Per la Cassazione il feto è persona

Con la sentenza n. 27539/2019 la Cassazione ha stabilito che il feto, anche se ancora nell’utero durante il travaglio deve essere considerato una persona. Le motivazioni della sentenza offrono spunti per cancellare l’inquietudine giuridica di fondo: se l’embrione non è un oggetto, allora chi è?

di Massimo Magliocchetti

Con la sentenza n. 27539/2019 la Cassazione ha stabilito che il feto, anche se ancora nell’utero durante il travaglio deve essere considerato una persona. L’ostetrica negligente che ha provocato la morte di un bambino risponderà di omicidio colposo e non aborto colposo.

È rimbalzato su tutte le pagine dei quotidiani il caso dell’ostetrica che è stata condannata per omicidio colposo a un anno e nove mesi di reclusione – con pena sospesa – per non aver adeguatamente monitorato il battito cardiaco di un feto mentre la madre era in travaglio e le era stata somministrata l’ossitocina per aumentare le contrazioni. Il processo, finito in Cassazione, ha permesso ai Giudici di legittimità, di prendere una netta posizione su un tema da anni dibattuto.

La Corte di Cassazione nella motivazione della sentenza ha preso una posizione storica, affermando senza dubbio alcuno che durante il travaglio il feto è persona. Rigettando la richiesta della difesa di qualificare il fatto come aborto colposo, anziché come omicidio colposo, i Giudici hanno ribadito che «il reato di omicidio e di infanticidio-feticidio tutelano lo stesso bene giuridico, e cioè la vita dell’uomo nella sua interezza. Ciò si desume anche dalla terminologia adoperata dall’art. 578 cod. pen. – “cagiona la morte” – identica a quella adottata per il reato di omicidio, in quanto evidentemente “si può cagionare la morte soltanto di un essere vivo”. Il legislatore, quindi, ha sostanzialmente riconosciuto anche al feto la qualità di uomo vero è proprio, giacché “la morte è l’opposto della vita”. I due reati, quindi, vigilano sul bene della vita umana fin dal suo momento iniziale e il dies a quo, da cui decorre la tutela predisposta dall’uno e dall’altro illecito è il medesimo». Con la locuzione «durante il parto» – ricorda la Cassazione – l’art. 578 cod. pen. specifica cosa sia da comprendere nel concetto di «uomo» quale soggetto passivo del reato di cui all’art. 575 cod. pen., in cui «deve essere incluso anche il «feto nascente».

Secondo i Giudici va osservato che tale disciplina appare «priva di profili di incostituzionalità, innestandosi in un quadro normativo e giurisprudenziale italiano ed internazionale di totale ampliamento della tutela della persona e della nozione di soggetto meritevole di tutela, che dal nascituro e al concepito si è poi estesa fino all’embrione».

Infatti, proprio nella sentenza 27/1975, la Corte Costituzionale – non senza equivoche conclusioni che aprirono di fatto la strada all’aborto in Italia – aveva riconosciuto l’embrione come titolare dei diritti umani inviolabili previsti, riconosciuti e garantiti dall’art. 2 della Costituzione. Ne aveva però escluso la personalità.

Da ultimo, invece, si sono registrati passi in avanti verso il riconoscimento del concepito come essere umano, con la Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel caso Parrillo contro Italia, nonché dalla Corte Costituzionale nelle Sentenze n. 229/2015 e 84/2016. In tutti i casi viene sancito il principio secondo il quale «gli embrioni non sono cose». Infatti, se l’embrione non è una cosa o un oggetto, allora è un soggetto (v. art. L.40/2004). Quello che nel 1975 è stato messo in dubbio è stato riaffermato dopo un travagliato approdo interpretativo, in quanto non possono esistere nel nostro ordinamento individui appartenenti alla specie umana che non sono riconosciuti come persone.

