Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni

A metà maggio è stato reso noto il nuovo consesso dei membri della Pontificia Accademia per la Vita, l’istituzione voluta da Papa S. Giovanni Paolo II con lo scopo di difendere e promuovere il valore della vita umana e la dignità della persona, dal concepimento fino alla morte naturale. Istituita dal papa polacco con il Motu Proprio Vitae mysterium, la Pontificia Accademia per la Vita (Pav) ha inoltre come compito primario quello di formare una cultura della vita nel rispetto del Magistero della Chiesa. La nuova composizione della Pav vanta tra i suoi membri, detti Servitori della Vita, insigni personalità del mondo accademico di fama mondiale, alcuni come membri onorari, come ad esempio i Presidenti Emeriti Elio Sgreccia e Ignacio Carrasco, e il Card. Caffarra, quest’ultimo recentemente scomparso ancora vivo tra noi grazie ai suoi mirabili scritti di bioetica. Tante le conferme del precedente elenco, come Roberto Colombo, Francesco D’Agostino, Bruno Dellapiccola, Alain F. G. Lejeune, Jean-Marie Le Méné, e altri bioeticisti di altissimo profilo. Tuttavia alcuni dei nuovi accademici hanno destato perplessità quanto al loro profilo controverso.

A innescare un’aspra polemica sui quotidiani tanto nazionali che internazionali è stata la figura di Niggel Biggar, docente di morale e di teologia pastorale, nonché direttore del McDonald Center for Teology, Ethics and Public Life, all’Università di Oxford. Il motivo dello scandalo sono alcune esternazioni del moralista anglicano, riportate dal settimanale britannico Catholic Herald, nel quale si leggono dichiarazioni di Biggar possibiliste in tema di aborto. In un dialogo con Peter Singer, noto bioeticista d’impostazione sensista e utilirarista, teorizzatore dell’eutanasia infantile e dell’aborto postnatale per neonati con malformazioni congenite, il prof. Biggar ha dichiarato di essere favorevole all’aborto fino a diciotto settimane di gravidanza. Cioè quando il concepito, durante il suo sviluppo continuo, autonomo e finalisticamente orientato arriva a manifestare attività cerebrale e con essa una presumibile coscienza, oltre che possedere i genitali definiti e un cuore che pulsa la sua volontà di vivere e sprigiona la speranza di abbracciare la madre. La posizione di Biggar appare difficilmente conciliabile con il Magistero della Chiesa che, invece, riconosce la dignità di persona ad ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale (Dignitas Personae, 1) e di conseguenza condanna quanti tentano di giustificare l’aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana personale, tanto da ribadire con forza che dal primo momento della sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale (Evangelium Vitae, 60).

Il secondo accademico che presenta un profilo problematico è il rabbino prof. Avraham Steinberg, direttore dell’Unità di Etica della Medicina presso lo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme ed editore di letteratura talmudica. Anche in questo caso il prof. Steinberg, secondo quanto riportato da un’intervista che ha rilasciato alla australiana Radio National, si è detto scettico sulla natura dell’embrione, che secondo l’accademico israeliano prima dei quaranta giorni non «non possiede lo status di persona umana», al termine dei quali avrebbe «un certo qual status, anche se non completo». Inoltre nella medesima intervista si è detto d’accordo con lo screening per gli embrioni affetti da disabilità, approvando di fatto l’eugenetica. Anche in questo caso tali posizioni mal si conciliano con il Magistero, secondo cui «una simile mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di “normalità” e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche dell’infanticidio e dell’eutanasia» (Evangelium Vitae, 60).

Anche il profilo di Anne-Marie Pelletier, biblista e teologa presso lo Studium Théologique Inter-monastères, non offre garanzie. Infatti proprio a ridosso del Sinodo sulla famiglia, come riportato dall’agenzia specialistica Life Site News, la biblista francese ha espresso posizioni possibiliste in tema di divorzio e ha paventato la possibilità di una apertura della Chiesa in tema di divorzio e di secondo matrimonio in determinate occasioni.

Infine destano alcune perplessità anche le posizioni in tema di fine vita espresse da Padre Maurizio Chiodi, docente di Teologia Morale Fondamentale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bergamo e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. In un recente articolo di Aggioramenti Sociali, rivista dei gesuiti italiani di cui il prof. Chiodi è membro del gruppo di studio di Bioetica, si è detto favorevole alla legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) attualmente al vaglio del Senato, paragonando alimentazione e idratazione artificiali ai trattamenti sanitari e come tali rifiutabili in casi limite. Nonostante sia un tema su cui continua un vivo dibattito, è bene ricordare che il fatto che il nutrimento sia fornito attraverso strumenti artificiali non rende l’acqua o il cibo un preparato artificiale. La scriminante non è la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata, non è come si nutre o idrata: alimentazione e idratazione sono atti dovuti in quanto supporti vitali di base, nella misura in cui consentono al malato di restare in vita. In altre parole, acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un atto volto a lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente. Tuttavia, è bene ricordare che anche idratazione e alimentazione sono sottoposte al giudizio medico di proporzionalità e appropriatezza, quindi dovranno essere sospese soltanto se il quadro clinico le trasforma in un atto di accanimento, ossia inutile dal punto di vista dei benefici (si pensi al paziente in condizione di malassorbimento o di rigetto). In quest’ottica Papa Francesco ha puntualizzato che «difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, é un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo» (Tweet del 30/6/17). Inoltre, la posizione del prof. Chiodi presenta anche aperture in tema di contraccezione e fecondazione artificiale: va rilevato che nel caso di fecondazione artificiale numerosi problemi sorgono quanto agli embrioni soprannumerari che vengono lesi irrimediabilmente nella loro dignità umana.

