Cassazione: convegno su adozione del concepito

Si terrà giovedì 21 novembre, dalle ore 14.00 alle 17.00, presso l’Aula Giallombardo (II piano) della Suprema Corte di Cassazione, il convegno dal titolo “Discutendo intorno alla adozione del concepito“, organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici di Roma e dall’Ordine degli Avvocati di Roma.

  • Indirizzi di saluto – Avv. Antonino Galletti, Presidente Ordine Avvocati di Roma
  • Introduce – Avv. Donatella Cerè, Consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Roma

RELATORI:

  • Dott.ssa Agnese CAMILLI , Coordinatrice struttura di supporto Comitati Nazionali della PCM. Relazione: “Il parere del Comitato Nazionale per la Bioetica sull’adozione per la nascita“;
  • Dott. Mario Rosario CIANCIO, già Presidente della Sezione Tutela del Tribunale di Roma. Relazione: “L’adozione del concepito e la legge 194/1978“;
  • Dott. Claudio DE ANGELIS, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei Minorenni di Roma. Relazione: “Profili sistematici e aspetti processuali“;
  • Dott. Massimo MAGLIOCCHETTI, Segretario della Federazione del Movimento per la Vita del Lazio. Relazione: “Il concepito come “uno di noi”: tre motivi per adottarlo“.
  • On. Avv. Domenico MENORELLO, già Deputato al Parlamento; Osservatorio Parlamentare Vera Lex. Relazione: “Il bivio antropologico nella più recente legislazione sulla vita e sulla morte“;
  • Prof. Avv. Piero SANDULLI, Ordinario di Diritto Processuale Civile. Relazione: “Profili problematici del disegno di legge (sostanziali e processuali)“.

Comitato scientifico esecutivo:

  • Prof. Fabrizio Ciapparoni (coordina)
  • Dott. Massimo Magliocchetti
  • Prof. Piero Sandulli
  • Avv. Laura Versace (Segreteria)

Ai partecipanti verranno riconosciuti tre crediti formativi ordinari

Il Concepito? E’ uno di noi

Perché proteggere l’embrione è una questione di uguaglianza

di Massimo Magliocchetti

La moderna cultura giuridica si fonda sul principio di uguale dignità di ogni essere umano. Questo principio è stato sancito all’interno delle più importanti costituzioni moderne e nelle Carte internazionali. È la base dei diritti umani.

Il solo fatto di appartenere alla specie umana, infatti, ci rende uguali nella dignità, sebbene diversi per tante altre ragioni. La ricchezza della diversità non può infatti rendere meno forte l’uguaglianza nella dignità.

La Costituzione italiana esprime molto profondamente questo concetto all’interno dell’art2 Cost., nel quale viene sancito che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

La Costituzione, ovviamente, sulla base anche del dibattito internazionale e della cultura dei diritti umani, riconosce i diritti inviolabili dell’uomo. Cioè prende atto che questi esistano prima della Costituzione stessa. In un certo senso, prende atto di ciò che esiste in quanto tale. E se ne fa carico, impegnando la collettività nel richiedere l’adempimento dei doveri di solidarietà, declinati nella triplice forma: politica, economica e sociale.

Sempre la Costituzione italiana, all’art3., primo comma, Cost., consacra il principio secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Tale dignità, che fonda i diritti inviolabili di ciascuna persona, non ammette distinzioni sulla base, in particolare, delle condizioni personali e sociali.

Questa premessa, ci aiuta a capire perché la teoria dei diritti umani crollerebbe se la legge definisse l’uguaglianza tra le persone sulla base di criteri che non siano quello della dignità dell’uomo. Se così non fosse, infatti, una condizione personale e sociale – come la situazione in cui versa il concepito – diverrebbe, al pari del sesso, piuttosto che della religione, un motivo per accordare o meno il principio di uguaglianza agli esseri umani.