L’inquietudine giuridica secondo cui si è sempre evitato di affermare chiaramente questa verità sembra oggi essersi sopita con la sentenza della Cassazione 27539/2019 che con estrema lucidità riconosce la personalità del feto. Se il feto dunque è persona allora lo è il concepito in quanto tale, senza distinzioni durante il suo sviluppo coordinato, continuato, graduale e finalisticamente orientato. Diversamente opinando, ci troveremmo davanti ad una violazione del principio di solidarietà e uguaglianza (artt. 2 e 3 Cost.), in quanto sarebbero proprio le “condizioni personali” ad escludere la parità di trattamento e il riconoscimento dei diritti umani, primo fra tutti il diritto alla vita.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su Si alla Vita Luglio/Agosto 2019, nella Rubrica “Bioeticamente”

Aborto: aspetti biogiuridici e normativi

Da poche ore è stato pubblicato il “Trattato sulla Famiglia. Tra natura, diritto e nuove istanze” (Key Editore, 2018), realizzato con i contributi dei docenti formatori della Scuola di Alta Formazione e Studi Specializzati per Professionisti.

Da poche ore è stato pubblicato il “Trattato sulla Famiglia. Tra natura, diritto e nuove istanze” (Key Editore, 2018), realizzato con i contributi dei docenti formatori della Scuola di Alta Formazione e Studi Specializzati per Professionisti.

Sono felice e onorato di aver contribuito anche io con un capitolo dal titolo “Aborto: aspetti biogiuridici e normativi” (pp. 573-614).

Il libro si può ordinare a questo link.

Dall’Introduzione del mio saggio: 

All’interno del Corso di Alta Formazione in “Bioetica: aspetti filosofici, etici, fisiologici, giuridici e politici”[1],organizzato dalla Scuola di Alta Formazione e Studi Specializzati per Professionisti, il tema biogiuridico dell’aborto e della relativa normativa ha assunto una posizione di grande importanza, tenuto conto del contesto storico-culturale in cui si colloca. Infatti, l’anno in cui si è svolta la prima edizione del corso coincide con il quarantesimo anniversario dalla promulgazione della legge del 22 maggio 1978, n. 194, recante “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.

Le pagine che seguono, senza avere la pretesa di esaurire un tema così vasto e interdisciplinare, intendono offrire al lettore una analisi critica relativamente tre temi collegati alla L. 194 del 1978, oggi tornati attuali.

I primi due, di carattere generale,sono la questione sul diritto alla vita del concepito e l’interrogativo se esista o meno un diritto all’aborto. Il terzo aspetto oggetto della trattazione attiene ai problemi applicativi della legge in esame con un particolare riferimento all’aborto nel primo trimestre di gravidanza e l’aborto c.d.terapeutico oltre il novantesimo giorno.

Nelle more della trattazione saranno inseriti riferimenti circa il prezioso servizio culturale reso in questi quarant’anni dal Movimento per la Vita italiano (MPV) e dai Centri di Aiuto alla Vita (CAV). In relazione ai temi giuridici in esame il MPV e i CAV, sin dal 1975 hanno contribuito ad alimentare una coscienza critica capace di coniugare l’aspetto scientifico a quello esperienziale di concreta assistenza alla donna e al nascituro, al fine di scegliere la Vita.

Il presente elaborato, però, presenta il limite di non esaurire tutta la tematica dell’aborto che avrebbe, invece, bisogno di una più ampia trattazione.

Tuttavia la scelta è strumentale alle esigenze didattiche perseguite con la speranza di poter dare al lettore gli strumenti di base per districarsi in questo delicato ma appassionante tema.

