Nathanson: “Praticavo aborti, ora non più. Il nascituro è uno di noi”

Questo video merita di essere ascoltato. A parlare è il dr. Nathanson in una intervista condotta da un giovanissimo Bruno Vespa.

Nathanson è stato fondatore e leader del movimento abortista statunitense. Come riportato nel libro “Aborting America” (ed. Amici per la Vita, 2010), già nel 1974 aveva dichiarato di aver preso parte a più di 60.000 aborti. Poi la conversione, dopo un periodo di ricerca. Diventa così uno dei volti più influenti dei prolife americani. Da leader abortista a fondatore e leader di movimenti prolife: il motivo?

Nathanson: “Il bambino non ancora nato va protetto”

Nathanson racconta: “Ero il direttore della più importante clinica in cui si praticavano aborti nel mondo. Nel corso di quei due anni avevamo effettuato 65.000 interventi. In uno di questi interventi ho operato su uno dei miei figli“.

“Nel 1973 – racconta Nathanson – ho dato le dimissioni da questa clinica e sono diventato il direttore del reparto di Ostetricia in un’Ospedale Universitario della città di New York”.

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Cassazione: convegno su adozione del concepito

Si terrà giovedì 21 novembre, dalle ore 14.00 alle 17.00, presso l’Aula Giallombardo (II piano) della Suprema Corte di Cassazione, il convegno dal titolo “Discutendo intorno alla adozione del concepito“, organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici di Roma e dall’Ordine degli Avvocati di Roma.

  • Indirizzi di saluto – Avv. Antonino Galletti, Presidente Ordine Avvocati di Roma
  • Introduce – Avv. Donatella Cerè, Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Roma

RELATORI:

  • Dott.ssa Agnese CAMILLI , Coordinatrice struttura di supporto Comitati Nazionali della PCM. Relazione: “Il parere del Comitato Nazionale per la Bioetica sull’adozione per la nascita“;
  • Dott. Mario Rosario CIANCIO, già Presidente della Sezione Tutela del Tribunale di Roma. Relazione: “L’adozione del concepito e la legge 194/1978“;
  • Dott. Claudio DE ANGELIS, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni di Roma. Relazione: “Profili sistematici e aspetti processuali“;
  • Dott. Massimo MAGLIOCCHETTI, Segretario della Federazione del Movimento per la Vita del Lazio. Relazione: “Il concepito come “uno di noi”: tre motivi per adottarlo“.
  • On. Avv. Domenico MENORELLO, già Deputato al Parlamento; Osservatorio Parlamentare Vera Lex. Relazione: “Il bivio antropologico nella più recente legislazione sulla vita e sulla morte“;
  • Prof. Avv. Piero SANDULLI, Ordinario di Diritto Processuale Civile. Relazione: “Profili problematici del disegno di legge (sostanziali e processuali)“.

Comitato scientifico esecutivo:

  • Prof. Fabrizio Ciapparoni (coordina)
  • Dott. Massimo Magliocchetti
  • Prof. Piero Sandulli
  • Avv. Laura Versace (Segreteria)

Ai partecipanti verranno riconosciuti tre crediti formativi ordinari

Il Concepito? E’ uno di noi

Perché proteggere l’embrione è una questione di uguaglianza

di Massimo Magliocchetti

La moderna cultura giuridica si fonda sul principio di uguale dignità di ogni essere umano. Questo principio è stato sancito all’interno delle più importanti costituzioni moderne e nelle Carte internazionali. È la base dei diritti umani.

Il solo fatto di appartenere alla specie umana, infatti, ci rende uguali nella dignità, sebbene diversi per tante altre ragioni. La ricchezza della diversità non può infatti rendere meno forte l’uguaglianza nella dignità.