Nel Novecento abbiamo potuto sperimentare cosa significa riconoscere la dignità dell’uomo a certe condizioni. La triste storia delle dittature del secolo scorso è una memoria che non possiamo dimenticare. Ci insegna, infatti, che ogni criterio arbitrario per la concessione dell’uguaglianza diventa la negazione della giustizia. La negazione dell’umanità.

Ebbene, il discorso appena accennato non cambia quando parliamo dell’embrione. L’embrione merita di essere trattato uguale a noi? Possiede, in virtù del principio di uguaglianza, quei diritti inviolabili dell’uomo che sono propri degli esseri umani? La risposta è certamente positiva.

Per non tradire il principio di uguaglianza, infatti, bisogna partire dal riconoscimento dello stesso ad ogni appartenente alla specie umana. Ebbene, la scienza, ormai, ci permette di affermare che, dal momento del concepimento, nasce un essere umano appartenente alla specie umana, con un patrimonio genetico unico e irripetibile che inizia un percorso graduale, continuo, coordinato e finalisticamente orientato. Insomma, il concepito è uno di noi. E non possono essere le condizioni sociali e personali a renderlo inidoneo a divenire titolare dei diritti inviolabili dell’uomo. Perché l’uguaglianza non può essere frutto di una convenzione. Per la definizione di vita umana, e quindi del riconoscimento o meno dei diritti umani e del principio di uguaglianza, il diritto non può infatti rimettersi a parametri soggettivi o convenzionali, ma necessita del criterio meno arbitrario e aleatorio possibile, che non può che essere quello biologico.

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Chi è il Dottor Nathanson? Partecipa al sondaggio

Sulla mia pagina Facebook ho lanciato un sondaggio.

Vi invito a partecipare al sondaggio.

Parliamo di un personaggio molto interessante, che nei prossimi giorni presenterò sul blog.

Quando ho letto la sua storia mi ha molto colpito. Merita di essere approfondita.

Se ancora non avete scoperto la mia pagina, vi invito a cliccare sul bottone blu qua sotto.

Accompagnare il morente come impegno comune

Lo scorso 28 ottobre 2019 è stato pubblicato un documento storico. Si tratta della Dichiarazione congiunta dei rappresentanti delle religioni monoteiste abramitiche. I leader del Cristianesimo, Ebraismo e Islam hanno firmato in Vaticano una Dichiarazione Congiunta sul fine vita, ribadendo il no ad eutanasia e suicidio assistito e, allo stesso tempo, l’impegno a difendere la vita anche in prossimità della morte.

Il documento: obiettivi operativi. – La dichiarazione congiunta muove da uno scenario sociale in cui i grandi progressi scientifico-tecnologico hanno trasformato le possibilità di intervento nella fase terminale della vita umana. In una dinamica delicata come il fine vita, nel quale si è passati da un’ottica paternalistica a una sempre maggiore rivendicazione di autonomia del paziente e di coloro i quali lo accompagnano verso la morte, il documento si pone obiettivi molto concreti.

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Cosa dice il testo delle tre religioni abramitiche sul fine vita

Di seguito riportiamo il testo pubblicato il 28 ottobre 2019 sul tema del fine vita, sottoscritto dalle tre religioni abramitiche.

Dichiarazione congiunta delle religioni monoteiste abramitiche sulle problematiche di fine vita.

Preambolo

Le problematiche morali, religiose, sociali e legali del trattamento del paziente in fase terminale sono tra gli argomenti più complessi e dibattuti nell’ambito della medicina moderna. Hanno sempre provocato un’ampia e pregnante discussione teorica ma anche densa di contenuti emotivi, nelle culture e nei diversi contesti sociali. Le tematiche inerenti le decisioni sul fine-vita presentano non facili problematiche, non nuove ma molto intense, soprattutto negli ultimi anni, a causa dei molteplici sviluppi che abbiamo di fronte. Tra questi:

  • I grandi progressi scientifico-tecnologici che rendono possibile il prolungamento della vita in situazioni e modalità finora impensabili. Tuttavia la prolungata sopravvivenza è spesso accompagnata da sofferenza e dolore a causa di disfunzioni organiche, mentali ed emotive.
  • Il fondamentale cambiamento nel rapporto medico-paziente: da un approccio di tipo paternalistico ad una maggiore autonomia.
  • Il fatto che moltissime persone nei paesi sviluppati muoiono in ospedali o cliniche, dunque in ambienti impersonali e per niente familiari per loro. Molti pazienti vengono attaccati a macchinari, circondati da persone indaffarate e poco familiari. In passato, al contrario, solitamente le persone morivano a casa, circondate dai loro cari in un ambiente conosciuto e abituale.
  • Il maggiore coinvolgimento di diversi professionisti nel trattamento del paziente in fase terminale nonché il coinvolgimento dei media, del sistema giudiziario e dell’opinione pubblica in generale. Tutto ciò è spesso espressione di diversi retroterra culturali, di prospettive e opinioni differenti e talvolta tra loro contrastanti su cosa dovrebbe o non dovrebbe esser fatto per il paziente in fase terminale.
  • Cambiamenti culturali, soprattutto nelle società occidentali.
  • La crescente carenza di risorse dovuta alle opzioni diagnostiche e terapeutiche costose.
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Defendiendo el don de la Vida

di P. Jorge Alvarenga

Lic. En bioética, graduado en el ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma, Italia. 

Dopo tante richieste di lettori di lingua spagnola, in questo articolo presentiamo il libro dell’amico Jorge, bioeticista, che si occupa del tema della difesa della vita nascente.
Buona lettura,
Massimo

INTRODUCCIÓN DEL LIBRO

El tema del aborto procurado siempre ha dado lugar al debate en todo el mundo y es algo sobre lo que se discute actualmente en El Salvador debido al hecho que un número considerable de ciudadanos manifiestan estar de acuerdo con su práctica, pero al interior de dicho sector, algunos piden que pueda ser ejecutado sin ninguna restricción y otros lo solicitan únicamente ante la presencia circunstancias concretas, esto por una parte; y por otro lado, se encuentra la mayoría de los ciudadanos salvadoreños que consideran el aborto directo como algo intrínsecamente malo y, por ende, apoyan su total prohibición.

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Cosa ha detto la Corte Costituzionale sul suicidio assistito

La Corte costituzionale si è riunita in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte d’assise di Milano sull’articolo 580 del Codice penale riguardanti la punibilità dell’aiuto al suicidio di chi sia già determinato a togliersi la vita.


In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.


In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.


La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018.
Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate.

Roma, 25 settembre 2019


I medici cattolici hanno annunciato che faranno obiezione di coscienza.


La grande responsabilità è del Parlamento.


Cosa ha detto Bassetti su eutanasia e suicidio assistito

Riportiamo il discorso del Presidente della Conferenza Episcopale italiana, Card. Gualtiero Bassetti, durante il convegno dell’11 settembre 2019, dal titolo “Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?


Introduzione

Carissimi, vi ringrazio per la vostra presenza numerosa e qualificata. Ringrazio la Segreteria Generale della CEI per il lavoro con cui in questi tre anni ha accompagnato il Tavolo “Famiglia e vita”, attorno al quale è nata la proposta di questo incontro, allargato a tante Associazioni e realtà. Siamo qui insieme per riflettere sulla questione del cosiddetto “suicidio assistito” e sulla sua regolamentazione da parte del Parlamento o, in sostituzione del Parlamento, da parte della Corte Costituzionale. La questione è stata sollevata il 14 febbraio dello scorso anno dalla Corte d’Assise di Milano, a proposito della sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice Penale, che punisce chi aiuta o istiga una persona al suicidio. Il contesto, lo ricorderete, è quello del processo a Marco Cappato per aver assistito e confermato Fabio Antoniani nelle sue intenzioni suicidarie.

