Trump, i prolife e alcuni nodi da sciogliere

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Il neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a poche ore dal suo discorso d’insediamento ha deciso di firmare un ordine esecutivo che impedisce ogni finanziamento federale alle organizzazioni non governative, americane e internazionali, che praticano o promuovono l’interruzione volontaria di gravidanza. Il provvedimento ha ristabilito il bando che era stato precedentemente eliminato dal suo predecessore, Barack Obama, il quale invece aveva intensificato i fondi federali a beneficio delle cliniche abortiste di Planned Parenthood. Non sono mancate le obiezioni da parte dei democratici, sostenuti anche dai governi di Olanda e Belgio che hanno lanciato un fondo internazionale per rimpiazzare i finanziamenti bloccati da Washington.

La decisione antiabortista di Trump è arrivata a pochi giorni dalla consueta Marcia per la Vita, organizzata dalle realtà prolife americane in occasione dell’anniversario della storica sentenza “Roe v. Wade” che nel 1973 legalizzò l’aborto negli Stati Uniti. La manifestazione, giunta quest’anno alla 44esima edizione, oltre ad essere stata benedetta con un tweet dallo stesso Trump, ha visto la partecipazione del vicepresidente, Mike Pence. Tra gli applausi e le ovazioni delle decine di migliaia di manifestanti ha parlato di «svolta storica» per la battaglia all’aborto. «Il presidente e io  siamo con la Marcia per la Vita», ha sottolineato il numero due statunitense. La nuova amministrazione «non si fermerà finché verrà stabilita una cultura della vita», ha dichiarato Pence ricordando l’atto firmato da Trump nello studio ovale pochi giorni prima. Il convinto e appassionato intervento di Pence ha notevolmente rafforzato il fronte prolife americano: infatti, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un membro della Casa Bianca ha partecipato così attivamente alla manifestazione.

Anche sul fronte giudiziario Trump non ha disatteso le promesse. Infatti, all’inizio del mese di febbraio ha designato il sostituto del defunto giudice Antonin Scalia alla Corte suprema: Neil Gorsuch, del Colorado, anche lui di orientamento conservatore. Qualora sia confermato dal Congresso, Gorsuch riporta equilibrio in un organo chiamato a decidere su temi sensibili. Sono note le sue posizioni in linea con i temi prolife espresse in un suo famoso saggio sul tema del fine vita. Quest’ultimo aspetto può essere determinante in quanto attiverebbe un processo di coordinamento e uniformazione delle contrastanti legislazioni federali.

Una concatenazione di eventi di questa portata hanno giustamente registrato il plauso del mondo prolife nostrano e d’oltreoceano. Che la difesa del diritto alla vita, quale principio non negoziabile, torni ad essere tra i punti programmatici della nuova amministrazione è una notevole inversione di rotta rispetto alla precedente. L’effetto che può avere in Europa non è da sottovalutare.

Allo stesso tempo, però, rimangono alcuni nodi che è necessario sciogliere circa l’impostazione di Trump sui temi etici. Due aspetti meritano una riflessione: la proposta di cancellazione dell’Obamacare e la reintroduzione della tecnica del waterboarding.

Prima di firmare il «decreto anti – aborto», Donald Trump con un altro executive order ha sferrato il primo colpo alla storica riforma sanitaria approvata da Obama nel 2010 ed entrata in vigore nel 2014, nota come «Obamacare». Anche se non esente da importanti punti critici ha avuto il merito di garantire la copertura sanitaria a milioni di persone che prima ne erano sprovviste. Le ragioni della scelta del tycoon americano sono essenzialmente economiche. Ed è proprio questo punto di vista che merita una precisazione. Anche se sono necessari drastici interventi economici, proprio perché la sanità non è esente dalle leggi economiche, non è pensabile però che l’economia diventi disumana: il bene in gioco tocca troppo da vicino la persona per pensare di poter agire con criteri meramente economici. Infatti, un intervento economicamente corretto deve essere anche eticamente corretto, cioè improntato al pieno rispetto della persona, non solo nella fase iniziale e finale della vita. La difesa della vita, in un’ottica integrale, non può prescindere da questo principio. In altre parole, la giustizia non può essere disgiunta dalla solidarietà, che è il volto sociale della carità.

La giustizia, inoltre, verrebbe anche minata dalla proposta di reintroduzione del waterboarding, tecnica di interrogatorio che simula l’annegamento al fine di sottomettere psicologicamente l’interrogato: un ingiustificabile trattamento disumano e degradante ampiamente superato e vietato dal diritto internazionale.

Dunque, fermo restando la lodevole posizione sui temi dell’aborto, affinché la difesa della vita possa dirsi credibile non può limitarsi solo a determinate fasi. È necessario, invece, aver cura della dignità dell’uomo nella sua dimensione integrale.

Massimo Magliocchetti

L’articolo, seppur con alcune modifiche, è stato pubblicato
sul Mensile Noi Famiglia & Vita, ed. febbraio 2017, p. 34 -35.

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