La Costituzione italiana esprime molto profondamente questo concetto all’interno dell’art2 Cost., nel quale viene sancito che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

La Costituzione, ovviamente, sulla base anche del dibattito internazionale e della cultura dei diritti umani, riconosce i diritti inviolabili dell’uomo. Cioè prende atto che questi esistano prima della Costituzione stessa. In un certo senso, prende atto di ciò che esiste in quanto tale. E se ne fa carico, impegnando la collettività nel richiedere l’adempimento dei doveri di solidarietà, declinati nella triplice forma: politica, economica e sociale.

Sempre la Costituzione italiana, all’art3., primo comma, Cost., consacra il principio secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Tale dignità, che fonda i diritti inviolabili di ciascuna persona, non ammette distinzioni sulla base, in particolare, delle condizioni personali e sociali.

Questa premessa, ci aiuta a capire perché la teoria dei diritti umani crollerebbe se la legge definisse l’uguaglianza tra le persone sulla base di criteri che non siano quello della dignità dell’uomo. Se così non fosse, infatti, una condizione personale e sociale – come la situazione in cui versa il concepito – diverrebbe, al pari del sesso, piuttosto che della religione, un motivo per accordare o meno il principio di uguaglianza agli esseri umani.

Nel Novecento abbiamo potuto sperimentare cosa significa riconoscere la dignità dell’uomo a certe condizioni. La triste storia delle dittature del secolo scorso è una memoria che non possiamo dimenticare. Ci insegna, infatti, che ogni criterio arbitrario per la concessione dell’uguaglianza diventa la negazione della giustizia. La negazione dell’umanità.

Ebbene, il discorso appena accennato non cambia quando parliamo dell’embrione. L’embrione merita di essere trattato uguale a noi? Possiede, in virtù del principio di uguaglianza, quei diritti inviolabili dell’uomo che sono propri degli esseri umani? La risposta è certamente positiva.

Per non tradire il principio di uguaglianza, infatti, bisogna partire dal riconoscimento dello stesso ad ogni appartenente alla specie umana. Ebbene, la scienza, ormai, ci permette di affermare che, dal momento del concepimento, nasce un essere umano appartenente alla specie umana, con un patrimonio genetico unico e irripetibile che inizia un percorso graduale, continuo, coordinato e finalisticamente orientato. Insomma, il concepito è uno di noi. E non possono essere le condizioni sociali e personali a renderlo inidoneo a divenire titolare dei diritti inviolabili dell’uomo. Perché l’uguaglianza non può essere frutto di una convenzione. Per la definizione di vita umana, e quindi del riconoscimento o meno dei diritti umani e del principio di uguaglianza, il diritto non può infatti rimettersi a parametri soggettivi o convenzionali, ma necessita del criterio meno arbitrario e aleatorio possibile, che non può che essere quello biologico.

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Chi è il Dottor Nathanson? Partecipa al sondaggio

Sulla mia pagina Facebook ho lanciato un sondaggio.

Vi invito a partecipare al sondaggio.

Parliamo di un personaggio molto interessante, che nei prossimi giorni presenterò sul blog.

Quando ho letto la sua storia mi ha molto colpito. Merita di essere approfondita.

Se ancora non avete scoperto la mia pagina, vi invito a cliccare sul bottone blu qua sotto.

Accompagnare il morente come impegno comune

Lo scorso 28 ottobre 2019 è stato pubblicato un documento storico. Si tratta della Dichiarazione congiunta dei rappresentanti delle religioni monoteiste abramitiche. I leader del Cristianesimo, Ebraismo e Islam hanno firmato in Vaticano una Dichiarazione Congiunta sul fine vita, ribadendo il no ad eutanasia e suicidio assistito e, allo stesso tempo, l’impegno a difendere la vita anche in prossimità della morte.

Il documento: obiettivi operativi. – La dichiarazione congiunta muove da uno scenario sociale in cui i grandi progressi scientifico-tecnologico hanno trasformato le possibilità di intervento nella fase terminale della vita umana. In una dinamica delicata come il fine vita, nel quale si è passati da un’ottica paternalistica a una sempre maggiore rivendicazione di autonomia del paziente e di coloro i quali lo accompagnano verso la morte, il documento si pone obiettivi molto concreti.

