Il bacio della mamma fa stare bene

Il bacio di mamma ci fa stare bene e lo dimostrano le neuroscienze.

Fonte: Saxe R. (2015) Smithsonian Magazine.

Questa è la prima immagine di Risonanza magnetica al mondo che mostra il legame di una madre e di un bambino. L’immagine è della neuroscienziato Rebecca Saxe che bacia suo figlio di due mesi.

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Cosa ha detto la Corte Costituzionale sul suicidio assistito

La Corte costituzionale si è riunita in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte d’assise di Milano sull’articolo 580 del Codice penale riguardanti la punibilità dell’aiuto al suicidio di chi sia già determinato a togliersi la vita.


In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.


In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.


La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018.
Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate.

Roma, 25 settembre 2019


I medici cattolici hanno annunciato che faranno obiezione di coscienza.


La grande responsabilità è del Parlamento.


Eutanasia, Polis Pro Persona: ultimo appello al Parlamento

Le oltre settanta associazioni partecipanti al convegno “EUTANASIA E SUICIDIO ASSISTITO: quale dignità della morte e del morire?”, l’11 settembre 2019 presso il centro congressi della CEI, in Roma,  nell’avvicinarsi dell’udienza della Corte costituzionale del 24 settembre 2019, all’esito della quale – come si prospetta nell’ordinanza n. 207/18 – potrebbe venire legalizzato il suicidio anche medicalmente assistito, in quanto il Parlamento non ha legiferato sul tema nel termine assegnato, si sono appellate ai Presidenti di Camera e Senato, oltre che ad ogni singolo parlamentare, affinché:

  1. a prescindere da ogni opinione nel merito, non rifiutino il compito che la Costituzione ha assegnato in via esclusiva al Parlamento, come accadrebbe, invece, qualora la disciplina sulla liceità o meno del procurare la morte a una persona, anche a mezzo di assistenza sanitaria, non derivasse da un voto di Camera e Senato, unici rappresentanti di quella sovranità popolare che dà esistenza stessa alla Repubblica italiana;
  2. in ogni caso rappresentino alla Corte costituzionale la necessità che il prossimo 24 settembre l’udienza sia differita, atteso che disciplinare la vita e la morte e con esse la funzione e il senso stesso del Servizio Sanitario nazionale sono questioni da inserire in un dibattito parlamentare ampio e consapevole, nei tempi che si renderanno necessari a Camera e Senato senza compressioni esterne, e ciò persino a prescindere dalla oggettiva limitazione dei calendari del Legislatore a causa delle sopravvenute urgenze istituzionali emerse nella corrente estate;
  3. convengano che il tema dell’eutanasia non può dipendere dalle occasionali maggioranze politiche, bensì all’autonomia di giudizio e alla libera coscienza di ciascun rappresentante della sovranità popolare, al fine di consentire che i lavori, il dibattito e il confronto parlamentari siano sostenuti da una forte e trasparente tensione di ciascuno alla verità delle scelte antropologiche e di significato del SSN, che saranno compiute.
  4. considerino che un serio riscontro alle problematiche poste nell’ordinanza n. 207/18 della Corte costituzionale appare possibile modulando più articolatamente le fattispecie penali dell’art. 580 c.p., nonché valorizzando più congruamente la risorsa delle cure palliative.

Cosa ha detto Bassetti su eutanasia e suicidio assistito

Riportiamo il discorso del Presidente della Conferenza Episcopale italiana, Card. Gualtiero Bassetti, durante il convegno dell’11 settembre 2019, dal titolo “Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?


Introduzione

Carissimi, vi ringrazio per la vostra presenza numerosa e qualificata. Ringrazio la Segreteria Generale della CEI per il lavoro con cui in questi tre anni ha accompagnato il Tavolo “Famiglia e vita”, attorno al quale è nata la proposta di questo incontro, allargato a tante Associazioni e realtà. Siamo qui insieme per riflettere sulla questione del cosiddetto “suicidio assistito” e sulla sua regolamentazione da parte del Parlamento o, in sostituzione del Parlamento, da parte della Corte Costituzionale. La questione è stata sollevata il 14 febbraio dello scorso anno dalla Corte d’Assise di Milano, a proposito della sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice Penale, che punisce chi aiuta o istiga una persona al suicidio. Il contesto, lo ricorderete, è quello del processo a Marco Cappato per aver assistito e confermato Fabio Antoniani nelle sue intenzioni suicidarie.

