Pillole di Evangelium Vitae #4

Rubrica domenicale su Evangelium Vitae

L’Enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II rappresenta il testo fondamentale per tutti coloro che vivono il loro attivismo prolife all’interno di un contesto personale e comunitario di Fede.

Anche se per essere prolife non è necessario avere Fede, questa rubrica vuole avvicinare i lettori di questo blog al testo di GPII, offrendo uno strumento di riflessione.

In comunione con tutti i Vescovi del mondo

5. Al problema delle minacce alla vita umana nel nostro tempo è stato dedicato il Concistoro straordinario dei Cardinali, svoltosi a Roma dal 4 al 7 aprile 1991. Dopo un’ampia e approfondita discussione del problema e delle sfide poste all’intera famiglia umana e, in particolare, alla comunità cristiana, i Cardinali, con voto unanime, mi hanno chiesto di riaffermare con l’autorità del Successore di Pietro il valore della vita umana e la sua inviolabilità, in riferimento alle attuali circostanze ed agli attentati che oggi la minacciano.

Accogliendo tale richiesta, ho scritto nella Pentecoste del 1991 una lettera personale a ciascun Confratello perché, nello spirito della collegialità episcopale, mi offrisse la sua collaborazione in vista della stesura di uno specifico documento.6 Sono profondamente grato a tutti i Vescovi che hanno risposto, fornendomi preziose informazioni, suggerimenti e proposte. Essi hanno testimoniato anche così la loro unanime e convinta partecipazione alla missione dottrinale e pastorale della Chiesa circa il Vangelo della vita.

Nella medesima lettera, a pochi giorni dalla celebrazione del centenario dell’Enciclica Rerum novarum, attiravo l’attenzione di tutti su questa singolare analogia: «Come un secolo fa ad essere oppressa nei suoi fondamentali diritti era la classe operaia, e la Chiesa con grande coraggio ne prese le difese, proclamando i sacrosanti diritti della persona del lavoratore, così ora, quando un’altra categoria di persone è oppressa nel diritto fondamentale alla vita, la Chiesa sente di dover dare voce con immutato coraggio a chi non ha voce. Il suo è sempre il grido evangelico in difesa dei poveri del mondo, di quanti sono minacciati, disprezzati e oppressi nei loro diritti umani».7

Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati. Se alla Chiesa, sul finire del secolo scorso, non era consentito tacere davanti alle ingiustizie allora operanti, meno ancora essa può tacere oggi, quando alle ingiustizie sociali del passato, purtroppo non ancora superate, in tante parti del mondo si aggiungono ingiustizie ed oppressioni anche più gravi, magari scambiate per elementi di progresso in vista dell’organizzazione di un nuovo ordine mondiale.

La presente Enciclica, frutto della collaborazione dell’Episcopato di ogni Paese del mondo, vuole essere dunque una riaffermazione precisa e ferma del valore della vita umana e della sua inviolabilità, ed insieme un appassionato appello rivolto a tutti e a ciascuno, in nome di Dio: rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità!

Giungano queste parole a tutti i figli e le figlie della Chiesa! Giungano a tutte le persone di buona volontà, sollecite del bene di ogni uomo e donna e del destino dell’intera società!

6. In profonda comunione con ogni fratello e sorella nella fede e animato da sincera amicizia per tutti, voglio rimeditare e annunciare il Vangelo della vita, splendore di verità che illumina le coscienze, limpida luce che risana lo sguardo ottenebrato, fonte inesauribile di costanza e coraggio per affrontare le sempre nuove sfide che incontriamo sul nostro cammino.

E mentre ripenso alla ricca esperienza vissuta durante l’Anno della Famiglia, quasi completando idealmente la Lettera da me indirizzata «ad ogni famiglia concreta di qualunque regione della terra»,8 guardo con rinnovata fiducia a tutte le comunità domestiche ed auspico che rinasca o si rafforzi ad ogni livello l’impegno di tutti a sostenere la famiglia, perché anche oggi — pur in mezzo a numerose difficoltà e a pesanti minacce — essa si conservi sempre, secondo il disegno di Dio, come «santuario della vita».9

A tutti i membri della Chiesa, popolo della vita e per la vita, rivolgo il più pressante invito perché, insieme, possiamo dare a questo nostro mondo nuovi segni di speranza, operando affinché crescano giustizia e solidarietà e si affermi una nuova cultura della vita umana, per l’edificazione di un’autentica civiltà della verità e dell’amore.

