Testamento biologico, Marina Casini: «Non esiste un diritto a morire»

La triste vicenda di Dj Fabo ha diviso l’Italia: da un lato ci sono i fautori dell’autodeterminazione assoluta che può essere riassunta nella frase “il corpo e mio e decido io”, dall’altro la galassia dei movimenti prolife che con forza ribadiscono che ogni vita è preziosa e va difesa, soprattutto nelle fasi più delicate e difficili, come nel caso dei malati gravi. Per fare chiarezza su alcuni aspetti spesso invocati dal fronte radicale abbiamo incontrato Marina Casini, giurista, bioeticista dell’Università Cattolica di Roma e vicepresidente del Movimento per la Vita.

Articolo pubblicato per Vitanews il 28/2/17

La triste vicenda di Dj Fabo ha diviso l’Italia: da un lato ci sono i fautori dell’autodeterminazione assoluta che può essere riassunta nella frase “il corpo e mio e decido io”, dall’altro la galassia dei movimenti prolife che con forza ribadiscono che ogni vita è preziosa e va difesa, soprattutto nelle fasi più delicate e difficili, come nel caso dei malati gravi. Per fare chiarezza su alcuni aspetti spesso invocati dal fronte radicale abbiamo incontrato Marina Casini, giurista, bioeticista dell’Università Cattolica di Roma e vicepresidente del Movimento per la Vita.

D. Il disegno di legge sul biotestamento attualmente in discussione alla Commissione Affari Sociali della Camera presenta alcuni punti oscuri. Il primo attiene al principio di fondo secondo cui il paziente, ex ante, può disporre della propria vita, soprattutto nella sua fase terminale. Liberiamo subito il campo da equivoci: si può parlare tecnicamente di disponibilità della vita e di diritto a morire?

R. Non esiste un diritto a morire. Se il fondamento della disponibilità della propria vita fosse l’autodeterminazione,allora come l’autodeterminazione a morire sarebbe valida per il malato e il disabile dovrebbe esserlo anche per il giovane sano. Invece, se un giovane tenta di uccidersi buttandosi in un fiume o gettandosi da una finestra o bevendo un veleno, coloro che lo salvano buttandosi a nuoto nel fiume o usando la forza per impedire il lancio dall’alto o somministrando una lavanda gastrica, non solo non commettono il reato di violenza privata, ma vengono lodati e onorati dalla società. Addirittura sono puniti coloro che istigano al suicidio e anche coloro che, potendolo impedire, assistono inerti ad esso.

Ciò significa che il criterio decisivo non è quello dell’autodeterminazione. La differenza sta nella “qualità della vita”: la vita del giovane sano vale, quella del disabile e del malato non ha più valore. Si noti, però, che il giudizio di valore non è quello formulato dall’interessato. Anche l’aspirante suicida sano e giovane può valutare la sua vita non degna di essere vissuta e tuttavia la società rifiuta questo suo giudizio: fino a che egli accetta di restare sotto lo sguardo altrui, alla sua libertà si sovrappone la valutazione sociale. Egli non può privarsi della propria vita; la sua vita è indisponibile.Una riprova indiretta si ricava dalle norme sulla prevenzione degli infortuni e sulla circolazione stradale. Non solo il datore di lavoro, ma anche chi lavora in proprio è obbligato a rispettare le disposizioni antinfortunistiche. E se non lo fa, è punito. L’obbligo del casco per chi va in moto e della cintura sulle auto limita la libertà, ma è preordinato alla tutela della vita. Chi non usa il casco e la cintura è punito. In realtà, chi vuole la disponibilità della vita umana non considera decisiva l’autodeterminazione, ma la valutazione sociale della vita umana.