La Consulta ha, quindi, deciso di rinviare la trattazione della questione all’udienza del prossimo 24 settembre, invitando nel frattempo il Parlamento a colmare il vuoto giuridico riguardante le situazioni relative al fine vita. Se entro questa data il Parlamento non avrà condiviso un testo unico sull’argomento, la Consulta stessa potrebbe intervenire con una sua sentenza. Se così avverrà, il Parlamento avrà abdicato alla sua funzione legislativa e rinunciato a dibattere su una questione di assoluto rilievo.

Vista la gravità di queste tematiche e raccogliendo una preoccupazione diffusa, ho affidato il mio pensiero a un’ampia intervista, pubblicata dal quotidiano Avvenire in apertura dell’edizione di domenica 14 luglio. Su questo sfondo, oggi sento il dovere di esprimere nuovamente, a nome della Chiesa italiana, una posizione chiara su un tema che tocca i più diversi ambiti della vita individuale e associata; riguarda il piano normativo e, da questo, influenza il sentire comune e la prassi quotidiana, venendo a determinare gli stessi principi della convivenza.

Nel mio intervento odierno, intendo soffermarmi dapprima sulle implicazioni culturali della teoria e della pratica del suicidio assistito; affronterò poi le sue implicanze etiche, richiamando il principio inderogabile del rispetto della vita. In seguito, prenderò in esame le opzioni possibili in ambito giuridico, considerando l’incompatibilità di una legge favorevole al suicidio assistito con i principi costituzionali e la tutela dei diritti umani. Passerò poi a considerare le conseguenze sociali di una legittimazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, per concludere con un riferimento al compito della Chiesa.

Il diffondersi di un pensiero e di pratiche contrari alla vita

Da alcuni anni, e con sempre maggior frequenza, specialmente a seguito di alcuni casi che hanno avuto una vasta eco nel dibattito pubblico, anche nel nostro Paese si discute la possibilità di ricorrere all’eutanasia come via d’uscita al problema di una prolungata malattia e di un’intensa sofferenza fisica; da parte di alcuni si pretende che tale pratica, finora illecita sotto il profilo giuridico, venga finalmente ammessa, come già accaduto in altri Stati.

L’eutanasia non va confusa con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non è compresa, quasi si volesse porre sempre in atto ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure. Tuttavia, mentre nel caso del rifiuto all’accanimento, la morte è intesa come un male che ormai non può essere evitato, nel caso dell’eutanasia essa è direttamente cercata: sia che si tratti di eutanasia attiva – mediante la somministrazione al malato di sostanze letali – sia che si tratti della sua forma passiva, con l’omissione di cure o del sostegno necessari alla sopravvivenza. L’intenzione che muove chi compie l’atto eutanasico non è la rassegnazione davanti alla morte, ma la positiva scelta di porre fine all’esistenza del malato.

L’eutanasia potrebbe essere attuata contro la volontà del malato, nel qual caso si delineerebbe come omicidio, oppure assecondando la sua richiesta, configurandosi allora come assecondamento della volontà del malato di porre termine alla propria esistenza. In quest’ultima forma, l’eutanasia viene a rassomigliare fortemente al cosiddetto “suicidio assistito”, nel quale è il malato stesso a darsi la morte, in seguito all’aiuto prestatogli, su sua richiesta, da parte del personale sanitario, il quale prepara e porge le sostanze letali, che il paziente assume autonomamente. Il suicidio assistito differisce, dunque, solo formalmente dall’eutanasia, poiché in entrambi i casi l’intenzione dell’atto e il suo effetto sono i medesimi, cioè la morte della persona.

L’ammissione di questa pratica avrebbe effetti estremamente rilevanti dal punto di vista culturale, poiché il suicidio assistito è inteso dai suoi promotori come un diritto da assicurare a chi sia irreversibilmente malato e come un’espressione di libertà personale. Necessaria e sufficiente sarebbe la manifestazione del desiderio del soggetto di non proseguire la propria esistenza, intenzione alla quale si dovrebbe dare seguito e attuazione.