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Pillole di Evangelium Vitae #3

Rubrica domenicale su Evangelium Vitae

L’Enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II rappresenta il testo fondamentale per tutti coloro che vivono il loro attivismo prolife all’interno di un contesto personale e comunitario di Fede.

Anche se per essere prolife non è necessario avere Fede, questa rubrica vuole avvicinare i lettori di questo blog al testo di GPII, offrendo uno strumento di riflessione.

Le nuove minacce alla vita umana

3. Ciascun uomo, proprio a motivo del mistero del Verbo di Dio che si è fatto carne (cf. Gv 1, 14), è affidato alla sollecitudine materna della Chiesa. Perciò ogni minaccia alla dignità e alla vita dell’uomo non può non ripercuotersi nel cuore stesso della Chiesa, non può non toccarla al centro della propria fede nell’incarnazione redentrice del Figlio di Dio, non può non coinvolgerla nella sua missione di annunciare il Vangelo della vita in tutto il mondo e ad ogni creatura (cf. Mc 16, 15).

Oggi questo annuncio si fa particolarmente urgente per l’impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone e dei popoli, soprattutto quando essa è debole e indifesa. Alle antiche dolorose piaghe della miseria, della fame, delle malattie endemiche, della violenza e delle guerre, se ne aggiungono altre, dalle modalità inedite e dalle dimensioni inquietanti.

Già il Concilio Vaticano II, in una pagina di drammatica attualità, ha deplorato con forza molteplici delitti e attentati contro la vita umana. A trent’anni di distanza, facendo mie le parole dell’assise conciliare, ancora una volta e con identica forza li deploro a nome della Chiesa intera, con la certezza di interpretare il sentimento autentico di ogni coscienza retta: «Tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili; tutte queste cose, e altre simili, sono certamente vergognose e, mentre guastano la civiltà umana, inquinano coloro che così si comportano ancor più che non quelli che le subiscono; e ledono grandemente l’onore del Creatore».5

4. Purtroppo, questo inquietante panorama, lungi dal restringersi, si va piuttosto dilatando: con le nuove prospettive aperte dal progresso scientifico e tecnologico nascono nuove forme di attentati alla dignità dell’essere umano, mentre si delinea e consolida una nuova situazione culturale, che dà ai delitti contro la vita un aspetto inedito e — se possibile — ancora più iniquo suscitando ulteriori gravi preoccupazioni: larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non solo l’impunità, ma persino l’autorizzazione da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle strutture sanitarie.

Ora, tutto questo provoca un cambiamento profondo nel modo di considerare la vita e le relazioni tra gli uomini. Il fatto che le legislazioni di molti Paesi, magari allontanandosi dagli stessi principi basilari delle loro Costituzioni, abbiano acconsentito a non punire o addirittura a riconoscere la piena legittimità di tali pratiche contro la vita è insieme sintomo preoccupante e causa non marginale di un grave crollo morale: scelte un tempo unanimemente considerate come delittuose e rifiutate dal comune senso morale, diventano a poco a poco socialmente rispettabili. La stessa medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice sé stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano. In un simile contesto culturale e legale, anche i gravi problemi demografici, sociali o familiari, che pesano su numerosi popoli del mondo ed esigono un’attenzione responsabile ed operosa delle comunità nazionali e di quelle internazionali, si trovano esposti a soluzioni false e illusorie, in contrasto con la verità e il bene delle persone e delle Nazioni.

L’esito al quale si perviene è drammatico: se è quanto mai grave e inquietante il fenomeno dell’eliminazione di tante vite umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il fatto che la stessa coscienza, quasi ottenebrata da così vasti condizionamenti, fatica sempre più a percepire la distinzione tra il bene e il male in ciò che tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana.