D. Ma nel dibattito legislativo sul “fine vita” viene frequentemente invocato il diritto a rifiutare le cure come effetto del principio di autodeterminazione …

R. La collaborazione del paziente è indispensabile affinché il trattamento terapeutico abbia effetto. D’altronde di fatto nessuno può essere obbligato a curarsi facendo ricorso alla forza fisica. Legare un malato e sottoporlo ad un intervento chirurgico che egli non vuole o anche soltanto per togliergli un dente o fargli un iniezione, sarebbe una violazionedella dignità umana. Ma cosa diversa è il consiglio, anche se insistente e pressante diretto ad ottenere il suo consenso. Il fine resta sempre quello della salute non quello dell’autodeterminazione. Ciò è tanto vero che di fronte ad un paziente che chiede di essere curato sarebbe immorale e probabilmente anche criminoso il rifiuto di effettuare la cura e anche il semplice consigliare di non farla. Si vede bene che le due situazioni sono diverse. La salute è il contrario della morte e la terapia ha come fine la salute mai la morte.

D. Un aspetto che merita di essere commentato è l’assenza del diritto all’obiezione di coscienza del medico che, in concreto, viene vincolato alla volontà del paziente senza poter mediare con le sue conoscenze tecniche e professionali il trattamento medico. Come valuta questa scelta?

R. La coscienza del medico non deve essere calpestata. Calpestare il diritto a sollevare obiezione di coscienza va nella direzione contraria ai diritti umani. È gravissimo che il testo in discussione preveda la trasformazione del medico da professionista chiamato ad agire in scienza e coscienza a mero suddito del “dictat” del paziente. La relazione di cura assume le caratteristiche di un rapporto contrattuale-mercantile caratterizzato da un deficit relazionale di reciprocità.Così viene spezzata quell’alleanza che lega la fiducia del paziente alla coscienza del medico; al fondamentale e civilissimo principio del non uccidere, si sostituisceil principio della “sacralità” dell’autodeterminazione anche se quanto richiesto al medico dovesse cagionare la morte.

D. Negli anni si sono succedute molte proposte di legge sul testamento biologico. Siamo passati dalle “dichiarazioni anticipate di trattamento” alle “disposizioni anticipate di trattamento”: è solo un vezzo linguistico oppure siamo davanti ad una vera trasformazione della figura del medico?

R. Siamo davanti a una vera trasformazione della figura del medico. Tra l’altro, faccio notare che il termine “Dichiarazioni” – in sé collegato a espressioni di volontà non vincolanti per il medico – presente nel titolo del testo, diviene significativamente mutato all’interno dell’articolato in “Disposizioni”, a sottolineare il carattere vincolante delle volontà, recependo così il modello di un vero e proprio “Testamento biologico”. Le parole “testamento”, “direttive”, “disposizioni”, “dichiarazioni” in origine sono state proposte con significati, portata e sfumature diverse. Tuttavia, sempre più spesso queste espressioni sono utilizzate come sinonimi nei diversi progetti e disegni di legge, nella pubblicistica e nella letteratura, nell’uso comune. Per questo è molto importante, valutare con molta attenzioneil contenuto delle proposte di legge.

D. Al fine di presentare positivamente questa proposta di legge spesso, nel dibattito politico si usa come vessillo il famoso art. 32 della Costituzione italiana, allargando il diritto alla salute anche al fantomatico “diritto alla morte”. Da giurista, come valuta tale impostazione?