Dobbiamo soffermarci con attenzione su questo passaggio cruciale, perché rappresenta il punto di appoggio della posizione di coloro che rivendicano il diritto al suicidio e, al tempo stesso, il punto di maggiore debolezza del loro ragionamento. Essi ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita? Da parte nostra affermiamo con forza che, anche nel caso di una grave malattia, va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto.

Ugualmente, va confutato il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà, poiché la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore. Se così fosse, non vi sarebbe ragione per prevenire il suicidio di alcuno. In tal caso, però, la base stessa della vita e della convivenza sociale sarebbero messe a repentaglio.

Il valore primario della vita

La volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato diventa un peso per la famiglia, le cui maglie si allargano e il cui abbraccio nel nostro contesto sociale diventa fatalmente meno capace di sostenere chi è più debole. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa.

È drammatico che la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei “forti”.

A bene vedere, questa visione si fonda su un presupposto utilitaristico, per il quale ha senso solo ciò che genera piacere o qualche forma di convenienza materiale. Dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza. Svegliamoci dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell’amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere. Facciamo sentire che il peso che portano non diventa un ostacolo per chi li circonda, ma genera in noi la prossimità e la cura.

Come cristiani siamo convinti  che la persona «non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri».[1] Ogni persona, quindi, ha una necessità costitutiva di relazione con gli altri e può realizzarsi solo nel dono di sé e nell’apertura al prossimo. Siamo persone, non semplici individui, e nessuno ha solo la capacità di dare o di ricevere, ma tutti diamo e riceviamo al contempo. La stessa malattia, se vissuta all’interno di relazioni positive, può assumere contorni molto diversi, e fare percepire a chi soffre che egli non solo riceve, ma anche dona. Anche per il malato, sottrarsi a questo reciproco scambio sarebbe – lo dico con grande rispetto ma con franchezza – un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare.

Ecco allora la base sulla quale va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Mi rendo conto che questo pensiero ad alcuni sembrerà incomprensibile o addirittura violento. Eppure, porta molta consolazione il riconoscere che la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo, perché restiamo debitori agli altri dell’amore che dobbiamo loro e di cui hanno bisogno.

L’urgenza del dibattito parlamentare nel rispetto dei principi costituzionali

La logica utilitarista porta rapidamente a una crisi del diritto stesso, il quale si vede trasformato in mera convenzione, in arbitrarietà e accordo tra le parti, invece che essere il mezzo per promuovere i valori umani.

La crisi giuridica emerge con evidenza nel passaggio istituzionale al quale stiamo assistendo, apparentemente avvitatosi in un percorso senza sbocchi, ma in realtà orientato, sottotraccia, all’approvazione di principi lesivi dell’essere umano.

Incaricato dalla Corte costituzionale di legiferare attorno alle questioni dell’eutanasia e della morte volontaria, il Parlamento si è limitato a presentare alcune proposte di legge, senza pervenire né a un testo condiviso, né ad affrontare in modo serio il dibattito. Ora, per evitare che una sentenza della Consulta provochi lo smantellamento del reato di aiuto al suicidio, il Parlamento – come ha auspicato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare.

La via più percorribile sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso.

Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito.

In realtà, ben prima che sul reato di suicidio, i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, approvate con la legge 219, del dicembre 2017. Le disposizioni contenute in quel testo, infatti, rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. La legge 219 andrebbe, infatti, rivista laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato.

L’equivocità della legge sul biotestamento è resa evidente se messa in rapporto con il drammatico epilogo della vicenda del francese Vincent Lambert e al quale in Italia, proprio in virtù della legge 219, sarebbero state sospese nutrizione e idratazione, mediante l’accordo tra il medico e il legale, anche senza alcun coinvolgimento del giudice. 

L’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe allora un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», il primo dei quali è quello alla vita. Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile, con le enormi conseguenze sul piano sociale che tenterò ora di tratteggiare.