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Eutanasia, Polis Pro Persona: ultimo appello al Parlamento

Le oltre settanta associazioni partecipanti al convegno “EUTANASIA E SUICIDIO ASSISTITO: quale dignità della morte e del morire?”, l’11 settembre 2019 presso il centro congressi della CEI, in Roma,  nell’avvicinarsi dell’udienza della Corte costituzionale del 24 settembre 2019, all’esito della quale – come si prospetta nell’ordinanza n. 207/18 – potrebbe venire legalizzato il suicidio anche medicalmente assistito, in quanto il Parlamento non ha legiferato sul tema nel termine assegnato, si sono appellate ai Presidenti di Camera e Senato, oltre che ad ogni singolo parlamentare, affinché:

  1. a prescindere da ogni opinione nel merito, non rifiutino il compito che la Costituzione ha assegnato in via esclusiva al Parlamento, come accadrebbe, invece, qualora la disciplina sulla liceità o meno del procurare la morte a una persona, anche a mezzo di assistenza sanitaria, non derivasse da un voto di Camera e Senato, unici rappresentanti di quella sovranità popolare che dà esistenza stessa alla Repubblica italiana;
  2. in ogni caso rappresentino alla Corte costituzionale la necessità che il prossimo 24 settembre l’udienza sia differita, atteso che disciplinare la vita e la morte e con esse la funzione e il senso stesso del Servizio Sanitario nazionale sono questioni da inserire in un dibattito parlamentare ampio e consapevole, nei tempi che si renderanno necessari a Camera e Senato senza compressioni esterne, e ciò persino a prescindere dalla oggettiva limitazione dei calendari del Legislatore a causa delle sopravvenute urgenze istituzionali emerse nella corrente estate;
  3. convengano che il tema dell’eutanasia non può dipendere dalle occasionali maggioranze politiche, bensì all’autonomia di giudizio e alla libera coscienza di ciascun rappresentante della sovranità popolare, al fine di consentire che i lavori, il dibattito e il confronto parlamentari siano sostenuti da una forte e trasparente tensione di ciascuno alla verità delle scelte antropologiche e di significato del SSN, che saranno compiute.
  4. considerino che un serio riscontro alle problematiche poste nell’ordinanza n. 207/18 della Corte costituzionale appare possibile modulando più articolatamente le fattispecie penali dell’art. 580 c.p., nonché valorizzando più congruamente la risorsa delle cure palliative.

Cosa ha detto Bassetti su eutanasia e suicidio assistito

Riportiamo il discorso del Presidente della Conferenza Episcopale italiana, Card. Gualtiero Bassetti, durante il convegno dell’11 settembre 2019, dal titolo “Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?


Introduzione

Carissimi, vi ringrazio per la vostra presenza numerosa e qualificata. Ringrazio la Segreteria Generale della CEI per il lavoro con cui in questi tre anni ha accompagnato il Tavolo “Famiglia e vita”, attorno al quale è nata la proposta di questo incontro, allargato a tante Associazioni e realtà. Siamo qui insieme per riflettere sulla questione del cosiddetto “suicidio assistito” e sulla sua regolamentazione da parte del Parlamento o, in sostituzione del Parlamento, da parte della Corte Costituzionale. La questione è stata sollevata il 14 febbraio dello scorso anno dalla Corte d’Assise di Milano, a proposito della sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice Penale, che punisce chi aiuta o istiga una persona al suicidio. Il contesto, lo ricorderete, è quello del processo a Marco Cappato per aver assistito e confermato Fabio Antoniani nelle sue intenzioni suicidarie.

La Consulta ha, quindi, deciso di rinviare la trattazione della questione all’udienza del prossimo 24 settembre, invitando nel frattempo il Parlamento a colmare il vuoto giuridico riguardante le situazioni relative al fine vita. Se entro questa data il Parlamento non avrà condiviso un testo unico sull’argomento, la Consulta stessa potrebbe intervenire con una sua sentenza. Se così avverrà, il Parlamento avrà abdicato alla sua funzione legislativa e rinunciato a dibattere su una questione di assoluto rilievo.

Vista la gravità di queste tematiche e raccogliendo una preoccupazione diffusa, ho affidato il mio pensiero a un’ampia intervista, pubblicata dal quotidiano Avvenire in apertura dell’edizione di domenica 14 luglio. Su questo sfondo, oggi sento il dovere di esprimere nuovamente, a nome della Chiesa italiana, una posizione chiara su un tema che tocca i più diversi ambiti della vita individuale e associata; riguarda il piano normativo e, da questo, influenza il sentire comune e la prassi quotidiana, venendo a determinare gli stessi principi della convivenza.