La Consulta ha, quindi, deciso di rinviare la trattazione della questione all’udienza del prossimo 24 settembre, invitando nel frattempo il Parlamento a colmare il vuoto giuridico riguardante le situazioni relative al fine vita. Se entro questa data il Parlamento non avrà condiviso un testo unico sull’argomento, la Consulta stessa potrebbe intervenire con una sua sentenza. Se così avverrà, il Parlamento avrà abdicato alla sua funzione legislativa e rinunciato a dibattere su una questione di assoluto rilievo.

Vista la gravità di queste tematiche e raccogliendo una preoccupazione diffusa, ho affidato il mio pensiero a un’ampia intervista, pubblicata dal quotidiano Avvenire in apertura dell’edizione di domenica 14 luglio. Su questo sfondo, oggi sento il dovere di esprimere nuovamente, a nome della Chiesa italiana, una posizione chiara su un tema che tocca i più diversi ambiti della vita individuale e associata; riguarda il piano normativo e, da questo, influenza il sentire comune e la prassi quotidiana, venendo a determinare gli stessi principi della convivenza.

Nel mio intervento odierno, intendo soffermarmi dapprima sulle implicazioni culturali della teoria e della pratica del suicidio assistito; affronterò poi le sue implicanze etiche, richiamando il principio inderogabile del rispetto della vita. In seguito, prenderò in esame le opzioni possibili in ambito giuridico, considerando l’incompatibilità di una legge favorevole al suicidio assistito con i principi costituzionali e la tutela dei diritti umani. Passerò poi a considerare le conseguenze sociali di una legittimazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, per concludere con un riferimento al compito della Chiesa.

Il diffondersi di un pensiero e di pratiche contrari alla vita

Da alcuni anni, e con sempre maggior frequenza, specialmente a seguito di alcuni casi che hanno avuto una vasta eco nel dibattito pubblico, anche nel nostro Paese si discute la possibilità di ricorrere all’eutanasia come via d’uscita al problema di una prolungata malattia e di un’intensa sofferenza fisica; da parte di alcuni si pretende che tale pratica, finora illecita sotto il profilo giuridico, venga finalmente ammessa, come già accaduto in altri Stati.

L’eutanasia non va confusa con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non è compresa, quasi si volesse porre sempre in atto ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure. Tuttavia, mentre nel caso del rifiuto all’accanimento, la morte è intesa come un male che ormai non può essere evitato, nel caso dell’eutanasia essa è direttamente cercata: sia che si tratti di eutanasia attiva – mediante la somministrazione al malato di sostanze letali – sia che si tratti della sua forma passiva, con l’omissione di cure o del sostegno necessari alla sopravvivenza. L’intenzione che muove chi compie l’atto eutanasico non è la rassegnazione davanti alla morte, ma la positiva scelta di porre fine all’esistenza del malato.

L’eutanasia potrebbe essere attuata contro la volontà del malato, nel qual caso si delineerebbe come omicidio, oppure assecondando la sua richiesta, configurandosi allora come assecondamento della volontà del malato di porre termine alla propria esistenza. In quest’ultima forma, l’eutanasia viene a rassomigliare fortemente al cosiddetto “suicidio assistito”, nel quale è il malato stesso a darsi la morte, in seguito all’aiuto prestatogli, su sua richiesta, da parte del personale sanitario, il quale prepara e porge le sostanze letali, che il paziente assume autonomamente. Il suicidio assistito differisce, dunque, solo formalmente dall’eutanasia, poiché in entrambi i casi l’intenzione dell’atto e il suo effetto sono i medesimi, cioè la morte della persona.

L’ammissione di questa pratica avrebbe effetti estremamente rilevanti dal punto di vista culturale, poiché il suicidio assistito è inteso dai suoi promotori come un diritto da assicurare a chi sia irreversibilmente malato e come un’espressione di libertà personale. Necessaria e sufficiente sarebbe la manifestazione del desiderio del soggetto di non proseguire la propria esistenza, intenzione alla quale si dovrebbe dare seguito e attuazione.