Il pericolo della selezione e l’urgenza della solidarietà

Quali sarebbero, dunque, gli effetti sociali qualora nell’ordinamento italiano venisse affermata la liceità del suicidio assistito e dell’eutanasia?

Non ci vuol molto per immaginare che si darebbe il via a un piano inclinato: diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato. L’eventualità di togliersi la vita rappresenterebbe in apparenza una via di fuga che assicura libertà, ma in realtà verrebbe a determinare una terribile incertezza: se sia più conveniente rinunciare all’esistenza o proseguirla. Lo ripeto: il togliersi la vita non è dignitoso per l’essere umano; il semplice credere di poterlo fare è in grado di svuotare di senso tutta l’esistenza personale. Tale scenario sarebbe devastante, per esempio, nei passaggi difficili dell’adolescenza, e la frase detta per assurdo dai ragazzi: «Preferirei morire!», diventerebbe drammaticamente più concreta.

L’introduzione dell’eutanasia aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico.

Siamo una società che già seleziona, e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere: i più indifesi sono già eugeneticamente selezionati e in una grande percentuale non sono fatti nascere se portano qualche malattia o malformazione.

Le leggi di cui temiamo l’approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo: si usa e si getta. Verrebbe così trasformato pure il senso della professione medica, alla quale è affidato il compito di servire la vita. La stessa sanità diventerebbe sempre più una sanità a due livelli, e si accrescerebbe la pericolosa tendenza a offrire cure più o meno qualificate, a seconda delle possibilità economiche di ognuno.

Mi piace a questo punto citare l’insegnamento del Papa. Lo faccio in un momento nel quale il parlare mi è divenuto pesante, a causa dell’asprezza dei contenuti; il ricordo della testimonianza quotidiana del Santo Padre, mi porta consolazione e m’infonde speranza. Dopo aver riconosciuto che «in molti Paesi c’è una crescita della richiesta di eutanasia», Papa Francesco afferma: «Ciò ha portato a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”. È chiaro – aggiunge – che laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile. In questo scenario occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile». E conclude: «Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile che lo aiuti ad affrontare anche il dolore e la morte, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo».[2]

Il compito ecclesiale della testimonianza nelle opere e nelle parole

L’ultimo spunto che brevemente considero, riguarda proprio il compito della Chiesa. Essa è chiamata a rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna. Nel quadro della nostra società, spesso smarrita e in cerca di un senso e di un orientamento, la Chiesa questi valori deve viverli, facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese.

Su temi che riguardano tutti, il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto infatti, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo.

Ecco allora il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle Associazioni: vi saluto davvero tutte con grande cordialità e affetto! Siete contesti vitali nei quali sperimentare fraternità e condividere intenti e progettualità.

Con questo, al mondo della politica assicuro che la Chiesa riconosce e promuove una sana laicità, mentre partecipiamo con umiltà e convinzione al dibattito pubblico e non esitiamo a incalzarlo perché non smarrisca la dignità di ogni essere umano né ceda a discriminazioni e a tentazioni selettive. La preoccupazione manifestata da tanti laici, anche di diversa sensibilità, possa contribuire a un positivo confronto, e faccia maturare giudizi sempre più avveduti e consapevoli.

Conclusione

Ringrazio tutti voi per essere qui oggi e per l’impegno con il quale contribuite al dibattito pubblico sulle tematiche relative alla vita. Che questa passione per la tutela e la promozione della vita e dell’autentica libertà delle persone, possa diffondersi a tutti i cristiani, a tutti i cittadini e ai nostri Parlamentari, molti dei quali so essere presenti in sala o comunque partecipi.

Il Signore ci assista in quest’opera di testimonianza alla dignità di ogni persona, che egli ha creata e redenta. La Madre di Gesù, che ha portato la croce insieme al suo Figlio, ci insegni a lottare, a sopportare, a guardare oltre la materialità delle cose, con occhi di fede.

Gualtiero Card. Bassetti

Arcivescovo di Perugia – Città della Piev

Presidente della CEI


[1] E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma 2004, 60.

[2] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 26 gennaio 2018.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Saviano sbaglia, la cocaina è morte

Idee folli

Al Festival del Cinema di Venezia, lo scrittore Roberto Saviano ha rilasciato dichiarazioni folli. Il tema: legalizzazione della cocaina.