Nel mio intervento odierno, intendo soffermarmi dapprima sulle implicazioni culturali della teoria e della pratica del suicidio assistito; affronterò poi le sue implicanze etiche, richiamando il principio inderogabile del rispetto della vita. In seguito, prenderò in esame le opzioni possibili in ambito giuridico, considerando l’incompatibilità di una legge favorevole al suicidio assistito con i principi costituzionali e la tutela dei diritti umani. Passerò poi a considerare le conseguenze sociali di una legittimazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, per concludere con un riferimento al compito della Chiesa.

Il diffondersi di un pensiero e di pratiche contrari alla vita

Da alcuni anni, e con sempre maggior frequenza, specialmente a seguito di alcuni casi che hanno avuto una vasta eco nel dibattito pubblico, anche nel nostro Paese si discute la possibilità di ricorrere all’eutanasia come via d’uscita al problema di una prolungata malattia e di un’intensa sofferenza fisica; da parte di alcuni si pretende che tale pratica, finora illecita sotto il profilo giuridico, venga finalmente ammessa, come già accaduto in altri Stati.

L’eutanasia non va confusa con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non è compresa, quasi si volesse porre sempre in atto ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure. Tuttavia, mentre nel caso del rifiuto all’accanimento, la morte è intesa come un male che ormai non può essere evitato, nel caso dell’eutanasia essa è direttamente cercata: sia che si tratti di eutanasia attiva – mediante la somministrazione al malato di sostanze letali – sia che si tratti della sua forma passiva, con l’omissione di cure o del sostegno necessari alla sopravvivenza. L’intenzione che muove chi compie l’atto eutanasico non è la rassegnazione davanti alla morte, ma la positiva scelta di porre fine all’esistenza del malato.

L’eutanasia potrebbe essere attuata contro la volontà del malato, nel qual caso si delineerebbe come omicidio, oppure assecondando la sua richiesta, configurandosi allora come assecondamento della volontà del malato di porre termine alla propria esistenza. In quest’ultima forma, l’eutanasia viene a rassomigliare fortemente al cosiddetto “suicidio assistito”, nel quale è il malato stesso a darsi la morte, in seguito all’aiuto prestatogli, su sua richiesta, da parte del personale sanitario, il quale prepara e porge le sostanze letali, che il paziente assume autonomamente. Il suicidio assistito differisce, dunque, solo formalmente dall’eutanasia, poiché in entrambi i casi l’intenzione dell’atto e il suo effetto sono i medesimi, cioè la morte della persona.

L’ammissione di questa pratica avrebbe effetti estremamente rilevanti dal punto di vista culturale, poiché il suicidio assistito è inteso dai suoi promotori come un diritto da assicurare a chi sia irreversibilmente malato e come un’espressione di libertà personale. Necessaria e sufficiente sarebbe la manifestazione del desiderio del soggetto di non proseguire la propria esistenza, intenzione alla quale si dovrebbe dare seguito e attuazione.

Dobbiamo soffermarci con attenzione su questo passaggio cruciale, perché rappresenta il punto di appoggio della posizione di coloro che rivendicano il diritto al suicidio e, al tempo stesso, il punto di maggiore debolezza del loro ragionamento. Essi ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita? Da parte nostra affermiamo con forza che, anche nel caso di una grave malattia, va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto.

Ugualmente, va confutato il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà, poiché la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore. Se così fosse, non vi sarebbe ragione per prevenire il suicidio di alcuno. In tal caso, però, la base stessa della vita e della convivenza sociale sarebbero messe a repentaglio.

Il valore primario della vita

La volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato diventa un peso per la famiglia, le cui maglie si allargano e il cui abbraccio nel nostro contesto sociale diventa fatalmente meno capace di sostenere chi è più debole. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa.

È drammatico che la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei “forti”.

A bene vedere, questa visione si fonda su un presupposto utilitaristico, per il quale ha senso solo ciò che genera piacere o qualche forma di convenienza materiale. Dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza. Svegliamoci dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell’amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere. Facciamo sentire che il peso che portano non diventa un ostacolo per chi li circonda, ma genera in noi la prossimità e la cura.