Dunque, senza tralasciare l’evoluzione dottrinale circa l’istituto giuridico dell’interruzione volontaria di gravidanza, il quadro costituzionale e normativo di riferimento, nonché le decisioni della Corte Costituzionale che si sono susseguite nel tempo, si proverà anche ad abbozzare una riflessione bioetica e biogiuridica su un tema che tutt’ora divide gli studiosi e l’opinione pubblica. A tal fine, proprio in virtù della qualificazione interdisciplinare che caratterizza la bioetica,verranno poste a fondamento di alcune argomentazioni anche prove che, in primo momento, esulano dalla scienza giuridica. Ciò in virtù del fatto che quando ci interroghiamo sulle discipline giuridiche che intervengono così fortemente sull’uomo e i suoi diritti, non possiamo non prendere in considerazione le altre scienze che con l’uomo hanno a che fare. Tanto più oggi che ci troviamo a valutare, dopo quarant’anni, una legge che già nei lavori preparatori aveva registrato lacune, contraddizioni e prese di posizioni ideologiche che non hanno saputo tener conto della realtà dei progressi scientifici del tempo.Questo valore aggiunto che si è solidificato e innovato nel tempo diviene un utile strumento al servizio di un vaglio critico delle norme contenute nella L.194/78, come del resto viene richiesto agli interpreti e agli operatori del diritto, con l’intento di evidenziare i contenuti problematici e le relative implicazioni bioetiche, a partire dalla Sent. 27 del 1975, ossia la controversa decisione della Consulta che ha posto le basi teoriche per la L. 194 del 1978[2],che di lì a poco sarebbe stata promulgata in un clima politico e culturale rovente[3].A scanso di equivoci, è bene sottolineare fin da subito che il giudizio sulla L. 194/78 non può che essere estremamente negativo. In linea con quanto espresso al suo tempo La Pira, la L. 194/78 ritengo sia una legge “integralmente iniqua” e intrinsecamente ingiusta[4].

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[1]Le pagine seguenti sono una sintesi delle lezioni tenute dall’Autore nel Corsodi Alta Formazione summenzionato, circa gli aspetti giuridici e normatividell’aborto e della sua disciplina contenuta nella L. 194 del 1978.
[2]Repubblica Italiana, L. 22 maggio 1978, n. 194: Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, in Gazz. Uff., 22 maggio 1978, n. 140.D’ora in poi abbreviata in: L. 194.
[3]Per una completa ricostruzione storica di quegli anni: E. Bonicelli, Gli annidi erode. Il caso aborto in Italia (1973-1981), in Suppl. Il Sabato, n. 12, 21 marzo 1981; P. G. Liverani, Aborto anno uno, Ares, Milano, 1979.
[4]Per una raffinata ricostruzione sugli inganni della L. 194/78 si veda C. Casini, I tre inganni della legge sull’aborto, in fase di pubblicazione in Studi Cattolici, ed. marzo 2018. Si ringrazia l’On. Carlo Casini, Fondatore e Presidente Onorario del Movimento per la Vita italiano per avermi permesso di consultare il lavoro prima della sua pubblicazione.


Citazione bibliografica: 

M. Magliocchetti, Aborto:aspetti biogiuridici e normativi, in D. Leone – L. P. Martina (a cura di), Trattato sulla famiglia. Tra natura, diritto e nuove istanze, Key Editore, 2018, pp. 573 – 614.

Se il «problema» dell’obiezione di coscienza è una fake news

L’alto numero di medici obiettori è un problema? Secondo la CGIL lucana, si. Ma i dati del Ministero della Salute affermano il contrario: il presunto “problema” dell’obiezione di coscienza è quindi una fake news.

Dal 1978 assistiamo ad un attacco continuo all’obiezione di coscienza dei medici che decidono di difendere la vita e non sopprimerla con l’aborto. Sono quarant’anni che sentiamo ripetere dai media del mainstream che in Italia la legge sull’aborto (l. 194/78) non è pienamente applicata a causa dei medici obiettori. Da ultimo ci hanno pensato i membri del direttivo della CGIL della Basilicata. «La situazione relativa alla applicazione della Legge 194/1978 in Basilicata, già di norma nei fatti estremamente difficoltosa a causa di una strutturale carenza di organico nei consultori del territorio, nonché dalla presenza di 9 medici obiettori su 10 presenti sembra aggravarsi ulteriormente, nella sostanziale indifferenza delle istituzioni preposte», si legge nel documento diffuso a marzo scorso dai vertici del sindacato.