Secondo lo scrittore, come riportato dalla stampa nazionale: «La cocaina andrebbe legalizzata, solo così si bloccherebbero i pozzi di petrolio delle organizzazioni criminali. La legalizzazione trasformerebbe l’economia mondiale» .

Dura è stata la reazione della Federazione italiana delle Comunità terapeutiche, che puntualizzato:«Siamo spiazzati. Cosa legalizzeremo per combattere le mafie? È possibile che non si consideri mai l’aspetto educativo? Ma che messaggio diamo ai nostri ragazzi? Che sono meno importanti della pur fondamentale lotta al narcotraffico? Noi non ci stiamo».

La realtà sulla droga

Quando ho letto la dichiarazione di Saviano non mi sono stupito più di tanto. Già ho avuto modo di commentare le uscite poco condivisibili dello scrittore.

Mentre pensavo a come argomentare il mio dissenso mi sono tornati in mente i volti rinati dei ragazzi di San Patrignano, usciti dal tunnel della droga.

Quindi senza lanciarmi in arringhe intellettuali, che comunque troveranno spazio in questo blog nei prossimi giorni, voglio condividere queste storie.

Storie vere. Storie di speranza, che però iniziano nella palude delle droghe. Donne e uomini che, partendo dallo “spinello”, arrivano al consumo dell’eroina e delle droghe più pensanti. Ragazzi che sfiorano la morte.

Saviano si sbaglia: legalizzare la cocaina significa condannare a morte i nostri ragazzi, i nostri concittadini. Saviano si sbaglia. La droga non va legalizzata, va combattuta.

Eleonora e Greta smentiscono Saviano

“Credevo di avere un’adolescenza felice perché ero sempre sballata. Ho cominciato con le canne a 13 anni, poi le droghe sintetiche, la cocaina e l’eroina“. Eleonora è una donna di 31 anni. E’ entrata a San Patrignano a 29 anni. Da ragazzina prima e da adulta poi, ha pensato per troppo tempo di avere una vita normale.

Uno dei tanti inganni della droga è proprio questo: farti sembrare normale una vita che dipende totalmente dalle sostanze.

Nel caso di Eleonora, però, la droga non ha vinto sui suoi sogni di futuro. Ascolta e condividi la #sanpastoria di Eleonora.

Oppure la storia di Greta: “L’unico mio pensiero era farmi dalla mattina alla sera. Ho vissuto per strada come una barbona. L’8 marzo ero vicino a un ponte, la mia testa mi diceva basta, falla finita. Poi è arrivata la mia mamma…”.

Credo che queste storie, come le tante altre che è possibile ascoltare sul profilo youtube della Comunità di San Patrignano, rispondono in modo efficace alle folli dichiarazioni di Saviano.

L’11 settembre insieme per la Vita, contro l’eutanasia

“Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?”.

Questo il tema del confronto che il Tavolo “Famiglia e Vita” – composto da Aippc, Amci, Forum famiglie, Forum socio-sanitario, Movimento per la vita italiano e Scienza&Vita – promuove l’11 settembre, alle 15, a Roma, al Centro congressi Cei di via Aurelia 796.

L’incontro sul fine vita precede la probabile pronuncia di sentenza in tema di suicidio assistito da parte della Corte costituzionale prevista alla fine di settembre.

Introdurranno i lavori Alberto Gambino (presidente di Scienza e Vita) e Tonino Cantelmi (presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici). Modererà Gigi De Palo, presidente Forum famiglie.

A seguire l’intervento del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana.

I lavori proseguiranno con il dibattito moderato da Marina Casini Bandini (presidente del Movimento per la vita italiano).

Seguiranno le comunicazioni di Filippo Boscia (presidente dell’Associazione medici cattolici italiani) e di Aldo Bova (presidente del Forum socio-sanitario) che introdurranno gli altri interventi programmati delle associazioni aderenti.

Numerose le associazioni che parteciperanno all’incontro.

Sono invitati a intervenire anche i parlamentari italiani.

Tutti i contributi della giornata saranno pubblicati in un E-book.