Come cristiani siamo convinti  che la persona «non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri».[1] Ogni persona, quindi, ha una necessità costitutiva di relazione con gli altri e può realizzarsi solo nel dono di sé e nell’apertura al prossimo. Siamo persone, non semplici individui, e nessuno ha solo la capacità di dare o di ricevere, ma tutti diamo e riceviamo al contempo. La stessa malattia, se vissuta all’interno di relazioni positive, può assumere contorni molto diversi, e fare percepire a chi soffre che egli non solo riceve, ma anche dona. Anche per il malato, sottrarsi a questo reciproco scambio sarebbe – lo dico con grande rispetto ma con franchezza – un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare.

Ecco allora la base sulla quale va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Mi rendo conto che questo pensiero ad alcuni sembrerà incomprensibile o addirittura violento. Eppure, porta molta consolazione il riconoscere che la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo, perché restiamo debitori agli altri dell’amore che dobbiamo loro e di cui hanno bisogno.

L’urgenza del dibattito parlamentare nel rispetto dei principi costituzionali

La logica utilitarista porta rapidamente a una crisi del diritto stesso, il quale si vede trasformato in mera convenzione, in arbitrarietà e accordo tra le parti, invece che essere il mezzo per promuovere i valori umani.

La crisi giuridica emerge con evidenza nel passaggio istituzionale al quale stiamo assistendo, apparentemente avvitatosi in un percorso senza sbocchi, ma in realtà orientato, sottotraccia, all’approvazione di principi lesivi dell’essere umano.

Incaricato dalla Corte costituzionale di legiferare attorno alle questioni dell’eutanasia e della morte volontaria, il Parlamento si è limitato a presentare alcune proposte di legge, senza pervenire né a un testo condiviso, né ad affrontare in modo serio il dibattito. Ora, per evitare che una sentenza della Consulta provochi lo smantellamento del reato di aiuto al suicidio, il Parlamento – come ha auspicato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare.

La via più percorribile sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso.

Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito.

In realtà, ben prima che sul reato di suicidio, i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, approvate con la legge 219, del dicembre 2017. Le disposizioni contenute in quel testo, infatti, rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. La legge 219 andrebbe, infatti, rivista laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato.

L’equivocità della legge sul biotestamento è resa evidente se messa in rapporto con il drammatico epilogo della vicenda del francese Vincent Lambert e al quale in Italia, proprio in virtù della legge 219, sarebbero state sospese nutrizione e idratazione, mediante l’accordo tra il medico e il legale, anche senza alcun coinvolgimento del giudice. 

L’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe allora un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», il primo dei quali è quello alla vita. Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile, con le enormi conseguenze sul piano sociale che tenterò ora di tratteggiare.

Il pericolo della selezione e l’urgenza della solidarietà

Quali sarebbero, dunque, gli effetti sociali qualora nell’ordinamento italiano venisse affermata la liceità del suicidio assistito e dell’eutanasia?

Non ci vuol molto per immaginare che si darebbe il via a un piano inclinato: diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato. L’eventualità di togliersi la vita rappresenterebbe in apparenza una via di fuga che assicura libertà, ma in realtà verrebbe a determinare una terribile incertezza: se sia più conveniente rinunciare all’esistenza o proseguirla. Lo ripeto: il togliersi la vita non è dignitoso per l’essere umano; il semplice credere di poterlo fare è in grado di svuotare di senso tutta l’esistenza personale. Tale scenario sarebbe devastante, per esempio, nei passaggi difficili dell’adolescenza, e la frase detta per assurdo dai ragazzi: «Preferirei morire!», diventerebbe drammaticamente più concreta.

L’introduzione dell’eutanasia aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico.

Siamo una società che già seleziona, e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere: i più indifesi sono già eugeneticamente selezionati e in una grande percentuale non sono fatti nascere se portano qualche malattia o malformazione.

Le leggi di cui temiamo l’approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo: si usa e si getta. Verrebbe così trasformato pure il senso della professione medica, alla quale è affidato il compito di servire la vita. La stessa sanità diventerebbe sempre più una sanità a due livelli, e si accrescerebbe la pericolosa tendenza a offrire cure più o meno qualificate, a seconda delle possibilità economiche di ognuno.