R. Dal secondo comma dell’art. 32 della Costituzione si vorrebbe dedurre l’esistenza di un “diritto alla non cura”, esteso fino ad includere il “diritto di morire”, da porsi sullo stesso piano del diritto alla cura. Ma il significato originario dell’art. 32 non ha nulla a che vedere con il preteso “diritto di morire”. Non risulta da nessuna partedei lavori preparatori che il Costituente abbia inteso in qualche modo mettere in discussione il principio di indisponibilità della vita anche da parte del titolare della stessa. È noto, poi, che la formulazione ebbe origine dalla drammatica esperienza delle pratiche di sterilizzazione e di sperimentazione attuate nei campi di sterminio. A parte queste considerazioni, l’art. 32 va letto e interpretato per intero. Esso recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dello individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Il non obbligo è inserito tra l’attenzione alla dimensione sociale della salute e il rispetto della persona umana. L’attenzione sociale al tema della salute è espressione di un atteggiamento personalista in base al quale la collettività si fa carico di tutelare la salute dei singoli. Le persone in condizioni di indigenza, infatti devono essere messe dall’insieme dei consociati in condizione di curarsi. È dunque il “favorcurae” la sostanza dell’art. 32. Va considerato, inoltre, che l’art. 32 è collocato sotto il titolo II della Costituzione che riguarda i rapporti etico-sociali, quelli, cioè, che devono essere ispirati al principio di solidarietà. L’aspetto primario dell’art. 32 è quello di assicurare a tutti la salute. Il richiamo al rispetto della persona umana implica il diritto a non subire trattamenti sanitari con sistemi coattivi, offensivi, degradanti. Il “non obbligo di cura” significa che non c’è un dovere strettamente giuridico – coercibile e munito di sanzione – di curarsi, ma non significa né assenza di un dovere morale-civico di curarsi laddove non vi è una legge “obbligante”, né libera disponibilità della vita o della morte, della salute o della malattia. Il richiamo al principio dell’inviolabilità della libertà di cui all’art. 13 Cost. per legittimare la scelta di morire attraverso il rifiuto delle cure è paradossale: la scelta di morire contraddice radicalmente la libertà. Se la libertà è inviolabile, come può essere annientabile? Come la vita anche la libertà è indisponibile. Non si può affermare che la scelta della morte sia scelta di libertà. Essa è, piuttosto, distruzione della libertà.

Il Movimento per la Vita si è fatto promotore di una petizione alla quale hanno aderito numerose associazioni. Leggi il testo della petizione e firma qui.

Massimo Magliocchetti

Trump, i prolife e alcuni nodi da sciogliere

l neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a poche ore dal suo discorso d’insediamento ha deciso di firmare un ordine esecutivo che impedisce ogni finanziamento federale alle organizzazioni non governative, americane e internazionali, che praticano o promuovono l’interruzione volontaria di gravidanza.

Tempo di lettura: 2 minuti

Il neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a poche ore dal suo discorso d’insediamento ha deciso di firmare un ordine esecutivo che impedisce ogni finanziamento federale alle organizzazioni non governative, americane e internazionali, che praticano o promuovono l’interruzione volontaria di gravidanza. Il provvedimento ha ristabilito il bando che era stato precedentemente eliminato dal suo predecessore, Barack Obama, il quale invece aveva intensificato i fondi federali a beneficio delle cliniche abortiste di Planned Parenthood. Non sono mancate le obiezioni da parte dei democratici, sostenuti anche dai governi di Olanda e Belgio che hanno lanciato un fondo internazionale per rimpiazzare i finanziamenti bloccati da Washington.

La decisione antiabortista di Trump è arrivata a pochi giorni dalla consueta Marcia per la Vita, organizzata dalle realtà prolife americane in occasione dell’anniversario della storica sentenza “Roe v. Wade” che nel 1973 legalizzò l’aborto negli Stati Uniti. La manifestazione, giunta quest’anno alla 44esima edizione, oltre ad essere stata benedetta con un tweet dallo stesso Trump, ha visto la partecipazione del vicepresidente, Mike Pence. Tra gli applausi e le ovazioni delle decine di migliaia di manifestanti ha parlato di «svolta storica» per la battaglia all’aborto. «Il presidente e io  siamo con la Marcia per la Vita», ha sottolineato il numero due statunitense. La nuova amministrazione «non si fermerà finché verrà stabilita una cultura della vita», ha dichiarato Pence ricordando l’atto firmato da Trump nello studio ovale pochi giorni prima. Il convinto e appassionato intervento di Pence ha notevolmente rafforzato il fronte prolife americano: infatti, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un membro della Casa Bianca ha partecipato così attivamente alla manifestazione.

Anche sul fronte giudiziario Trump non ha disatteso le promesse. Infatti, all’inizio del mese di febbraio ha designato il sostituto del defunto giudice Antonin Scalia alla Corte suprema: Neil Gorsuch, del Colorado, anche lui di orientamento conservatore. Qualora sia confermato dal Congresso, Gorsuch riporta equilibrio in un organo chiamato a decidere su temi sensibili. Sono note le sue posizioni in linea con i temi prolife espresse in un suo famoso saggio sul tema del fine vita. Quest’ultimo aspetto può essere determinante in quanto attiverebbe un processo di coordinamento e uniformazione delle contrastanti legislazioni federali.