Ma la situazione lucana è veramente drammatica come denuncia la CGIL? Per rispondere basta indagare i dati offerti dalla Relazione Ministeriale sull’attuazione della L. 194 redatta annualmente dal Ministero della Salute. Nell’ultimo documento diffuso il 22 dicembre 2017 in relazione ai dati definitivi dell’anno 2016, emerge che in Basilicata i punti IVG, cioè le strutture abilitate ad eseguire l’aborto, sono quattro (80%) rispetto alle cinque strutture ospedaliere con reparto di ostetricia e/o ginecologia. Di per sé questo dato esclude che si possa attribuire alla Basilicata una carenza di stabilimenti in cui è possibile interrompere la gravidanza. Anzi, al contrario, il documento Ministeriale giudica la copertura «più che soddisfacente» (p. 46).

Un secondo dato che contribuisce a sgonfiare la denuncia della CGIL attiene all’offerta del servizio IVG, tenuto conto del diritto di obiezione di coscienza degli operatori sanitari, in relazione al numero medio settimanale di aborti effettuati da ogni ginecologo non obiettore, secondo il quale in Basilicata sono compiete mediamente 2.5 aborti ogni settimana. Un trend costante negli ultimi sei anni (2.8 nel 2021, 2.0 nel 2013, 2.9 nel 2014, 2.5 nel 2016) che quindi esclude la paventata «strutturale carenza di organico».

A conferma di quanto detto la Relazione specifica (p. 51) che a livello regionale il numero dei non obiettori sembra congruo rispetto al numero delle IVG effettuate, e il numero di obiettori di coscienza non dovrebbe impedire ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG. Nel 2016 i dati definitivi rilevano 1.481 medici non obiettori i quali hanno eseguito una media di 57.3 aborti nell’anno (p. 52). Secondo gli ultimi dati afferenti al 2013, in Basilicata sono 37 i ginecologi obiettori presenti nelle strutture in cui si effettua l’IVG, 44 sono anestesisti e 64 appartengono al personale non medico

Anzi, secondo la rilevazione ministeriale, nonostante il numero assoluto dei ginecologi non obiettori sia in aumento negli ultimi due anni, dato anche il dimezzamento delle IVG, il numero globale dei ginecologi che non esercita il diritto all’obiezione di coscienza è quindi sempre stato congruo al numero degli interventi di IVG complessivo (p. 52). In altre parole, nessun allarme.

Andando a fondo sulle statistiche offerteci dal Ministero della Salute emerge che il problema, non essendo in alcun modo il numero di obiettori, deve essere ricondotto – semmai fosse presente – ad una inadeguata organizzazione territoriale (p. 51).

Per i motivi sopra esposti sembra che la denuncia della CGIL sia una vera e propria fake news. La (vera) notizia è un’altra: sono sempre i più i medici che scelgono di testimoniare il loro sì alla vita. Secondo i dati ministeriali (p. 45), a livello nazionale, gli obiettori sono passati dal 58.7 del 2005 al 70.9 del 2016. Un dato impressionante che aiuta a rappresentare la presa di coscienza che colui che cresce nel grembo materno non è un «grumo di cellule» ma «uno di noi».

Massimo Magliocchetti,
Responsabile Giovani Roma MPV


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Se il «problema» dell’obiezione di coscienza è una fake news, in Si alla Vita web, 3/2018, http://www.siallavitaweb.it, pp. 1-2.

Comunicare un nuovo umanesimo con la pedagogia del dubbio

Rifondare la bioetica per comunicare un nuovo umanesimo. Una proposta: la pedagogia del dubbio.