Dobbiamo soffermarci con attenzione su questo passaggio cruciale, perché rappresenta il punto di appoggio della posizione di coloro che rivendicano il diritto al suicidio e, al tempo stesso, il punto di maggiore debolezza del loro ragionamento. Essi ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita? Da parte nostra affermiamo con forza che, anche nel caso di una grave malattia, va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto.

Ugualmente, va confutato il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà, poiché la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore. Se così fosse, non vi sarebbe ragione per prevenire il suicidio di alcuno. In tal caso, però, la base stessa della vita e della convivenza sociale sarebbero messe a repentaglio.

Il valore primario della vita

La volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato diventa un peso per la famiglia, le cui maglie si allargano e il cui abbraccio nel nostro contesto sociale diventa fatalmente meno capace di sostenere chi è più debole. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa.

È drammatico che la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei “forti”.

A bene vedere, questa visione si fonda su un presupposto utilitaristico, per il quale ha senso solo ciò che genera piacere o qualche forma di convenienza materiale. Dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza. Svegliamoci dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell’amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere. Facciamo sentire che il peso che portano non diventa un ostacolo per chi li circonda, ma genera in noi la prossimità e la cura.

Come cristiani siamo convinti  che la persona «non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri».[1] Ogni persona, quindi, ha una necessità costitutiva di relazione con gli altri e può realizzarsi solo nel dono di sé e nell’apertura al prossimo. Siamo persone, non semplici individui, e nessuno ha solo la capacità di dare o di ricevere, ma tutti diamo e riceviamo al contempo. La stessa malattia, se vissuta all’interno di relazioni positive, può assumere contorni molto diversi, e fare percepire a chi soffre che egli non solo riceve, ma anche dona. Anche per il malato, sottrarsi a questo reciproco scambio sarebbe – lo dico con grande rispetto ma con franchezza – un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare.

Ecco allora la base sulla quale va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Mi rendo conto che questo pensiero ad alcuni sembrerà incomprensibile o addirittura violento. Eppure, porta molta consolazione il riconoscere che la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo, perché restiamo debitori agli altri dell’amore che dobbiamo loro e di cui hanno bisogno.

L’urgenza del dibattito parlamentare nel rispetto dei principi costituzionali

La logica utilitarista porta rapidamente a una crisi del diritto stesso, il quale si vede trasformato in mera convenzione, in arbitrarietà e accordo tra le parti, invece che essere il mezzo per promuovere i valori umani.

La crisi giuridica emerge con evidenza nel passaggio istituzionale al quale stiamo assistendo, apparentemente avvitatosi in un percorso senza sbocchi, ma in realtà orientato, sottotraccia, all’approvazione di principi lesivi dell’essere umano.

Incaricato dalla Corte costituzionale di legiferare attorno alle questioni dell’eutanasia e della morte volontaria, il Parlamento si è limitato a presentare alcune proposte di legge, senza pervenire né a un testo condiviso, né ad affrontare in modo serio il dibattito. Ora, per evitare che una sentenza della Consulta provochi lo smantellamento del reato di aiuto al suicidio, il Parlamento – come ha auspicato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare.

La via più percorribile sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso.

Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito.

In realtà, ben prima che sul reato di suicidio, i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, approvate con la legge 219, del dicembre 2017. Le disposizioni contenute in quel testo, infatti, rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. La legge 219 andrebbe, infatti, rivista laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato.

L’equivocità della legge sul biotestamento è resa evidente se messa in rapporto con il drammatico epilogo della vicenda del francese Vincent Lambert e al quale in Italia, proprio in virtù della legge 219, sarebbero state sospese nutrizione e idratazione, mediante l’accordo tra il medico e il legale, anche senza alcun coinvolgimento del giudice. 

L’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe allora un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», il primo dei quali è quello alla vita. Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile, con le enormi conseguenze sul piano sociale che tenterò ora di tratteggiare.

Il pericolo della selezione e l’urgenza della solidarietà

Quali sarebbero, dunque, gli effetti sociali qualora nell’ordinamento italiano venisse affermata la liceità del suicidio assistito e dell’eutanasia?

