Saviano, l’aborto e la realtà

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Hanno suscitato non poco scalpore le dichiarazioni apparse pochi giorni fa sul settimanale L’espresso nella rubrica L’Antitaliano, tenuta dal famoso scrittore Roberto Saviano. Ancora una volta vengono raccontate falsità in merito all’obiezione di coscienza che non trovano riscontro nella realtà dei fatti.

La posizione di Saviano. – Lo scrittore, dopo aver richiamato il tragico caso della ragazza di Napoli morta durante l’intervento abortivo, si lancia in una lunga critica sulle modalità di applicazione della L.194/78, meglio conosciuta dall’opinione pubblica come “legge sull’aborto”. Nel titolo dell’articolo, già di per sé evocativo della posizione di Saviano, traspare la solita argomentazione che da alcuni anni viene propinata ai lettori del settimanale. Proprio in questo blog ne avevamo parlato sconfessando con dati certi quanto sostenuto. Ovviamente, la tesi è sempre la stessa: se la L.194 non viene applicata in modo corretto è colpa degli obiettori, sono troppi. Nulla di nuovo. Ma è davvero così?

I dati e la realtà. – Lo scrittore racconta che percentuali di obiettori di coscienza tra ginecologi sono talmente alte da configurare una vera e propria obiezione di struttura che rende inapplicata la 194. Come già riportato, i dati del Ministero della Salute, ancora una volta, provano il contrario: non ci sono correlazioni tra il numero di obiettori e i tempi di attesa ai quali le donne richiedenti l’IVG sono sottoposte. Di converso, i medici obiettori che tanto denigra hanno tutto il diritto (costituzionalmente fondato) di sollevare obiezione di coscienza, come afferma la stessa legge che Saviano invoca (art.9). A confermare i dati e la logica proposta in questo blog è stata la tempestiva risposta di Ranieri Guerra, direttore generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute, che dalle pagine di Panorama ha dichiarato: “Gli aborti in Italia dai primi anni ’80 a oggi sono più che dimezzati, secondo tutti gli indicatori, mentre il numero dei ginecologi non obiettori, in valore assoluto, è rimasto sostanzialmente costante: il risultato è che il numero di Ivg (Interruzioni volontarie di gravidanza) a carico di ciascun ginecologo non obiettore, per settimana, è sceso da 3,3 (nel 1983) a 1,6 (nel 2013), come media nazionale, considerando 44 settimane lavorative in un anno. Il carico di lavoro settimanale medio nazionale, quindi, per ciascun ginecologo non obiettore, è sempre stato basso, e comunque in 30 anni si è dimezzato”. Insomma, delle due l’una: o Saviano vive in un mondo parallelo oppure i dati riportati e le smentite del Ministero della Salute sono false. A voi le conclusioni.

Ippocrate obietterebbe a Saviano. – Seguendo nella lettura dell’articolo dello scrittore napoletano ci si imbatte in un ragionamento veramente perverso. La tesi muove dall’esperienza di paesi esteri (che non cita, rimanendo sul vago) che subordinano la scelta di diventare ginecologi all’esclusione della possibilità di poter sollevare obiezione di coscienza. In altre parole: se vuoi obiettare non devi fare il medico, tanto meno il ginecologo. Ecco, questa logica è inammissibile. Per due motivi.

Il primo attiene alla natura stessa dell’essere medico. Come si legge nel giuramento di Ippocrate, nella sua moderna versione, il primo obbligo del medico non è quello del procurare la morte del feto durante l’interruzione di gravidanza, tanto da rendere incompatibile l’obiezione con la professione medica, ma «perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza». In altre parole: la difesa della vita è la regola, l’interruzione di gravidanza una triste eccezione, nei casi di legge stringenti e tassativi.

Il secondo è di tipo squisitamente giuridico è strettamente legato al primo. Ogni professione ha un suo carattere tipico che la differenzia dalle altre. Ad esempio, il militare ha come suo elemento caratterizzante il dover usare la forza (fino ad ammettere l’uccisione); il medico ha come suo elemento tipico, come abbiamo appena visto, il dover salvare la vita del paziente e, laddove sia possibile, ritardare l’evento della morte.

Lo stato, nella sua accezione più generale, non può obbligare un soggetto ad una professione, tanto meno quando questa professione ha come elemento caratterizzante il perseguimento di un principio che è in contrasto con la coscienza del soggetto obbligato e con l’insieme dei principi dell’ordinamento.

Ora, un’eventuale obiezione di coscienza nei due casi sopra esposti apre due scenari diversi. Nel caso del militare non è ammissibile: posto che non è una professione obbligatoria, chi non ammette deroghe all’uccisione dell’uomo non deciderà di percorrere la carriera del militare. La scelta della professione di carabiniere, ad esempio, implica la scelta di aderire a quell’elemento tipico e caratterizzante che è l’uso della forza.

Nel caso del medico, invece, l’elemento caratterizzante è la tutela della vita, principio ampiamente condiviso e consacrato nel nostro ordinamento giuridico. Nel caso di specie, l’interruzione volontaria di gravidanza si pone come eccezione per la quale è ammissibile l’obiezione di coscienza, cioè la scelta di rimanere fedeli alla difesa della vita, missione e unico fine per la quale si è scelti di esercitare la professione medica.

La logica posta da Saviano sovverte del tutto la natura stessa del medico e tenta di minimizzare un diritto costituzionalmente tutelato come l’obiezione di coscienza, lasciando intendere che compito fondamentale del medico sia l’aborto. Inaccettabile.

Massimo Magliocchetti

 

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