Rifondare la bioetica per comunicare un nuovo umanesimo.
L’esperienza della rivista “Sì alla Vita”

Premessa. – I mass media parlano di bioetica, dunque i bioeticisti devono interrogarsi sul rapporto tra la loro disciplina e i mass media[1]. Quello della ricerca bioetica e dell’informazione sono diventati due mondi necessariamente complementari, perché se da una parte i mass media non possono ignorare le tematiche bioetiche di forte impatto sociale come, ad esempio, l’aborto e l’eutanasia, al tempo stesso essendo uscite dalla nicchia degli accademici per il loro diretto interesse sull’uomo devono essere correttamente portate a conoscenza di tutti mediante gli strumenti della comunicazione[2]. Dal punto di vista logico sarebbe scorretto interrogarsi su come comunicare la bioetica senza indagare quali debbano essere i pilastri su cui si fonda la bioetica. Tra i tanti contributi offerti dalla dottrina è da considerare positiva, a parer di chi scrive, l’impostazione secondo cui la bioetica deve basarsi e rifondarsi su due elementi essenziali che, in definitiva, sono facce della stessa medaglia: la ragione e l’esperienza del reale[3].

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“Papà, come sono nato?”: risponde “U-Nico”

Recensione al libro “Mi chiamo U-Nico”, un testo di bioetica per bambini, edito dal Movimento per la Vita italiano e curato da me personalmente nell’edizione italiana. La traduzione è merito di alcuni collaboratori dell’Agenzia Vitanews: Elena Lecci, Melissa Maioni, Flavia Magliocchetti.

“Papà, ma io come sono nato?”, è una delle classiche domande che i bambini pongono ai propri genitori ad un certo momento della loro esistenza. Spesso è difficile rispondere. Spiegare la meraviglia della vita è sempre un compito arduo. Raccontarlo con una storia e con immagini può essere un ottimo modo per trasmettere ai nostri piccoli la bellezza della Vita e il mistero che la avvolge. Questo è l’obiettivo che il libro dal titolo “Mi chiamo U-Nico” aspira a raggiungere.

La versione inglese, dal titolo “Unique”, è stata prodotta dalla FIAMC, la Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, con il contributo dell’aturice Patricia Diaz e le illustrazioni dalla nota disegnatrice Marietina. Il Movimento per la Vita ha ottenuto la possibilità di tradurlo e diffonderlo in Italia. L’edizione italiana, dal titolo “Mi chiamo U-Nico” è stata interamente curata dalla redazione della neonata Agenzia Vitanews (www.vitanews.org), grazie al minuzioso lavoro di Elena Lecci, Melissa Maioni e Flavia Magliocchetti. Continua a leggere ““Papà, come sono nato?”: risponde “U-Nico””

Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni

Sul mensile del Movimento per la Vita italiano, Si alla Vita, ho pubblicato alcune riflessioni sulla nuova composizione della Pontificia Accademia per la Vita che, ultimamente, ha fatto molto discutere.

A metà maggio è stato reso noto il nuovo consesso dei membri della Pontificia Accademia per la Vita, l’istituzione voluta da Papa S. Giovanni Paolo II con lo scopo di difendere e promuovere il valore della vita umana e la dignità della persona, dal concepimento fino alla morte naturale. Istituita dal papa polacco con il Motu Proprio Vitae mysterium, la Pontificia Accademia per la Vita (Pav) ha inoltre come compito primario quello di formare una cultura della vita nel rispetto del Magistero della Chiesa. La nuova composizione della Pav vanta tra i suoi membri, detti Servitori della Vita, insigni personalità del mondo accademico di fama mondiale, alcuni come membri onorari, come ad esempio i Presidenti Emeriti Elio Sgreccia e Ignacio Carrasco, e il Card. Caffarra, quest’ultimo recentemente scomparso ancora vivo tra noi grazie ai suoi mirabili scritti di bioetica. Tante le conferme del precedente elenco, come Roberto Colombo, Francesco D’Agostino, Bruno Dellapiccola, Alain F. G. Lejeune, Jean-Marie Le Méné, e altri bioeticisti di altissimo profilo. Tuttavia alcuni dei nuovi accademici hanno destato perplessità quanto al loro profilo controverso.