Mi piace a questo punto citare l’insegnamento del Papa. Lo faccio in un momento nel quale il parlare mi è divenuto pesante, a causa dell’asprezza dei contenuti; il ricordo della testimonianza quotidiana del Santo Padre, mi porta consolazione e m’infonde speranza. Dopo aver riconosciuto che «in molti Paesi c’è una crescita della richiesta di eutanasia», Papa Francesco afferma: «Ciò ha portato a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”. È chiaro – aggiunge – che laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile. In questo scenario occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile». E conclude: «Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile che lo aiuti ad affrontare anche il dolore e la morte, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo».[2]

Il compito ecclesiale della testimonianza nelle opere e nelle parole

L’ultimo spunto che brevemente considero, riguarda proprio il compito della Chiesa. Essa è chiamata a rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna. Nel quadro della nostra società, spesso smarrita e in cerca di un senso e di un orientamento, la Chiesa questi valori deve viverli, facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese.

Su temi che riguardano tutti, il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto infatti, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo.

Ecco allora il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle Associazioni: vi saluto davvero tutte con grande cordialità e affetto! Siete contesti vitali nei quali sperimentare fraternità e condividere intenti e progettualità.

Con questo, al mondo della politica assicuro che la Chiesa riconosce e promuove una sana laicità, mentre partecipiamo con umiltà e convinzione al dibattito pubblico e non esitiamo a incalzarlo perché non smarrisca la dignità di ogni essere umano né ceda a discriminazioni e a tentazioni selettive. La preoccupazione manifestata da tanti laici, anche di diversa sensibilità, possa contribuire a un positivo confronto, e faccia maturare giudizi sempre più avveduti e consapevoli.

Conclusione

Ringrazio tutti voi per essere qui oggi e per l’impegno con il quale contribuite al dibattito pubblico sulle tematiche relative alla vita. Che questa passione per la tutela e la promozione della vita e dell’autentica libertà delle persone, possa diffondersi a tutti i cristiani, a tutti i cittadini e ai nostri Parlamentari, molti dei quali so essere presenti in sala o comunque partecipi.

Il Signore ci assista in quest’opera di testimonianza alla dignità di ogni persona, che egli ha creata e redenta. La Madre di Gesù, che ha portato la croce insieme al suo Figlio, ci insegni a lottare, a sopportare, a guardare oltre la materialità delle cose, con occhi di fede.

Gualtiero Card. Bassetti

Arcivescovo di Perugia – Città della Piev

Presidente della CEI


[1] E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma 2004, 60.

[2] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 26 gennaio 2018.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Saviano sbaglia, la cocaina è morte

Idee folli

Al Festival del Cinema di Venezia, lo scrittore Roberto Saviano ha rilasciato dichiarazioni folli. Il tema: legalizzazione della cocaina.

Secondo lo scrittore, come riportato dalla stampa nazionale: «La cocaina andrebbe legalizzata, solo così si bloccherebbero i pozzi di petrolio delle organizzazioni criminali. La legalizzazione trasformerebbe l’economia mondiale» .

Dura è stata la reazione della Federazione italiana delle Comunità terapeutiche, che puntualizzato:«Siamo spiazzati. Cosa legalizzeremo per combattere le mafie? È possibile che non si consideri mai l’aspetto educativo? Ma che messaggio diamo ai nostri ragazzi? Che sono meno importanti della pur fondamentale lotta al narcotraffico? Noi non ci stiamo».

La realtà sulla droga

Quando ho letto la dichiarazione di Saviano non mi sono stupito più di tanto. Già ho avuto modo di commentare le uscite poco condivisibili dello scrittore.

Mentre pensavo a come argomentare il mio dissenso mi sono tornati in mente i volti rinati dei ragazzi di San Patrignano, usciti dal tunnel della droga.

Quindi senza lanciarmi in arringhe intellettuali, che comunque troveranno spazio in questo blog nei prossimi giorni, voglio condividere queste storie.

Storie vere. Storie di speranza, che però iniziano nella palude delle droghe. Donne e uomini che, partendo dallo “spinello”, arrivano al consumo dell’eroina e delle droghe più pensanti. Ragazzi che sfiorano la morte.

Saviano si sbaglia: legalizzare la cocaina significa condannare a morte i nostri ragazzi, i nostri concittadini. Saviano si sbaglia. La droga non va legalizzata, va combattuta.

Eleonora e Greta smentiscono Saviano

“Credevo di avere un’adolescenza felice perché ero sempre sballata. Ho cominciato con le canne a 13 anni, poi le droghe sintetiche, la cocaina e l’eroina“. Eleonora è una donna di 31 anni. E’ entrata a San Patrignano a 29 anni. Da ragazzina prima e da adulta poi, ha pensato per troppo tempo di avere una vita normale.