Una concatenazione di eventi di questa portata hanno giustamente registrato il plauso del mondo prolife nostrano e d’oltreoceano. Che la difesa del diritto alla vita, quale principio non negoziabile, torni ad essere tra i punti programmatici della nuova amministrazione è una notevole inversione di rotta rispetto alla precedente. L’effetto che può avere in Europa non è da sottovalutare.

Allo stesso tempo, però, rimangono alcuni nodi che è necessario sciogliere circa l’impostazione di Trump sui temi etici. Due aspetti meritano una riflessione: la proposta di cancellazione dell’Obamacare e la reintroduzione della tecnica del waterboarding.

Prima di firmare il «decreto anti – aborto», Donald Trump con un altro executive order ha sferrato il primo colpo alla storica riforma sanitaria approvata da Obama nel 2010 ed entrata in vigore nel 2014, nota come «Obamacare». Anche se non esente da importanti punti critici ha avuto il merito di garantire la copertura sanitaria a milioni di persone che prima ne erano sprovviste. Le ragioni della scelta del tycoon americano sono essenzialmente economiche. Ed è proprio questo punto di vista che merita una precisazione. Anche se sono necessari drastici interventi economici, proprio perché la sanità non è esente dalle leggi economiche, non è pensabile però che l’economia diventi disumana: il bene in gioco tocca troppo da vicino la persona per pensare di poter agire con criteri meramente economici. Infatti, un intervento economicamente corretto deve essere anche eticamente corretto, cioè improntato al pieno rispetto della persona, non solo nella fase iniziale e finale della vita. La difesa della vita, in un’ottica integrale, non può prescindere da questo principio. In altre parole, la giustizia non può essere disgiunta dalla solidarietà, che è il volto sociale della carità.

La giustizia, inoltre, verrebbe anche minata dalla proposta di reintroduzione del waterboarding, tecnica di interrogatorio che simula l’annegamento al fine di sottomettere psicologicamente l’interrogato: un ingiustificabile trattamento disumano e degradante ampiamente superato e vietato dal diritto internazionale.

Dunque, fermo restando la lodevole posizione sui temi dell’aborto, affinché la difesa della vita possa dirsi credibile non può limitarsi solo a determinate fasi. È necessario, invece, aver cura della dignità dell’uomo nella sua dimensione integrale.

Massimo Magliocchetti


L’articolo, seppur con alcune modifiche, è stato pubblicato
sul Mensile Noi Famiglia & Vita, ed. febbraio 2017, p. 34 -35.

Vitanews, la speranza e il discernimento per l’uomo

Oggi è una giornata speciale. Il popolo della vita festeggia la 39sima Giornata per la Vita, quest’anno dedicata alla memoria di S. Teresa di Calcutta e del Suo servizio a difesa del più debole, colui che amava chiamare «il più povero tra i poveri»: il bambino non ancora nato. È un giorno speciale anche perché oggi nasce un sogno. Quello di alimentare un luogo di riflessione e sincera condivisione con lo scopo di proporre un serio discernimento sull’uomo, la sua dignità e centralità. In una parola, vitanews.
5 febbraio 2017

Riporto l’editoriale di apertura del progetto Vitanews – http://www.vitanews.org

Oggi è una giornata speciale. Il popolo della vita festeggia la 39sima Giornata per la Vita, quest’anno dedicata alla memoria di S. Teresa di Calcutta e del Suo servizio a difesa del più debole, colui che amava chiamare «il più povero tra i poveri»: il bambino non ancora nato. È un giorno speciale anche perché oggi nasce un sogno. Quello di alimentare un luogo di riflessione e sincera condivisione con lo scopo di proporre un serio discernimento sull’uomo, la sua dignità e centralità. In una parola, vitanews.