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Cosa dice il testo delle tre religioni abramitiche sul fine vita

Di seguito riportiamo il testo pubblicato il 28 ottobre 2019 sul tema del fine vita, sottoscritto dalle tre religioni abramitiche.

Dichiarazione congiunta delle religioni monoteiste abramitiche sulle problematiche di fine vita.

Preambolo

Le problematiche morali, religiose, sociali e legali del trattamento del paziente in fase terminale sono tra gli argomenti più complessi e dibattuti nell’ambito della medicina moderna. Hanno sempre provocato un’ampia e pregnante discussione teorica ma anche densa di contenuti emotivi, nelle culture e nei diversi contesti sociali. Le tematiche inerenti le decisioni sul fine-vita presentano non facili problematiche, non nuove ma molto intense, soprattutto negli ultimi anni, a causa dei molteplici sviluppi che abbiamo di fronte. Tra questi:

  • I grandi progressi scientifico-tecnologici che rendono possibile il prolungamento della vita in situazioni e modalità finora impensabili. Tuttavia la prolungata sopravvivenza è spesso accompagnata da sofferenza e dolore a causa di disfunzioni organiche, mentali ed emotive.
  • Il fondamentale cambiamento nel rapporto medico-paziente: da un approccio di tipo paternalistico ad una maggiore autonomia.
  • Il fatto che moltissime persone nei paesi sviluppati muoiono in ospedali o cliniche, dunque in ambienti impersonali e per niente familiari per loro. Molti pazienti vengono attaccati a macchinari, circondati da persone indaffarate e poco familiari. In passato, al contrario, solitamente le persone morivano a casa, circondate dai loro cari in un ambiente conosciuto e abituale.
  • Il maggiore coinvolgimento di diversi professionisti nel trattamento del paziente in fase terminale nonché il coinvolgimento dei media, del sistema giudiziario e dell’opinione pubblica in generale. Tutto ciò è spesso espressione di diversi retroterra culturali, di prospettive e opinioni differenti e talvolta tra loro contrastanti su cosa dovrebbe o non dovrebbe esser fatto per il paziente in fase terminale.
  • Cambiamenti culturali, soprattutto nelle società occidentali.
  • La crescente carenza di risorse dovuta alle opzioni diagnostiche e terapeutiche costose.
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Defendiendo el don de la Vida

di P. Jorge Alvarenga

Lic. En bioética, graduado en el ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma, Italia. 

Dopo tante richieste di lettori di lingua spagnola, in questo articolo presentiamo il libro dell’amico Jorge, bioeticista, che si occupa del tema della difesa della vita nascente.
Buona lettura,
Massimo

INTRODUCCIÓN DEL LIBRO

El tema del aborto procurado siempre ha dado lugar al debate en todo el mundo y es algo sobre lo que se discute actualmente en El Salvador debido al hecho que un número considerable de ciudadanos manifiestan estar de acuerdo con su práctica, pero al interior de dicho sector, algunos piden que pueda ser ejecutado sin ninguna restricción y otros lo solicitan únicamente ante la presencia circunstancias concretas, esto por una parte; y por otro lado, se encuentra la mayoría de los ciudadanos salvadoreños que consideran el aborto directo como algo intrínsecamente malo y, por ende, apoyan su total prohibición.

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Cosa ha detto la Corte Costituzionale sul suicidio assistito

La Corte costituzionale si è riunita in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte d’assise di Milano sull’articolo 580 del Codice penale riguardanti la punibilità dell’aiuto al suicidio di chi sia già determinato a togliersi la vita.


In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.


In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.


La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018.
Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate.

Roma, 25 settembre 2019


I medici cattolici hanno annunciato che faranno obiezione di coscienza.


La grande responsabilità è del Parlamento.