opposte connotazioni: «considerata “assurda” se interrompe un vita ancora aperta a un frutto ricco di possibili esperienze interessanti, diventa una liberazione rivendicata come “diritto” quando l’esistenza è ritenuta ormai priva di senso e di valore»[1]. Secondo tale logica, la qualità della vita prevale sulla vita stessa, una pericolosa valutazione, del tutto arbitraria, tipica dei totalitarismi del ventesimo secolo. È altrettanto doveroso precisare che chi, come nel caso di Lambert, si trova in uno stato terminale è un essere umano vivente che non ha perduto la sua dignità di persona che non attiene soltanto alla sfera biologica, ma, soprattutto alla dimensione ontologica. Può una vera democrazia legittimare tutto questo?

La sofferenza, quale dimensione inevitabile della vita, inizia e accompagna l’uomo in tutta la sua esistenza. La soluzione non è certo la pietà. Quest’ultima è diventata, purtroppo, un ipocrita maschera dietro la quale vengono nascoste motivazioni ben diverse: la società moderna è sempre più permeata dalla cultura dello scarto che «tende a diventare mentalità comune, che contagia tutti. La vita umana, la persona non sono più sentite come valore primario da rispettare e tutelare, specie se è povera o disabile, se non serve ancora – come il nascituro –, o non serve più – come l’anziano»[2]. Secondo questa cultura, quindi, il malato terminale rappresenta un peso tanto economico (mantenere in cura un malato terminale ha un costo, sia per i familiari che per le strutture sanitarie) quanto relazionale (stare vicino ad un malato non è cosa facile, obbliga a scontrarsi con una realtà infelice che logora l’uomo).

A parer di chi scrive, il malato terminale ha bisogno, invece, di compassione, non di essere soppresso, eliminato. L’etimologia della parola rimanda al verbo Eutanasia e compassionecompatire, patire con. Condividere il dolore non significa eliminarlo, bensì dargli un senso diverso. Riconoscere nel malato un soggetto bisognoso di maggiori attenzioni e di tutele è un approccio doveroso per ognuno di noi, specialmente per colui che ha il compito primario di difendere la vita del paziente: il medico.

Non sono certo le condizioni personali e sociali a qualificare e quantificare la dignità di una persona. La vita va difesa in quanto tale. Sempre.

Massimo Magliocchetti

©Riproduzione riservata

[1] C. Casini, M. Casini, M. Di Pietro, Eluana è tutti noi, Società Editrice Fiorentina, 2008, p.144.

[2] Papa FRANCESCO, Udienza generale, 5 giugno 2013. Consultabile su: http://w2.vatican.va.

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