Uno dei tanti inganni della droga è proprio questo: farti sembrare normale una vita che dipende totalmente dalle sostanze.

Nel caso di Eleonora, però, la droga non ha vinto sui suoi sogni di futuro. Ascolta e condividi la #sanpastoria di Eleonora.

Oppure la storia di Greta: “L’unico mio pensiero era farmi dalla mattina alla sera. Ho vissuto per strada come una barbona. L’8 marzo ero vicino a un ponte, la mia testa mi diceva basta, falla finita. Poi è arrivata la mia mamma…”.

Credo che queste storie, come le tante altre che è possibile ascoltare sul profilo youtube della Comunità di San Patrignano, rispondono in modo efficace alle folli dichiarazioni di Saviano.

Anche Sanders lancia l’aborto ecologico

Per la rubrica #In2parole oggi vi segnalo una notizia raccapricciante.

Il candidato democratico (sic!) alla Casa Bianca Bernie Sanders  si è detto favorevole ad affrontare l’emergenza del cambiamento climatico con una politica di controllo delle nascite. Tradotto: l’aborto ecologico.

Pochi giorni fa, proprio su questo blog, segnalavo la dichiarazione di Ocasio Cortez che si diceva favorevole ad una simile soluzione.

Come riportato dalla stampa nazionale, Sanders, durante un dibattito con il pubblico alla Cnn, sul punto ha dichiarato:  «Le donne hanno diritto al controllo del proprio corpo e decidere sulla riproduzione . L’aumento della popolazione può aggravare la situazione ambientale? Penso di sì, tocca alle donne decidere, soprattutto in quei Paesi dove ci sono condizioni diffuse di povertà. Negare il diritto all’aborto è ingiusto»

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Pillole di Evangelium Vitae #2

Rubrica domenicale di meditazione su Evangelium Vitae

L’Enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II rappresenta il testo fondamentale per tutti coloro che vivono il loro attivismo prolife all’interno di un contesto personale e comunitario di Fede.

Anche se per essere prolife non è necessario avere Fede, questa rubrica vuole avvicinare i lettori di questo blog al testo di GPII, offrendo uno strumento di riflessione.

Il valore incomparabile della persona umana

2. L’uomo è chiamato a una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena, poiché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio.

L’altezza di questa vocazione soprannaturale rivela la grandezza e la preziosità della vita umana anche nella sua fase temporale. La vita nel tempo, infatti, è condizione basilare, momento iniziale e parte integrante dell’intero e unitario processo dell’esistenza umana. Un processo che, inaspettatamente e immeritatamente, viene illuminato dalla promessa e rinnovato dal dono della vita divina, che raggiungerà il suo pieno compimento nell’eternità (cf. 1 Gv 3, 1-2). Nello stesso tempo, proprio questa chiamata soprannaturale sottolinea la relatività della vita terrena dell’uomo e della donna. Essa, in verità, non è realtà «ultima», ma «penultima»; è comunque realtà sacra che ci viene affidata perché la custodiamo con senso di responsabilità e la portiamo a perfezione nell’amore e nel dono di noi stessi a Dio e ai fratelli.

La Chiesa sa che questo Vangelo della vita, consegnatole dal suo Signore,1 ha un’eco profonda e persuasiva nel cuore di ogni persona, credente e anche non credente, perché esso, mentre ne supera infinitamente le attese, vi corrisponde in modo sorprendente. Pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (cf. Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. Sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica.

Questo diritto devono, in modo particolare, difendere e promuovere i credenti in Cristo, consapevoli della meravigliosa verità ricordata dal Concilio Vaticano II: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo».2 In questo evento di salvezza, infatti, si rivela all’umanità non solo l’amore sconfinato di Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3, 16), ma anche il valore incomparabile di ogni persona umana.

E la Chiesa, scrutando assiduamente il mistero della Redenzione, coglie questo valore con sempre rinnovato stupore 3 e si sente chiamata ad annunciare agli uomini di tutti i tempi questo «vangelo», fonte di speranza invincibile e di gioia vera per ogni epoca della storia. Il Vangelo dell’amore di Dio per l’uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo.

È per questo che l’uomo, l’uomo vivente, costituisce la prima e fondamentale via della Chiesa.4

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