A innescare un’aspra polemica sui quotidiani tanto nazionali che internazionali è stata la figura di Niggel Biggar, docente di morale e di teologia pastorale, nonché direttore del McDonald Center for Teology, Ethics and Public Life, all’Università di Oxford. Il motivo dello scandalo sono alcune esternazioni del moralista anglicano, riportate dal settimanale britannico Catholic Herald, nel quale si leggono dichiarazioni di Biggar possibiliste in tema di aborto. In un dialogo con Peter Singer, noto bioeticista d’impostazione sensista e utilirarista, teorizzatore dell’eutanasia infantile e dell’aborto postnatale per neonati con malformazioni congenite, il prof. Biggar ha dichiarato di essere favorevole all’aborto fino a diciotto settimane di gravidanza. Cioè quando il concepito, durante il suo sviluppo continuo, autonomo e finalisticamente orientato arriva a manifestare attività cerebrale e con essa una presumibile coscienza, oltre che possedere i genitali definiti e un cuore che pulsa la sua volontà di vivere e sprigiona la speranza di abbracciare la madre. La posizione di Biggar appare difficilmente conciliabile con il Magistero della Chiesa che, invece, riconosce la dignità di persona ad ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale (Dignitas Personae, 1) e di conseguenza condanna quanti tentano di giustificare l’aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana personale, tanto da ribadire con forza che dal primo momento della sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale (Evangelium Vitae, 60).

Il secondo accademico che presenta un profilo problematico è il rabbino prof. Avraham Steinberg, direttore dell’Unità di Etica della Medicina presso lo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme ed editore di letteratura talmudica. Anche in questo caso il prof. Steinberg, secondo quanto riportato da un’intervista che ha rilasciato alla australiana Radio National, si è detto scettico sulla natura dell’embrione, che secondo l’accademico israeliano prima dei quaranta giorni non «non possiede lo status di persona umana», al termine dei quali avrebbe «un certo qual status, anche se non completo». Inoltre nella medesima intervista si è detto d’accordo con lo screening per gli embrioni affetti da disabilità, approvando di fatto l’eugenetica. Anche in questo caso tali posizioni mal si conciliano con il Magistero, secondo cui «una simile mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di “normalità” e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche dell’infanticidio e dell’eutanasia» (Evangelium Vitae, 60).

Anche il profilo di Anne-Marie Pelletier, biblista e teologa presso lo Studium Théologique Inter-monastères, non offre garanzie. Infatti proprio a ridosso del Sinodo sulla famiglia, come riportato dall’agenzia specialistica Life Site News, la biblista francese ha espresso posizioni possibiliste in tema di divorzio e ha paventato la possibilità di una apertura della Chiesa in tema di divorzio e di secondo matrimonio in determinate occasioni.

Infine destano alcune perplessità anche le posizioni in tema di fine vita espresse da Padre Maurizio Chiodi, docente di Teologia Morale Fondamentale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bergamo e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. In un recente articolo di Aggioramenti Sociali, rivista dei gesuiti italiani di cui il prof. Chiodi è membro del gruppo di studio di Bioetica, si è detto favorevole alla legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) attualmente al vaglio del Senato, paragonando alimentazione e idratazione artificiali ai trattamenti sanitari e come tali rifiutabili in casi limite. Nonostante sia un tema su cui continua un vivo dibattito, è bene ricordare che il fatto che il nutrimento sia fornito attraverso strumenti artificiali non rende l’acqua o il cibo un preparato artificiale. La scriminante non è la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata, non è come si nutre o idrata: alimentazione e idratazione sono atti dovuti in quanto supporti vitali di base, nella misura in cui consentono al malato di restare in vita. In altre parole, acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un atto volto a lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente. Tuttavia, è bene ricordare che anche idratazione e alimentazione sono sottoposte al giudizio medico di proporzionalità e appropriatezza, quindi dovranno essere sospese soltanto se il quadro clinico le trasforma in un atto di accanimento, ossia inutile dal punto di vista dei benefici (si pensi al paziente in condizione di malassorbimento o di rigetto). In quest’ottica Papa Francesco ha puntualizzato che «difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, é un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo» (Tweet del 30/6/17). Inoltre, la posizione del prof. Chiodi presenta anche aperture in tema di contraccezione e fecondazione artificiale: va rilevato che nel caso di fecondazione artificiale numerosi problemi sorgono quanto agli embrioni soprannumerari che vengono lesi irrimediabilmente nella loro dignità umana.