Tre elementi caratterizzeranno il nostro servizio alla verità. Ci impegneremo a una analisi razionale e ragionevole dei problemi etici, affinché l’elaborazione culturale sia sempre finalizzata ad un nuovo umanesimo integrale, inteso quest’ultimo come una nuova modalità di pensiero e di azione capace di garantire la dignità dell’uomo nelle nuove sfide sociali, economiche e politiche. Non mancherà l’aspirazione di creare una comunità pronta a interrogarsi e sviluppare contenuti utili al bene comune, in uno spirito di dialogo franco e intellettualmente onesto, sempre orientato al bene dell’uomo. Infine, ci faremo portavoce di concretezza, affinché lo stimolo culturale si trasformi in un appassionato servizio a difesa della vita.

Senza dubbio è un progetto ambizioso, ma necessario. E così, con oggi inizia un periodo di semina, con la speranza che porti frutto. Come nel celebre capolavoro di Tolkien, oggi si riunisce una compagnia spinta dal desiderio di verità. Coraggio, «la speranza divampa!».

Massimo Magliocchetti
Roma, 5 febbraio 2017

NO al suicidio assistito e all’eutanasia omissiva nelle strutture del Servizio Sanitario Nazionale

Per la vita dei malati e dei disabili gravi
Per la libertà di coscienza del medico
Per l’alleanza medico-paziente.
Rompere il muro del silenzio. Agire ora

Per la vita dei malati e dei disabili gravi
Per la libertà di coscienza del medico
Per l’alleanza medico-paziente

Rompere il muro del silenzio. Agire ora

FIRMA ANCHE TU LA PETIZIONE

Per fermare l’introduzione in Italia dell’eutanasia da sottrazione di cure

Il testo unico su consenso informato, pianificazione delle cure e dichiarazioni anticipate di trattamento, all’esame della Camera dei Deputati, se approvato nella sua forma attuale, produrrà un’autentica rivoluzione.

  1. La vita diverrà un bene disponibile.
  2. Sarà rotto il patto ippocratico e il medico sarà chiamato a interrompere sostegni vitali.
  3. Dovrà essere depenalizzato il reato di omicidio del consenziente, per i medici che togliessero la cannula con cui un paziente viene nutrito.
  4. Alla tutela costituzionale della salute e della vita, intese come patrimonio della comunità,si sostituirà la concezione individualista dell’autodeterminazione assoluta.

Tutto ruota attorno a questo principio, diventato un autentico dogma, anche quando la decisione fosse assunta con l’obiettivo di affrettare la morte del soggetto. È quanto succederebbe inevitabilmente con la sospensione dell’idratazione e nutrizione assistite.

Nello schema ideologico dei sostenitori del progetto di legge, idratazione e nutrizione assistite sono equiparate a terapie, che possono essere sempre rifiutate o sospese, mentre l’eutanasia omissiva (da sospensione dei sostegni vitali) non esiste. Se per eutanasia deve intendersi “qualunque azione od omissione che per sua natura e nelle intenzioni è finalizzata ad affrettare la morte del paziente”, sono l’inevitabilità dell’esito mortale e l’intenzione di affrettare la morte a qualificare la legalizzazione della sospensione di idratazione e nutrizione come l’introduzione nell’ordinamento italiano dell’eutanasia omissiva. In questa triste pratica si troverebbe coinvolto il Sistema sanitario, anche su paziente non in fase terminale.

La facoltà di decidere la sospensione delle cure e dei sostegni vitali anche al legale rappresentante di soggetti minori o incapaci rischia di affidare la vita di persone fragili nelle mani di chi potrebbe desiderarne la morte per ragioni d’interesse o per sottrarsi al carico dell’assistenza.

Nella sua attuale formulazione, il testo unico in discussione prevede la trasformazione del medico da professionista responsabile e coscienzioso a esecutore cieco, senza lasciargli nemmeno la possibilità di rifiutarsi di collaborare per affrettare la morte del paziente. Non è prevista, infatti, al momento alcuna forma di obiezione di coscienza e il carattere vincolante delle DAT è sottolineato parlando di “disposizioni”.

Infine, mentre ci si affanna a garantire autonomia di decisione anche per scelte che potrebbero condurre a morte, non ci si premura di verificare se le scelte contenute nelle Dat siano davvero consapevoli e libere da condizionamenti.