Cosa ha detto Papa Francesco contro l’eutanasia

L’eutanasia come cultura dello scarto, visione utilitaristica della persona. Falsa libertà.

In occasione dell’incontro con i membri dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM), Papa Francesco ha tuonato contro l’eutanasia.

Il discorso non arriva in un momento qualunque.

A pochi passi dalla Sala Clementina del Vaticano, dal Parlamento arriva un silenzio assordante. Che prova la totale incapacità di trovare un momento per una discussione che colmerebbe – quantomeno – un vuoto assurdo di democrazia, prima che il 24 settembre si pronunci la Consulta.

Di seguito riportiamo il discorso di Papa Francesco, suggerendo con l’uso del grassetto, di soffermarsi su alcuni passaggi chiave.


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Rivolgo il mio cordiale saluto a tutti voi: alla Presidente, che ringrazio per le sue parole, ai medici e ai pazienti presenti a questo incontro, e a tutti i soci.

Dal 1973, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica svolge una preziosa funzione in ambito sanitario, incentivando la ricerca e la prevenzione, adoperandosi per migliorare la diagnosi e le cure, e sviluppando numerose iniziative di aggiornamento e formazione per i medici e gli altri operatori del settore oncologico. Il vostro Statuto illustra le finalità dell’Associazione che, senza fini di lucro, si propone «di promuovere il progresso nel campo clinico, sperimentale e socio-assistenziale» (art. 2), in un’attiva collaborazione tra i medici delle diverse specializzazioni, gli organismi e le istituzioni. Vi impegnate a «favorire i rapporti» e a «stabilire relazioni scientifiche e di collaborazione» (ibid.) all’interno del mondo scientifico e sanitario, cercando di incentivare la condivisione degli obiettivi raggiunti e la multidisciplinarietà, non di rado ostacolate da una gelosa custodia delle conoscenze.

In un mondo come il nostro, spinto spesso a contrapposizioni in ogni sfera della convivenza umana, quello di creare e favorire le relazioni è un impegno essenziale per la costruzione del bene comune. La scelta consapevole, e spesso faticosa, di uno stile che accomuna anziché dividere è rappresentata, in tutta la vita dell’AIOM, dalla cura della relazione col malato, e oggi è manifestata proprio dalla presenza tra voi di alcuni pazienti. La scelta di partecipare insieme a questo incontro, stando seduti gli uni accanto agli altri, rappresenta un messaggio forte e un segno eloquente non solo per il mondo della sanità, ma per tutta la società, chiamata a rinnovarsi in uno stile solidale e fraterno.

Il Congresso nazionale, che celebrerete tra poche settimane, sarà dedicato proprio all’attenzione al singolo malato, alla “miglior cura per ogni paziente”, in base alle caratteristiche biologiche e cliniche di ognuno. È così che l’oncologia di precisione, che promuovete, diventa anche un’oncologia della misericordia, perché lo sforzo di personalizzare la cura rivela un’attenzione non solo alla malattia, ma al malato e alle sue caratteristiche, al modo in cui reagisce alle medicine, alle informazioni più dolorose, alla sofferenza. Un’oncologia di questo tipo va oltre l’applicazione dei protocolli e rivela un impiego della tecnologia che si pone a servizio delle persone.

La tecnologia non è a servizio dell’uomo quando lo riduce a una cosa, quando distingue tra chi merita ancora di essere curato e chi invece no, perché è considerato solo un peso, e a volte – anzi – uno scarto. La pratica dell’eutanasia, divenuta legale già in diversi Stati, solo apparentemente si propone di incentivare la libertà personale; in realtà essa si basa su una visione utilitaristica della persona, la quale diventa inutile o può essere equiparata a un costo, se dal punto di vista medico non ha speranze di miglioramento o non può più evitare il dolore. Al contrario, l’impegno nell’accompagnare il malato e i suoi cari in tutte le fasi del decorso, tentando di alleviarne le sofferenze mediante la palliazione, oppure offrendo un ambiente familiare negli hospice, sempre più numerosi, contribuisce a creare una cultura e delle prassi più attente al valore di ogni persona. Non perdetevi mai d’animo per l’incomprensione che potreste incontrare, o davanti alla proposta insistente di strade più radicali e sbrigative. Se si sceglie la morte, i problemi in un certo senso sono risolti; ma quanta amarezza dietro a questo ragionamento, e quale rifiuto della speranza comporta la scelta di rinunciare a tutto e spezzare ogni legame! A volte, noi siamo in una sorta di vaso di Pandora: tutte le cose si sanno, tutto si spiega, tutto si risolve ma ne è rimasta nascosta una sola: la speranza. E dobbiamo andare a cercare questa. Come tradurre la speranza, anzi, come darla nei casi più limite.

