Il Concepito? E’ uno di noi

Perché proteggere l’embrione è una questione di uguaglianza

di Massimo Magliocchetti

La moderna cultura giuridica si fonda sul principio di uguale dignità di ogni essere umano. Questo principio è stato sancito all’interno delle più importanti costituzioni moderne e nelle Carte internazionali. È la base dei diritti umani.

Il solo fatto di appartenere alla specie umana, infatti, ci rende uguali nella dignità, sebbene diversi per tante altre ragioni. La ricchezza della diversità non può infatti rendere meno forte l’uguaglianza nella dignità.

La Costituzione italiana esprime molto profondamente questo concetto all’interno dell’art2 Cost., nel quale viene sancito che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

La Costituzione, ovviamente, sulla base anche del dibattito internazionale e della cultura dei diritti umani, riconosce i diritti inviolabili dell’uomo. Cioè prende atto che questi esistano prima della Costituzione stessa. In un certo senso, prende atto di ciò che esiste in quanto tale. E se ne fa carico, impegnando la collettività nel richiedere l’adempimento dei doveri di solidarietà, declinati nella triplice forma: politica, economica e sociale.

Sempre la Costituzione italiana, all’art3., primo comma, Cost., consacra il principio secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Tale dignità, che fonda i diritti inviolabili di ciascuna persona, non ammette distinzioni sulla base, in particolare, delle condizioni personali e sociali.

Questa premessa, ci aiuta a capire perché la teoria dei diritti umani crollerebbe se la legge definisse l’uguaglianza tra le persone sulla base di criteri che non siano quello della dignità dell’uomo. Se così non fosse, infatti, una condizione personale e sociale – come la situazione in cui versa il concepito – diverrebbe, al pari del sesso, piuttosto che della religione, un motivo per accordare o meno il principio di uguaglianza agli esseri umani.

Nel Novecento abbiamo potuto sperimentare cosa significa riconoscere la dignità dell’uomo a certe condizioni. La triste storia delle dittature del secolo scorso è una memoria che non possiamo dimenticare. Ci insegna, infatti, che ogni criterio arbitrario per la concessione dell’uguaglianza diventa la negazione della giustizia. La negazione dell’umanità.

Ebbene, il discorso appena accennato non cambia quando parliamo dell’embrione. L’embrione merita di essere trattato uguale a noi? Possiede, in virtù del principio di uguaglianza, quei diritti inviolabili dell’uomo che sono propri degli esseri umani? La risposta è certamente positiva.

Per non tradire il principio di uguaglianza, infatti, bisogna partire dal riconoscimento dello stesso ad ogni appartenente alla specie umana. Ebbene, la scienza, ormai, ci permette di affermare che, dal momento del concepimento, nasce un essere umano appartenente alla specie umana, con un patrimonio genetico unico e irripetibile che inizia un percorso graduale, continuo, coordinato e finalisticamente orientato. Insomma, il concepito è uno di noi. E non possono essere le condizioni sociali e personali a renderlo inidoneo a divenire titolare dei diritti inviolabili dell’uomo. Perché l’uguaglianza non può essere frutto di una convenzione. Per la definizione di vita umana, e quindi del riconoscimento o meno dei diritti umani e del principio di uguaglianza, il diritto non può infatti rimettersi a parametri soggettivi o convenzionali, ma necessita del criterio meno arbitrario e aleatorio possibile, che non può che essere quello biologico.

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Autore: Massimo Magliocchetti

Appassionato di bioetica, diritto e politica. Studio e scrivo per passione.

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