Obiezione, altolà del consiglio d’Europa: non rispetta diritti delle donne. Gigli: è diritto, non concessione

Ancora una volta si riaccende il dibattito politico sull’obiezione di coscienza. Il Consiglio d’Europa bacchetta l’Italia perché, a suo dire, discrimina i medici e il personale medico non obiettori. Il Ministero della Salute si difende affermando che i dati presi in considerazione dal Consiglio d’Europa sono vecchi. Gigli, presidente del Movimento per la Vita, ribadisce che l’obiezione di coscienza non è una concessione bensì un diritto.

Il Consiglio d’Europa: altolà su obiezione –  Il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa ha dichiarato ammissibile un ricorso presentato dalla Cgil concernete la violazione dei diritti della salute delle donne, motivato, a detta del sindacato da sempre schierato pro – choice, dall’impossibilità di praticare l’interruzione di gravidanza a causa dell’alto numero di medici obiettori. Il segretario Cgil, Susanna Camusso, si è detta soddisfatta perché si tratta di una vittoria per le donne e per i medici, ma anche per l’Italia.  Il comitato, che svolge un ruolo consultivo, ha evidenziato come per l’elevato numero dei medici non obiettori le donne continuano a trovare notevoli difficoltà nell’accesso all’interruzione di gravidanza, spesso costrette a cambiare regione o, addirittura, andare all’estero.

Ministero della Salute, Lorenzin: dati vecchi. – Non è tardata ad arrivare la risposta del Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha risposto alla decisione di Strasburgo criticando il metodo: l’analisi si è basata su dati vecchi che risalgono al 2013, mentre oggi la situazione non presenta alcune violazione della salute delle donne. Dal Ministero fanno sapere che si riservano di controllare i dati anche se sono convinti della non veridicità di quelli sostenuti dal Comitato europeo dei diritti sociali, già promotore dei diritti dell’uomo e del rispetto della democrazia in 47 Stati.

Le reazioni. Gigli: obiezione è un diritto, non concessione. – Altrettanto immediata è stata la dura presa di posizione del presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, che in una nota ha commentato la decisione del Consiglio d’Europa come un intervento strumentale che non tollera la presenza in Italia di una larga maggioranza di medici che antepone il precetto ippocratico di non uccidere a ogni altra considerazione. Ha anche ribadito come l’obiezione di coscienza non sia una concessione bensì un diritto che, al pari del diritto alla vita, lo Stato può limitarsi soltanto a riconoscere, se vuole distinguersi dai regimi autoritari.

La situazione italiana: tutto regolare – Al netto di tutte le considerazioni apparse in questi giorni sulla stampa nazionale, occorre ripartire da ciò che nel nostro ordinamento disciplina la drammatica realtà dell’interruzione di gravidanza. Dal 22 maggio 1978 l’Italia disciplina l’Igv con la L. n. 194, recante norme per la tutela della maternità e per l’interruzione di gravidanza. Ogni anno il Ministero della Salute, in osservanza dell’art. 16 della suddetta legge, è tenuto a presentare una relazione al Parlamento sull’attuazione della legge. La più recente, pubblicata il 26 ottobre 2015, recante i dati definitivi del 2013 e quelli preliminari del 2014, registra che per quanto riguarda l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi di Igv non emergono criticità per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun non obiettore.

Sebbene non condivido le posizioni dei pro-choice, pur rispettandoli – anche se il sentimento non è spesso corrisposto –, sia i dati ufficiali del Ministero che il dettato normativo italiano sconfessano la loro posizione. Nella loro volontà di denunciare l’alto numero di obiettori dimenticano che coloro i quali scelgono di obiettare stanno esercitando un loro diritto costituzionalmente tutelato e previsto dalla stessa L.194 all’art. 9. Il dettato normativo, infatti, prevede l’esonero del personale sanitario ed esercente l’attività ausiliaria dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza, ma e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Inoltre, vi è da precisare che l’impianto generale della 194, seppure presenta notevoli problemi che spesso vengono aggirati nella prassi, vede l’Igv come estrema ratio subordinata alla presenza di tassative condizioni: si legge nell’art. 1 che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. Se, come risulta dai dati, il carico dei non obiettori non inficia il servizio di Igv, che comunque nei termini imposti dalla legge rimane esigibile, e allo stesso tempo il diritto all’obiezione viene rispettato, la posizione del Consiglio d’Europa non appare in alcun modo condivisibile, poiché mira a sovvertire la ratio della norma.

Il calo delle interruzioni di gravidanza non è certamente causato solamente dalla presunta maggioranza dei medici non obiettori. Negli ultimi anni molte associazioni prolife, prima tra tutte il Movimento per la Vita, hanno contribuito a porsi come concreta alternativa alla drammatica scelta dell’aborto. L’accoglienza e l’accompagnamento costante pre e post parto alle donne in difficoltà è stata la soluzione ad una situazione di abbandono e smarrimento che le avrebbe altrimenti spinte a interrompere la gravidanza. In Italia, grazie alla costante promozione della cultura della vita, ormai stanno cambiando i contorni del dibattito sull’aborto, anche se ancora la strada è molto lunga per riconoscere piena tutela dei diritti del concepito, primo fra tutti quello alla vita. La prevenzione rimane l’arma migliore.

Non sarà certo il Consiglio d’Europa a sovvertire la natura della cose, anche perché se “l’Europa ce lo chiede” la coscienza risponde diversamente.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

(Articolo pubblicato su “La Voce della Vita“, il notiziario del Cav Roma Talenti, nel numero di Maggio 2016)

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