I malati chiedono accompagnamento e solidarietà, non di essere lasciati morire in base a protocolli burocratici. Aderisci subito all’iniziativa lanciata dal Movimento per la Vita Italiano.

Firma anche tu la petizione per chiedere al Parlamento di fermarsi a riflettere.
Prima che sia troppo tardi.

Firma qui

Biotestamento, Deputati cattolici: così è stravolta la professione del medico

Una legge ingiusta con palesi profili di incostituzionalità che sviliscono la natura e la professione del medico. Questo è il quadro che emerge dalla conferenza stampa dei deputati cattolici tenutasi oggi presso la sala stampa di Montecitorio.

Una legge ingiusta con palesi profili di incostituzionalità che sviliscono la natura e la professione del medico. Questo è il quadro che emerge dalla conferenza stampa dei deputati cattolici tenutasi oggi presso la sala stampa di Montecitorio. I deputati Gian Luigi Gigli (Des-Cd), Eugenia Roccella (Idea), Alessandro Pagano (Lega), Paola Binetti (Udc), Benedetto Fucci (Cor), Raffaele Calabrò (Ap), Antonio Palmieri (Fi) e Domenico Menorello (Civici e Innovatori) hanno incontrato i giornalisti per fare il punto della situazione sul ddl che introduce il testamento biologico.

In apertura l’On Binetti ha subito sgomberato il campo dagli equivoci. «Questa legge opera una inversione di rotta, si passa dal dovere del medico di curare in scienza e coscienza al diritto del paziente al rifiuto della cura», ha spiegato Binetti qualificando il provvedimento come una «legge complessa» con diversi passaggi oscuri. Secondo la deputata centrista uno dei grandi problemi sui quali in commissione si sta consumando un acceso dibattito è quello della qualificazione dell’idratazione e nutrizione non come trattamenti di base, bensì come cure, quindi rientranti nelle disposizioni anticipate di trattamento (Dat).

Per l’occasione sono intervenuti alcuni presidi delle Facoltà di Medicina, i quali hanno dato il loro contributo tecnico – scientifico per poter chiarire i punti più problematici del provvedimento. Secondo il prof. Filetti dell’Università La Sapienza di Roma oggi assistiamo ad una «mistificazione dei concetti medici più comuni» che depistano l’opinione pubblica circa i loro veri significati: la conseguenza è che il consenso del paziente viene pregiudicato. Ed è qui che diventa necessaria, secondo il prof. Minotti dell’Università di Campus Bio – Medico, una vera «alleanza terapeutica» che educhi il paziente alla cura alla quale viene sottoposto, in un ottica dialogica con il medico specialista. A tal proposito, il prof. Pisani, neurologo del Policlinico Tor Vergata, è intervenuto paventando il rischio che l’ospedale possa diventare un «supermercato» dove è lo stesso paziente a delineare le fasi e le tipologie di cura a cui vuole sottoporsi, escludendone altre. «Con questa legge – ha incalzato Pisani – assistiamo ad uno svilimento totale dell’attività del medico e della sua dignità». Dall’impianto del provvedimento, infatti, emerge chiaramente l’impostazione secondo la quale il paziente deve essere accontentato senza possibilità di confronto con il medico che, di converso, è vincolato sua volontà.

Non sono mancate le puntuali conclusioni dell’On. Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita e ordinario di Neurologia a Udine, il quale ha sintetizzato alcuni punti nevralgici del provvedimento che sono ancora al vaglio del dibattito in commissione. «Stiamo assistendo ad uno stravolgimento della professione sanitaria che rischia di diventare il rapporto tra un esecutore e una pretesa di autodeterminazione dove il professionista non ha voce in capitolo», denuncia Gigli sottolineando anche il mancato riferimento normativo all’obiezione di coscienza, con la scusa che non si tratti di una legge eutanasica. Invece, secondo Gigli l’impianto della legge nasconde intenti eutanasici che possono diventare complici di istinti suicidiari. «Il compito della medicina è quello di aiutare il disabile, qualunque esso sia, decisioni arbitrarie che sono prese su di lui da interposta persona», ha chiosato Gigli al termine della conferenza stampa incoraggiando il mondo della medicina a fare proprie queste problematiche prima che sia troppo tardi.