Non ci vuol molto per immaginare che si darebbe il via a un piano inclinato: diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato. L’eventualità di togliersi la vita rappresenterebbe in apparenza una via di fuga che assicura libertà, ma in realtà verrebbe a determinare una terribile incertezza: se sia più conveniente rinunciare all’esistenza o proseguirla. Lo ripeto: il togliersi la vita non è dignitoso per l’essere umano; il semplice credere di poterlo fare è in grado di svuotare di senso tutta l’esistenza personale. Tale scenario sarebbe devastante, per esempio, nei passaggi difficili dell’adolescenza, e la frase detta per assurdo dai ragazzi: «Preferirei morire!», diventerebbe drammaticamente più concreta.

L’introduzione dell’eutanasia aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico.

Siamo una società che già seleziona, e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere: i più indifesi sono già eugeneticamente selezionati e in una grande percentuale non sono fatti nascere se portano qualche malattia o malformazione.

Le leggi di cui temiamo l’approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo: si usa e si getta. Verrebbe così trasformato pure il senso della professione medica, alla quale è affidato il compito di servire la vita. La stessa sanità diventerebbe sempre più una sanità a due livelli, e si accrescerebbe la pericolosa tendenza a offrire cure più o meno qualificate, a seconda delle possibilità economiche di ognuno.

Mi piace a questo punto citare l’insegnamento del Papa. Lo faccio in un momento nel quale il parlare mi è divenuto pesante, a causa dell’asprezza dei contenuti; il ricordo della testimonianza quotidiana del Santo Padre, mi porta consolazione e m’infonde speranza. Dopo aver riconosciuto che «in molti Paesi c’è una crescita della richiesta di eutanasia», Papa Francesco afferma: «Ciò ha portato a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”. È chiaro – aggiunge – che laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile. In questo scenario occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile». E conclude: «Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile che lo aiuti ad affrontare anche il dolore e la morte, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo».[2]

Il compito ecclesiale della testimonianza nelle opere e nelle parole

L’ultimo spunto che brevemente considero, riguarda proprio il compito della Chiesa. Essa è chiamata a rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna. Nel quadro della nostra società, spesso smarrita e in cerca di un senso e di un orientamento, la Chiesa questi valori deve viverli, facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese.

Su temi che riguardano tutti, il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto infatti, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo.

Ecco allora il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle Associazioni: vi saluto davvero tutte con grande cordialità e affetto! Siete contesti vitali nei quali sperimentare fraternità e condividere intenti e progettualità.

Con questo, al mondo della politica assicuro che la Chiesa riconosce e promuove una sana laicità, mentre partecipiamo con umiltà e convinzione al dibattito pubblico e non esitiamo a incalzarlo perché non smarrisca la dignità di ogni essere umano né ceda a discriminazioni e a tentazioni selettive. La preoccupazione manifestata da tanti laici, anche di diversa sensibilità, possa contribuire a un positivo confronto, e faccia maturare giudizi sempre più avveduti e consapevoli.

Conclusione

Ringrazio tutti voi per essere qui oggi e per l’impegno con il quale contribuite al dibattito pubblico sulle tematiche relative alla vita. Che questa passione per la tutela e la promozione della vita e dell’autentica libertà delle persone, possa diffondersi a tutti i cristiani, a tutti i cittadini e ai nostri Parlamentari, molti dei quali so essere presenti in sala o comunque partecipi.

Il Signore ci assista in quest’opera di testimonianza alla dignità di ogni persona, che egli ha creata e redenta. La Madre di Gesù, che ha portato la croce insieme al suo Figlio, ci insegni a lottare, a sopportare, a guardare oltre la materialità delle cose, con occhi di fede.

Gualtiero Card. Bassetti

Arcivescovo di Perugia – Città della Piev

Presidente della CEI


[1] E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma 2004, 60.

[2] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 26 gennaio 2018.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)