Il vostro servizio, allora, diventa anche un’opera di sensibilizzazione nei confronti di una società poco consapevole e a volte distratta. Ad essa voi richiamate in molti modi l’importanza della prevenzione, da intendersi sia come diagnosi precoce, capace di ridurre sensibilmente la pericolosità delle malattie oncologiche, sia come rispetto del proprio corpo e delle sue esigenze. La migliore e più vera prevenzione, infatti, è quella di un ambiente sano e di uno stile di vita rispettoso del corpo umano e delle sue leggi. Come sappiamo, questo dipende non solo dalle scelte individuali, ma anche dai luoghi in cui si vive che, soprattutto nei grandi centri, sottopongono il fisico a uno stress continuo per i ritmi di vita e l’esposizione ad agenti inquinanti. Questo riporta la nostra attenzione alla cura dell’ambiente naturale, la nostra casa comune a cui dobbiamo rispetto, perché rispetti a sua volta noi. La tutela dell’ambiente e la lotta contro i tumori diventano, allora, due facce di uno stesso problema, due aspetti complementari di una medesima battaglia di civiltà e di umanità.

Nel vostro impegno a favore dei malati, del sistema sanitario e della società tutta, vi invito a tenere sempre a mente l’esempio di Gesù, che è stato il più grande maestro di umanità, per ispirare a Lui i vostri gesti e farne il vostro compagno di cammino. La sua figura, la cui contemplazione mai si esaurisce tanto è grande la luce che ne promana, ispiri i malati e li aiuti a trovare la forza di non interrompere i legami di amore, di offrire la sofferenza per i fratelli, di tenere viva l’amicizia con Dio. Ispiri i medici – Lui che in certo modo si è detto vostro collega, come medico mandato dal Padre per guarire l’umanità – a guardare sempre al bene degli altri, a spendersi con generosità, a lottare per un mondo più solidale. Ispiri ognuno a farsi vicino a chi soffre. La vicinanza, quell’atteggiamento tanto importante e tanto necessario. Anche il Signore l’ha attuata, la vicinanza, in mezzo a noi. Ispiri ognuno a farsi vicino a chi soffre, ai piccoli anzitutto, e a mettere i deboli al primo posto, perché crescano una società più umana e relazioni improntate alla gratuità, più che all’opportunità.

Su ogni vostra attività invoco la benedizione di Dio e vi affido alla Vergine Maria, perché con l’affetto di una madre vegli su di voi, sui medici e su tutti gli ammalati. Assicurandovi di accompagnarvi con la mia preghiera, chiedo anche a voi di pregare per me. Grazie!


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Eutanasia, Polis Pro Persona: sentenza Consulta sarebbe vera crisi del Parlamento

di Massimo Magliocchetti

Continua il pressing delle Associazioni che stanno seguendo la questione pendente davanti la Corte Costituzionale.

“C’è un silenzio altisonante nel bailamme di questi giorni. Quello di tutti gli schieramenti politici che tacciono e volgono altrove lo sguardo di fronte allo stravolgimento istituzionale che incombe il prossimo 24 settembre. Quando, cioè, la Corte costituzionale introdurrà in Italia l’eutanasia per sentenza, disciplinando la vita e la morte di tutti noi, per la prima volta esplicitamente sostituendosi al legislatore. Come si legge da quasi un anno nell’ordinanza 207/18”. E’ quanto si legge in una nota del comitato spontaneo ‘Polis pro persona’, che riunisce oltre trenta associazioni no profit mobilitate contro l’eutanasia .

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