Kit aborto fai-da te: business internazionale

Farmaci commerciati legalmente ma utilizzati per fini illegali.
Un mercato virtuale ormai ramificato a livello internazionale.
Il supermercato della morte promuove l’aborto fai-da-te.

misoprostol

Nell’era digitale è facilissimo reperire i prodotti più disparati direttamente su siti internet specializzati, potendo anche usufruire di un comodo servizio di trasporto e spedizione. Il tutto a costi irrisori. Da qualche anno, purtroppo, si è sviluppato un business mortale gestito da siti ben pubblicizzati che distribuiscono kit per l’aborto fai-da-te.

Il CASO. – Nel 2013 la Procura di Genova ha intrapreso alcune inchieste dalle quali sono emersi dati veramente sconcertanti. Le donne che hanno avuto il coraggio di rilasciare testimonianze – alcune molto giovani di età adolescenziale – hanno raccontato agli inquirenti di aver ripetutamente utilizzato un medicinale molto particolare: il Cytotec. Questo farmaco ha come obiettivo principale quello di combattere l’ulcera, ma nella sua composizione è presente anche il Misoprostolo, noto farmaco usato per gli aborti farmacologici. Gli effetti sono ripetute contrazioni dell’utero che comportano il distaccamento del feto dalla placenta e, conseguentemente, la sua espulsione. L’utilizzo di questo farmaco ha però delle controindicazioni: perdite di sangue spesso più abbondanti del normale ciclo mestruale, nausea e vomito. Nella maggior parte dei casi si presentano emorragie che devono essere sapientemente trattate dal personale medico competente. La copiosa affluenza di donne che presentavano questi sintomi ha allertato gli specialisti che hanno denunciato il caso alla magistratura.

UN BUSINESS INTERNAZIONALE. – Questa facile e drammatica soluzione a una gravidanza non desiderata è divenuta oggetto di un business internazionale. Un vero e proprio kit per l’aborto fai-da-te completo di istruzioni, con costi accessibili ad un ampia fetta di popolazione. Così i titolari dei supermercati della morte si arricchiscono mietendo vittime. Come qualsiasi mercato che si rispetti non possono mancare i periodi di saldi e una concorrenza spietata con sconti sui prodotti. Ai i clienti viene assicurata discrezione nei trasporti e il perfetto anonimato.banner abortionpillrx

Tra i siti più in voga – indicizzato benissimo su google – ne emerge uno tra tutti (volutamente non sarà riportato per non fargli alcuna pubblicità, basta una breve ricerca con parole chiave per trovarlo). Nel banner di copertina è presentata una giovane e avvenente dottoressa che invita la donna a rilassarsi e a vivere “una vita libera”. Accanto alla promessa di massima garanzia del prodotto, è ritratta una donna rilassata su un lettino. Insomma, anche solo visivamente il messaggio intende ammorbidire e banalizzare una triste realtà che, invece, a che fare con l’uccisione della vita nascente.

Il caso, già oggetto di un’inchiesta pubblicata su “L’Espresso” nella prima metà di settembre scorso, non ha trovato molto spazio sui media. Connivenza o indifferenza?

QUALE LIBERTÀ? – Il kit dell’aborto fai-da-te rispecchia pienamente il paradigma culturale che si vuole imporre a tutte le donne che si trovano nella drammatica situazione di dover scegliere del futuro del proprio bambino. Il fatto di comprare tutto online con un solo clic, baipassando tutte le procedure previste dalla legge, riduce e banalizza l’importanza della scelta, facendo credere che abbia esclusivamente un risvolto privato: invece ne siamo tutti corresponsabili. Non possiamo lasciare sole queste donne: è necessario dover dare loro un’alternativa valida. Solo in questo modo le si rende veramente libere. Nella mia breve ma intensa esperienza di volontario del Movimento per la Vita ho imparato questo: molte donne, di fronte ad una gravidanza indesiderata, salvo casi limite molto particolari, in generale scelgono la via dell’aborto perché private di ogni alternativa, quindi in una condizione di non – libertà.

 

ALCUNE PRECISAZIONI. – Come già detto, l’inchiesta sul kit dell’aborto fai-da-te ha trovato spazio tra le pagine del settimanale “L’Espresso”, con un articolo firmato da Arianna Giunti. Dopo la cronaca dei fatti viene scritto che, in definitiva questo commercio – a parer di chi scrive al limite del legale (certamente immorale) – è la conseguenza di una cattiva applicazione della L.194/1978, la famosa legislazione in materia di interruzione volontaria di gravidanza. L’autrice afferma che “nonostante la legge 194 sia in vigore da quasi 40 anni, interrompere una gravidanza in Italia è ancora molto difficile”. La Giunti continua dicendo che “lo dimostrano le cifre, lo raccontano le storie e lo ha messo per iscritto il Consiglio d’Europa, che di recente ha condannato il nostro Paese per non aver rispettato il diritto alla salute delle donne che vogliono interrompere la gravidanza”.

Quanto sostenuto dalla giornalista non è del tutto vero. Proveremo a spiegarne le motivazioni.

Innanzitutto le “cifre” affermano il contrario. La relazione del Ministero della Salute pubblicata il 26 ottobre 2015, recante l’analisi dei dati definitivi del 2013 e quelli preliminari del 2014, riporta dati che sconfessano la tesi della giornalista de “L’Espresso”. Per la prima volta dall’entrata in vigore della L.194 il numero di Interruzioni Volontarie di Gravidanza è inferiore a 100.000: un dato rassicurante ma non del tutto positivo, giacché comunque mancano all’appello del popolo italiano 100.000 vite umane. Ma questo non si dice perché tanto non fa notizia. I dati riguardanti alla mobilità nazionale registrano come il 90.8% delle IGV viene effettuate nella regione di residenza: altro aspetto che sconfessa le storie raccontate dal settimanale di donne che, a causa del numero alto di medici obiettori, sono costrette a viaggiare per lo stivale per poter praticare l’iter abortivo.

obiezione-medico.jpgIl dato che sconfessa definitivamente le ragioni de “L’espresso” è proprio in merito all’obiezione di coscienza: dai dati emersi nella relazione di ottobre non esistono correlazioni fra il numero di obiettori di coscienza e i tempi di attesa delle donne che accedono all’IGV. Non ci stancheremo mai di ripetere che quanto contenuto dalla L.194 non è un semplice iter ospedaliero da attivare in ogni caso, ma una situazione limite la cui applicazione è subordinata all’esistenza di tassativi requisiti previsti per legge: l’interruzione volontaria di gravidanza – nel gergo del politicamente scorretto, l’aborto – non è un diritto ma una condizione di non punibilità. Basterebbero queste motivazioni per ritenere infondate le motivazioni addotte dalla Giunti.

Consiglio-dEuropa_leffe-194_abiezionePer quanto riguarda il Consiglio d’Europa, la condanna dell’Italia per l’alto numero di medici obiettori di coscienza negli ospedali che «non garantisce l’esercizio effettivo del diritto delle donne a interrompere la loro gravidanza» è del tutto infondata per una ragione che larga parte della dottrina penalistica e costituzionalistica ripete da tempo: sebbene sia dubbia l’esistenza di un diritto all’aborto è certa l’esistenza del diritto del medico e del personale sanitario all’obiezione di coscienza, un diritto fondamentale riconosciuto e garantito dalla costituzione italiana e dagli ordinamenti di tutti i Paesi costituzionalizzati.

Massimo Magliocchetti

©Riproduzione riservata

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