Se il potenziamento della composizione interreligiosa del consesso della Pav deve essere salutata  positivamente, come testimonianza del fatto che la riflessione bioetica deve impegnare non soltanto i cattolici ma tutti gli uomini di buona volontà che intendono diffondere una cultura della rispettosa dell’uomo È lecito chiedersi, tuttavia, se questo obiettivo non poteva essere raggiunto ugualmente inserendo persone in linea con le finalità istitutive. Come soluzione alternativa, l’Accademia avrebbe potuto trasformarsi, diventando un areopago per il libero confronto delle idee. Nessuno si sarebbe sorpreso per posizioni eterodosse o avrebbe potuto dedurre che esse avessero qualsivoglia implicito avallo. Invece ci si è limitati a non richiedere più dai membri il giuramento dei Servitori della Vita, con qualche sconcerto e ragionevoli dubbi sulla possibilità che l’Accademia possa continuare a essere il luogo della riflessione più elevata del pensiero pro-life.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, pp. 13 – 14

Lettera aperta a Claudio Cerasa: una autentica ‘cultura della vita’ presuppone i diritti del concepito

Gentile Direttore,

con molta attenzione ho letto il “Botta e risposta” tra Lei e la Deputata On. Di Salvo, specialmente alla necessità di ribadire con vigore una cultura della vita che sappia arginare la “peste bianca”, termine con cui Lei ha efficacemente apostrofato la crisi demografica che attanaglia il nostro Paese.

È vero: senza figli l’Italia non ha futuro. Tuttavia mi permetto di far notare un aspetto che finora è stato più volte taciuto. Pur parlando di “cultura della vita”, sia nella proposta dell’On. Di Salvo che nella sua pregevole risposta, non compare alcun riferimento al diritto alla vita dell’concepito, primo e indispensabile presupposto culturale e legislativo per ogni altro diritto.

Nella crisi demografica di cui sopra, oltre alle problematiche economiche e sociali, pesano gli oltre sei milioni di aborti registrati dal Ministero della Salute dall’approvazione della L. 194, cui vanno sommati quelli “sommersi” effettuati con le pillole erroneamente dette “contraccezione d’emergenza” in quanto abortivi precoci. Dati confermati, tra i tanti, dall’autorevole osservazione demografica del prof. Gian Carlo Blangiardo, intervenuto alla conferenza stampa del Movimento per la Vita durante la presentazione del dossier sull’attività dei Centri di Aiuto alla Vita (Cav) in Italia.

Il suo invito a “fare presto, fate figli” è lodevole. Spesso le madri, o le loro famiglie, davanti una gravidanza inattesa o difficile credono di non avere alternative se non quella della disperazione che le porta a interrompere la vita del figlio che dal momento della fecondazione cresce gradualmente nel loro grembo. Accogliere queste donne affinché accolgano il loro bambino è una giusta e credibile alternativa all’aborto, promossa nei 349 Cav d’Italia. Lo prevede addirittura la stessa L. 194. E’ la sfida delle sfide, strettamente collegata al problema demografico. È un punto di partenza da accompagnare a interventi strutturali di più ampio respiro politico. Se mancasse, tuttavia, sarebbe un grande problema: oltre a non dare la possibilità a queste mamme di scegliere la vita, non riusciremmo neanche a promuovere una autentica cultura della vita.

Massimo Magliocchetti
Responsabile giovani Roma Movimento per la Vita

Dossier Vita Cav, 8mila bambini salvati nel 2016

Nell’anno 2016 sono 8.301 i bambini nati grazie al silenzioso servizio quotidiano offerto dai volontari dei Centri di Aiuto alla Vita (Cav) di tutta Italia, 13.000 le donne gestanti assistite durante il periodo della gravidanza, oltre 17.000 le donne aiutate durante il puerperio con varie tipologie di servizi. Sono questi i numeri diffusi dalla Segreteria Nazionale di Collegamento di Padova che nel suo rapporto annuale offre un bilancio della più importante attività offerta dal Movimento per la Vita italiano (MpV) sul territorio nazionale: l’aiuto concreto alla maternità. Il rapporto curato da Luigino Corvetti, Ubaldo Camilotti e Giorgio Medici, rappresenta un indispensabile strumento di ricognizione dell’operato dei Cav, al fine di prendere coscienza delle buone pratiche attuate nei Centri, oltre che per testimoniare l’operato dei volontari che con passione aiutano la vita nascente.

Se volessimo riassumere con uno slogan l’attività dei Cav, braccio operativo del MpV, possiamo dire che «accolgono la madre affinché accolga suo figlio». La cultura dell’accoglienza nei confronti del più debole e indifeso, come il bambino non ancora nato, è la bussola che guida i «volontari per la Vita». Un servizio che continua a salvare vite da oltre quarant’anni, un accompagnamento amorevole e solidale nei confronti delle donne con gravidanze difficili o indesiderate.

Attualmente sono 349 i Cav operanti sul territorio nazionale, un dato in aumento del 49% negli ultimi venti anni. Dal 1975, anno in cui venne fondato il primo Cav nella città di Firenze in risposta alla cultura di morte diffusa dalle cliniche clandestine degli aborti gestite dai Radicali, il numero dei Centri di Aiuto alla Vita è cresciuto in modo esponenziale. Determinante è stata l’opera di diffusione culturale e di testimonianza del Movimento per la Vita in tutte regioni d’Italia. Lo slogan che accompagnò l’inizio del primo Cav fu: «le difficoltà della vita non si superano sopprimendo la vita, ma superando insieme le difficoltà». In quest’ottica, in modo progressivo, ogni Regione d’Italia ha visto nascere numerosi centri aventi l’obiettivo di garantire di promuovere e garantire, attraverso servizi mirati, l’integrale attuazione dei diritti costituzionali, primo fra tutti il diritto alla vita.

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