Le aspirazioni prometeiche dell’uomo moderno

Prometeo, con il suo dono agli uomini
permette loro di affrancarsi dalla dipendenza
ed essere artefici della propria vita

fuocoLa bellezza dei miti greci si trova anche nel fatto di essere terribilmente attuali. Usati sin dagli arbori della civiltà come strumenti di filosofia elementare, sono molto utili per comunicare con diversi interlocutori di differente estrazione sociale e cultura.

Se volessimo attribuire all’uomo moderno una figura narrata nella mitologia greca, la più adatta sarebbe quella di Prometeo, il titano che osò sfidare Zeus, il re degli dei, appropriandosi del fuoco che gli era vietato in ragione della sua natura.

L’aborto, l’eutanasia, la fecondazione assistita, la clonazione e le altre forme eugenetiche sono la triste conseguenza della volontà dell’uomo di giocare a fare dio.

1.1 Il mito di Prometeo[1].

Guardando la Terra dall’alto dell’Olimpo, Giove la vedeva deserta e desolata. Era abitata da uomini e da animali, ma essi vivevano miseramente, nascosti nelle loro tane e nelle profonde caverne dalle quali non osavano uscire che raramente: solo di notte, gli uni temendo gli altri, s’avventuravano fuori in cerca di cibo.

Giove pensò che questa continua paura dovesse finire, chiamò Epimeteo, figlio del titano Giapeto, e gli disse di scendere sulla Terra affinché donasse a ogni essere quanto gli occorresse per difendersi e procurarsi il cibo senz’altro paura.

Epimeteo, sceso sulla Terra, diede a tutte le creature quanto ad esse occorreva: soltanto l’uomo, pieno di paura, rimase nascosto e non si fece avanti per cui Epimeteo si dimenticò di lui e non gli diede nulla. Di ciò si accorse Prometeo, fratello di Epimeteo. Prometeo era il più intelligente di tutti i Titani.

Prometheus-PicPrometeo, che amava molto il genere umano, aveva a sua volta generosamente insegnato tutte le arti ai mortali. Aveva un grosso cruccio, però, che gli uomini non conoscessero ancora il fuoco e conducessero una vita graffia e meschina, molto simile a quella delle bestie.

Poiché non poteva accettare che soccombessero alla forza della Natura o alla ferocia delle belve, pensò di dar loro questo prezioso dono che li avrebbe resi i padroni indiscussi della Terra. Ma esso apparteneva agli Dei che ne erano assai gelosi ed era ben protetto nelle viscere della Terra nell’officina di Vulcano, il dio del fuoco, che fabbricava, con l’aiuto dei Ciclopi, i fulmini di Giove.

Prometeo pensò di rubarlo e una notte, dopo aver addormentato Vulcano con una tazza di vino drogato, rubò qualche scintilla che nascose in un bastone di ferro cavo; poi corse dagli uomini ed annunciò che recava loro il dono più grande. Le fiamme, il fumo e le grida di gioia destarono Giove che guardò in basso. Vide e comprese.

Avvampando d’ira esclamò che colui che aveva rubato il fuoco doveva essere terribilmente punito, e vedendo Prometeo tra gli uomini capì di chi fosse stata la colpa. Incaricò Vulcano, reo di non aver saputo custodire a dovere il fuoco, di eseguire la condanna. Vulcano incatenò Prometeo su un’alta rupe; ribattendo col martello le infrangibili catene che aveva preparato, Vulcano disse a Prometeo di farsi coraggio perché avrebbe dovuto soffrire la fame, la sete e il freddo, e di consolarsi pensando che senza di lui gli uomini sarebbero stati presto sterminati.

Vulcano se ne andò e Prometeo rimase lassù, legato sulle rocce e su vertiginosi precipizi. Ma non dovette soffrire solo fame, freddo e sete! Ogni giorno, infatti, una grande aquila veniva svolazzando da lui e con gli artigli gli squarciava il ventre, divorandogli il fegato col becco adunco; durante la notte il fegato ricresceva, le ferite si rimarginavano e il mattino dopo Prometeo doveva subire nuovamente il martirio. Un giorno Ercole vide l’aquila straziare Prometeo incatenato; col permesso di Giove, suo padre, abbatté allora il rapace e spezzò le catene: Giove dall’Olimpo, volgendo gli occhi al cielo, annunciò a Prometeo che lo rendeva libero.

A quel punto Prometeo gli espresse il desiderio di restare per sempre su quel monte, così, guardandolo, gli uomini si sarebbero rammentati che era stato lui a dar loro il fuoco. Fu trasformato, subito, in una grande e maestosa roccia.