Se il potenziamento della composizione interreligiosa del consesso della Pav deve essere salutata  positivamente, come testimonianza del fatto che la riflessione bioetica deve impegnare non soltanto i cattolici ma tutti gli uomini di buona volontà che intendono diffondere una cultura della rispettosa dell’uomo È lecito chiedersi, tuttavia, se questo obiettivo non poteva essere raggiunto ugualmente inserendo persone in linea con le finalità istitutive. Come soluzione alternativa, l’Accademia avrebbe potuto trasformarsi, diventando un areopago per il libero confronto delle idee. Nessuno si sarebbe sorpreso per posizioni eterodosse o avrebbe potuto dedurre che esse avessero qualsivoglia implicito avallo. Invece ci si è limitati a non richiedere più dai membri il giuramento dei Servitori della Vita, con qualche sconcerto e ragionevoli dubbi sulla possibilità che l’Accademia possa continuare a essere il luogo della riflessione più elevata del pensiero pro-life.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, pp. 13 – 14

RU486 nei consultori. Nel Lazio battaglia in vista

Nel Lazio scoppia il caso della pillola abortiva Ru486 nei consultori. Le associazioni cattoliche insorgono. In Consiglio Regionale l’On. Olimpia Tarzia continua la battaglia contro un provvedimento “illegittimo”.

Non si fermano le polemiche per la decisione della Regione Lazio di somministrare la pillola abortiva RU486 in regime ambulatoriale nei consultori familiari. La proposta della Giunta Zingaretti sarà avviata già nel mese di maggio, in via sperimentale, per un periodo di 18 mesi. Le reazioni al provvedimento – come Avvenire ha riferito – non sono tardate ad arrivare. Dal Vicariato di Roma è partito l’appello a «riconsiderare tale decisione» che «lascia una volta di più la donna sola ad affrontare il dramma dell’aborto». «Ricorreremo al Tar – annuncia Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita italiano – per evitare che il silenzio sull’iniziativa della Giunta Zingaretti possa determinare uno stravolgimento della natura stessa dei consultori familiari e contribuire ad un ulteriore banalizzazione della soppressione di vite umane innocenti, rispetto alla quale la legge assegna ai Consultori il compito di suggerire risposte alternative».

Ma la Regione tira dritto e intensifica i lavori del tavolo tecnico per l’elaborazione delle linee guida da applicare al provvedimento. Il prossimo 19 aprile l’On. Olimpia Tarzia, vicepresidente della Commissione Cultura al Consiglio regionale del Lazio, presenterà una interrogazione urgente al presidente Zingaretti con la quale richiederà il ritiro della determinazione che ha introdotto la novità. È un atto «illegittimo» – spiega l’On. Tarzia – «perché l’aborto, anche chimico, non può essere praticato nei consultori, ma solamente, oltre che negli ospedali, nei poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati (art.8 L.194/78) e i consultori non possono essere assolutamente considerati poliambulatori pubblici, essendo istituiti dalla peculiare legge nazionale n.405/75, che ne definisce le finalità e le funzioni».

Massimo Magliocchetti


Aticolo pubblicato su:  M. Magliocchetti,  «RU486 nei consultori. Nel Lazio battaglia in vista», in E’ Vita (inserto settimanale di Avvenire), N. 540, 13 aprile 2017, p. 1. – Leggi