Rio 2016, Marieke Vervoot: dopo i giochi l’atleta paraolimpica chiederà l’eutanasia

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Le olimpiadi brasiliane di Rio 2016 oltre ad essere la celebrazione dello sport e delle virtù dell’uomo sono diventate anche teatro di scelte di vita molto delicate. La campionessa paraolimpica Marieke Vervoort ha dichiarato di voler pensare all’eutanasia una volta finiti i giochi.

La notizia apparsa su Libero ha spiazzato molti. Marieke Vervoot, centometrista in carrozzina di nazionalità belga, da sedici anni è affetta da una malattia degenerativa progressiva che le ha paralizzato i muscoli degli arti inferiori. Nelle olimpiadi di Londra 2012 aveva conquistato un oro e un argento nei 100 e 200 metri, categoria T52. Ora, però, è convinta che una volta terminati i giochi inizierà a pensare alla sua eutanasia, una volta tornata in patria, per smettere di soffrire. In Belgio, infatti, l’eutanasia è legale dal 2002.

Le sue dichiarazioni hanno diviso l’opinione pubblica nelle solite tifoserie dei pro e i contro. C’è un aspetto che maggiormente mi ha colpito: come i giornali hanno impostato la notizia.

Secondo Libero, infatti, l’atleta belga «sarà il simbolo della dignità, dell’orgoglio, del coraggio di saper dire basta» perché la «sua scelta diventa comprensibile quando per un attimo si molla ogni convinzione e ci si concentra solo sul racconto della sua quotidianità» fatta di sofferenza: una «giostra crudele», viene definita dal giornalista. Nulla di nuovo: la solita narrazione giornalistica sentimentale condita con tanta ipocrisia.

Certamente la vita dell’atleta non è priva di problemi e di sconfitte. Ma basta la sofferenza a poter giustificare una scelta estrema come quella dell’eutanasia? Torna quindi la domanda cui tempo fa provai a rispondere, non certo senza problemi, proprio su questo blog. Il punto è sempre lo stesso: al malato sofferente, al disabile che vive la sua condizione nella solitudine, la società cosa offre? Perché a mio avviso è proprio qui il punto nevralgico della questione. Il vero problema è che la tanto sbandierata corresponsabilità sociale la si tira fuori ad intermittenza, tranne quando dovrebbe essere uno dei pilastri fondanti su cui costruire una strategia per l’accompagnamento dei malati o dei disabili con gravi patologie. Con questo non si vuole dire che la sofferenza non sia una dimensione rilevante dell’uomo, ma neanche che sia determinante a tal punto da giustificare l’eutanasia.

Dunque alla ipocrita pietà sbandierata dal giornale è preferibile la compassione idonea a dare senso alla sofferenza dell’altro. Si badi bene: questo non risolve la dinamica della sofferenza, ma la allevia, le dà un senso.

Quindi la «libertà» di cui parla il giornalista dell’articolo è una mezza libertà. Poter scegliere la vita avendo una alternativa credibile alla morte è la vera libertà. Quanto al «coraggio di dire basta» auspico che per la centometrista belga qualcuno le dia la forza di poter andare avanti, condividendo con lei la vita. Perché è preziosa, ben al di là di ogni medaglia olimpica.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

 

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