Regno Unito, adolescente chiede al giudice di farsi ibernare sperando nella «resurrezione»

 

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Regno Unito, si fa ibernare sperando nella resurrezione con l’aiuto della scienza. Non è una favola, ma la storia di una ragazza inglese di quattordici anni che ha vinto una battaglia legale che le permette di farsi preservare il corpo in modo che in futuro potesse essere riportata in vita.

La notizia, riportata dalla Bbc, ha fatto fin da subito il giro del mondo. L’adolescente, che era malata terminale affetta da una rara forma di tumore, si è fatta paladina della battaglia per venire ibernata dopo la morte.

Il genitori divisi, la madre a favore e il padre fortemente contrario. A favore della madre si è mostrato anche un giudice dell’Alta Corte britannica che ha stabilito che sia la madre della ragazza a scegliere ciò che accadrà al suo corpo. Dopo la sua morte, avvenuta a metà ottobre, la ragazza londinese è stata trasferita negli Stati Uniti per essere ibernata.

Ad oggi, solo negli Usa e in Russia sono presenti strutture che permettono la conservazioni in azoto liquido a temperature molto basse, oltre i 130 gradi Celsius. Il costo del congelamento di un corpo per un tempo infinito è stimato in circa 37mila sterline. Nel mondo, ci sono già 377 persone che sono fatte crioconservare, tra cui diversi italiani: almeno 8 italiani sono riportati dal sito della Cryonics, una delle due agenzie statunitensi che permettono la pratica.

«Crioconservare il corpo di un essere umano oggi e’ possibile. Quello che pero’ non sappiamo fare e’ riportarlo in vita e non e’ detto che riusciremo a farlo in futuro», ha dichiarato all’agenzia agi Mauizio Genuardi, direttore dell’Istituto di Medicina Genomica dell’Università Cattolica di Roma e del Policlinico Agostino Gemelli di Roma. «Oggi infatti non sappiamo come far riprendere le funzionalità di un organismo congelato», ha sottolineato il genetista. «Se infatti sappiamo congelare e “risvegliare” singole cellule, farlo con un organismo complesso e’ tutt’altra cosa», ha precisato Genuardi.

Il punto a mio avviso è un altro. È l’ennesimo modo per esorcizzare la morte e la paura di rendersi conto di essere finiti e non onnipotenti di fronte a questo accadimento che da sempre interroga l’uomo. Proprio ieri, sempre negli Stati Uniti la giurisdizione di Washington ha aperto all’eutanasia, con la variante di non prevedere l’intervento del medico ma solo mettendo in condizione il paziente di ingerire il farmaco eutanasico.  In altre parole: un suicidio assistito nella possibilità ma non nell’attuazione. Così, se nella classica eutanasia il medico diventa un semplice funzionario sanitario, con questa nuova inedita particolarità perde ancora maggiormente di significato il suo essere al sostegno della vita umana.  Una eterna contraddizione: se da una parte si trova il modo di interrompere la vita terminale, dall’altra si trova la soluzione per garantirsi una ipotetica resurrezione. Pazzesco. Vi è però un comune denominatore tra le due pratiche: entrambe rispecchiano un enorme giro di soldi. E come in altre occasioni abbiamo potuto constatare, sono i soldi a svuotare di valore della vita umana.

Le battaglie etiche che ci aspettano – e non uso il termine battaglia a caso, quella contro la vita è una guerra dichiarata – ci obbligano ad una controffensiva culturale che sappia farsi carico di dare risposte razionali e ragionevoli alle ipocrisie che quotidianamente ci vengono propinate. Con la ragionevolezza ribadiremo la realtà: la vita, dal concepimento fino alla morte naturale, è preziosa e va difesa. Senza compromessi, tanto meno a ribasso. Ne vale il futuro delle prossime generazioni. Ne vale il senso stesso della nostra civiltà, se ancora possiamo dirci civili. Insomma, lo ripeterò fino alla nausea: la sfida è culturale.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

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