Nell’attesa che il ddl arrivi in aula, ancora molti sono i punti oscuri su cui le forze politiche devono trovare un accordo. Secondo alcuni neanche un serrato ostruzionismo potrebbe ritardare la gestazione del provvedimento. Quello che è certo che, per ora, le disposizioni anticipate di trattamento (Dat) suonano sempre più come una prenotazione di eutanasia.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

Prostituzione, in aumento le vittime minorenni. Agp23, Ramonda: «inaccettabile»

Grazie al prezioso lavoro che la Comunità Papa Giovanni XXIII effettua ormai da anni viene alla luce un problema che spesso resta nascosto al grande pubblico. Secondo l’ultima rilevazione, tra dicembre 2016 e gennaio 2017, emerge un aumento delle minorenni indotte alla prostituzione, che in alcune zone arriva al 50% delle presenze in strada.

A Verona il 50% è minorenne, nigeriane e arrivano con i barconi

Grazie al prezioso lavoro che la Comunità Papa Giovanni XXIII effettua ormai da anni viene alla luce un problema che spesso resta nascosto al grande pubblico. Secondo l’ultima rilevazione, tra dicembre 2016 e gennaio 2017, emerge un aumento delle minorenni indotte alla prostituzione, che in alcune zone arriva al 50% delle presenze in strada.

Dati impressionanti che fotografano una realtà che molte volte si intreccia con il dramma dell’immigrazione. Infatti, dalle rilevazioni si può constatare che il fenomeno riguarda soprattutto minorenni nigeriane che arrivano in Italia con i flussi migratori. Anche se non mancano ragazze vittime della tratta di esseri umani.

Una istantanea del problema la offre il coraggioso lavoro dei volontari dell’associazione che hanno osservato una presenza di 26 vittime di tratta stimate su un totale di 40, nella zona si Settimo Torinese. A Verona, invece, sono 20 le ragazze presunte minorenni su un totale di 45. «Quelle che incontriamo in questo periodo sono tutte nuove», spiegano i responsabili dell’Unità di strada di Verona in una nota diffusa dalla Comunità Giovanni XXIII. Secondo le ricostruzioni, le vittime arrivano in Italia con i barconi, dopo essere passate dalla Libia.

Gli aiuti e il sostegno sono possibili anche grazie alle segnalazioni delle stesse prostitute maggiorenni che spesso hanno vissuto lo stesso dramma negli anni precedenti.

Dura è la reazione dei vertici della associazione. «Questa violenza protratta nei confronti di ragazzine è un fatto inaccettabile», dichiara in una nota Giovanni Paolo Ramonda, responsabile generale della Comunità Papa Giovanni XXIII. «Chiediamo ai responsabili delle forze dell’ordine – continua Ramonda – di  applicare l’articolo 600 bis del Codice Penale che punisce con pena da 1 a 6 anni di reclusione chiunque commette atti sessuali nei confronti di minorenni dietro pagamento di corrispettivo con persone di età compresa tra i 14 e i 18 anni, mentre sotto i 14 anni è previsto il reato di pedofilia».

Una richiesta più che legittima, volta a colpire i clienti che ogni volta negano a queste ragazze il diritto di essere donna.

Per non far calare l’attenzione su un tema così importante e per sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni, la Comunità Papa Giovanni XXIII ha organizzato una serie di eventi per l’8 febbraio, giornata internazionale contro la tratta delle donne. In Italia si stima che siano tra le 75.000 e le 120.000 le vittime della prostituzione. Il 65% è in strada, il 37% è minorenne, tra i 13 e i 17 anni.

Per combattere questa drammatica piaga sociale è stata lanciata negli scorsi mesi la campagna “Questo è il mio corpo”. La campagna propone delle azioni per chiedere al parlamento e al governo italiani una legge che sanzioni il cliente, sulla scia del “modello nordico”, adottato in Svezia, Norvegia, Islanda, Francia, e auspicato dall’Unione europea.

Massimo Magliocchetti

@MagliocchettiM

Per maggiori info: http://www.apg23.org/