1.2 Il desiderio di onnipotenza: il titanismo moderno.

Tipica del periodo filosofico romantico è la concezione della vita come inquietudine, aspirazione, brama sforzo incessante. L’uomo che per natura è finito tende all’infinito mosso da questi stati d’animo. In altre parole possiamo dire che l’uomo si trova in un’infinita ricerca di superare il finito, quindi la sua umanità. Da questo sentimento, tipicamente romantico, nasce l’ideale del titanismo, ossia un atteggiamento di ribellione e di sfida rispetto ciò che è predeterminato, ai valori tradizionali.

Il titanismo moderno, a differenza di quello romantico che ha consapevolezza della sconfitta, viene perseguito con la certezza che i risultati sperati saranno ottenuti con l’ausilio della scienza e della tecnica. A questo si aggiunge il desiderio di onnipotenza, inteso come volontà di poter fare tutto. Sebbene con due risvolti diversi, diametralmente opposti, queste due forme di ribellione partono dallo stesso presupposto: l’uomo finito che anela all’infinito aspira a divenire un superuomo, vuole somigliare a un dio, cioè un essere infinito.

1.3 Prometeo, metafora dell’uomo moderno.

E’ singolare come questo mito di antichissime origini sia molto attuale. Le righe che seguiranno avranno come tema di fondo la riflessione su come l’uomo si pone di fronte ai temi bioetici.

prometeoIl nascere e il morire sono sempre stati due aspetti che hanno interrogato l’uomo. Da sempre vi era la tendenza di attribuire l’esperienza della nascita e della morte alla volontà divina o a un’essenza trascendentale dall’uomo, proprio perché quest’ultimo capiva la grandezza e il mistero che avvolgeva questi momenti del suo essere terreno. L’essere trascendentale, qualunque esso sia, era riconosciuto come un terzo rispetto all’uomo, cioè un soggetto al di fuori dell’uomo che era titolare di attribuzioni differenti da quelle umane. Tutto era frutto di un Logos terzo, in modo particolare i due avvenimenti fondamentali per l’uomo stesso: la nascita e la morte.

L’uomo moderno, invece, affamato dalla brama di onnipotenza e assetato della comica categoria di progresso, intende sovvertire questo schema.

Il Titano Prometeo rappresenta l’uomo moderno che intende superare la propria umanità, ossia i propri limiti intrinseci, in modo radicale ed esponenziale. Per raggiungere il suo scopo si serve della tecnica con il fine di raggiungere un progresso, cioè uno sviluppo, un miglioramento, un perfezionamento, un “andare avanti” (progredior, dal latino) rispetto a una determinata conoscenza. Il che non è sbagliato in sé: andare avanti è giusto se, e nella misura in cui, la meta è degna di essere raggiunta perché corrispondente al bene dell’uomo e utile al suo sviluppo integrale. Ora, nel caso in esame è veramente giusta la meta che si vuole raggiungere?

Il superamento dell’umanità per eccellenza è proprio l’aspirazione a diventare altro rispetto l’essere uomo, quindi la ricerca della divinità e delle sue facoltà e attribuzioni. Infatti, l’obiettivo di Prometeo è di entrare in possesso del fuoco, una prerogativa attribuita da sempre agli dei, una proprietà che solo gli dei potevano possedere.

Analogamente, l’uomo moderno decide, con l’aiuto della tecnica, di diventare padrone della e sulla vita, cioè quell’aspetto che da sempre era attribuito a un essere altro da lui. Rispetto alla situazione del nascere troviamo l’aborto, la fecondazione assistita, la clonazione, cioè tutti interventi dell’uomo volti a interrompere o dare impulso alla prima fase dell’esistenza dell’uomo. Rispetto alla realtà della morte, invece, abbiamo l’eutanasia, il suicidio, l’accanimento terapeutico, ossia interventi umani volti a far cessare o prolungare la fase terminale dell’esistenza.

Questo delirio di onnipotenza si ritorce contro l’uomo stesso. Prometeo, infatti, sarà incatenato a un’alta roccia costretto a vedersi maciullate le interiora; per analogia, l’uomo moderno non trova più senso in nulla se non nella sua persona. Da qui emerge come il nichilismo etico diventa il modello di vita. L’uomo diventa un mero superuomo incapace di riconoscere il limite nelle sue azioni e le devastanti conseguenze delle stesse.

Massimo Magliocchetti

©Riproduzione riservata


[1] La narrazione del mito di Prometeo è stata ripresa dal sito dell’Associazione Prometeo, una ONLUS che Opera nel settore della disabilità, prevalentemente nel campo dell’autismo, dei disturbi della comunicazione e patologie affini. http://www.prometeo-onlus.it/chi-siamo/

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