Comunicare un nuovo umanesimo con la pedagogia del dubbio

Rifondare la bioetica per comunicare un nuovo umanesimo.
L’esperienza della rivista “Sì alla Vita”

  Premessa. – I mass media parlano di bioetica, dunque i bioeticisti devono interrogarsi sul rapporto tra la loro disciplina e i mass media[1]. Quello della ricerca bioetica e dell’informazione sono diventati due mondi necessariamente complementari, perché se da una parte i mass media non possono ignorare le tematiche bioetiche di forte impatto sociale come, ad esempio, l’aborto e l’eutanasia, al tempo stesso essendo uscite dalla nicchia degli accademici per il loro diretto interesse sull’uomo devono essere correttamente portate a conoscenza di tutti mediante gli strumenti della comunicazione[2].  Dal punto di vista logico sarebbe scorretto interrogarsi su come comunicare la bioetica senza indagare quali debbano essere i pilastri su cui si fonda la bioetica. Tra i tanti contributi offerti dalla dottrina è da considerare positiva, a parer di chi scrive, l’impostazione secondo cui la bioetica deve basarsi e rifondarsi su due elementi essenziali che, in definitiva, sono facce della stessa medaglia: la ragione e l’esperienza del reale[3].

La comunicazione in bioetica oggi: l’antilingua e il dogmatismo. – Se volessimo riassumere le modalità con le quali attualmente viene portato avanti il metodo comunicativo sui temi della bioetica dal mondo dell’informazione e della comunicazione di massa, possiamo usare due parole chiave: antilingua e dogmatismo. Ormai siamo abituati a quella che Italo Calvino chiama l’antilingua[4], cioè parole dette volutamente per non dire quello che si ha paura di dire[5]. Quanto al secondo tema – quello del dogmatismo – è facile imbattersi in siti, testate, agenzie, che offrono al lettore una notizia con argomentazioni dogmatiche, cioè come principi che devono essere accolti come veri e giusti, senza che siano sottoposti ad esame critico o messi in discussione. Beninteso, con ciò non intendo che non esiste una verità. Esiste, senza ombra di dubbio, ma essendo le nostre tematiche che riguardano profondamente l’uomo – nel vero senso del termine – è necessario arrivarci per gradi. Invece assistiamo alla logica del tifo: ognuno urla la sua verità, senza preoccuparsi se quanto detto è stato comunicato all’altro. Dunque, come fare?

Ripensare la comunicazione in bioetica: la pedagogia del dubbio e l’esperienza di Sì alla Vita. – Oggi più che mai è necessario ripensare nuove modalità di comunicare la bioetica. Altrimenti l’inesorabile susseguirsi delle dinamiche sociali e dibattiti sui temi etici vedranno la vittoria del sofismo sulla realtà dell’uomo. Al determinismo e all’antilingua, dunque, dobbiamo contrapporre la pedagogia del dubbio. Questa nuova modalità comunicativa si compone di tre elementi: la ragione, la concretezza e la testimonianza. Tre elementi che caratterizzano l’operato della rivista “Sì alla Vita” (www.siallavitaweb.it), oltre a orientare il servizio della neonata Agenzia Vitanews (www.vitanews.org) con cui lavora a stretto contatto[6].

Il primo elemento è quello della ragione. Grazie all’uso della ragione, infatti, possiamo entrare in dialogo potenzialmente con tutti i diversi tipi di interlocutori, in quanto si riesce a condividere la lettura oggettiva della realtà. È il passepartout con il quale entriamo in connessione con il nostro interlocutore, posto che quest’ultimo sia predisposto allo stesso tipo di impostazione. La pedagogia del dubbio, in questo caso, si declina abbandonando il determinismo cercando, invece, di accompagnare il lettore verso la meta. La nostra metà è la difesa dignità dell’uomo. Quindi, in tema di aborto, ad esempio, evitando la dogmaticità, intendiamo accompagnare il lettore nel riconoscere nell’embrione un essere umano con la sua dignità. Con la ragione, con la biologia e la scienza, senza cadere nella dicotomia laici/cattolici che rimanda, purtroppo, alla logica del tifo poc’anzi citata[7]. Per rendere concreto questo obiettivo, la rivista “Sì alla Vita” contiene un ampio spazio per l’approfondimento sui temi bioetici ospitando autorevoli analisi di insigni bioeticisti, studiosi, ricercatori  e giovani firme appassionate al tema della Vita che possono offrire ai volontari uno strumento di formazione permanente necessario al nostro tipo di volontariato. Gli ambiti sviluppati in questa sezione sono prevalentemente quelli della bioetica medica e del biodiritto, della comunicazione e delle sfide educative, ma non mancano riflessioni antropologiche, filosofiche, teologiche, psicopedagogiche. In altre parole Sì alla Vita vuole essere una «palestra di senso critico» sui temi della vita e della famiglia.

Il secondo elemento è quello della concretezza o dell’esperienza del reale. Con esso intendiamo aggiungere al dato oggettivo la connotazione personale, al fine di completare l’indagine anche con il proprio vissuto, affinché si passi dalla bioetica dei principi alla bioetica della realtà. Infatti, solo integrando prudentemente il proprio vissuto professionale o di volontariato al principio che accogliamo e intendiamo difendere e promuovere riusciamo a offrire al lettore un quid aggiuntivo capace di concretizzare il principio, senza cadere in un giudizio burocratico sulle scelte dell’uomo[8].

Da ultimo, non può mancare l’elemento della testimonianza. All’inizio del novecento l’autore inglese G. K. Chesterton scriveva profeticamente: «Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate»[9]. Una comunicazione veramente feconda è quella capace di stimolare l’azione concreta. Speriamo, quindi, che presa coscienza di una verità segua l’impegno concreto e la vocazione di darne testimonianza. Perciò la rivista “Si alla Vita” avrà un ampio spazio dedicato alle associazioni locali in modo tale da diffondere il loro operato su tutto il territorio nazionale. Vi sarà una sezione dedicata ai Centro di Aiuto alla Vita (Cav), ai Movimenti per la Vita locali, a SOS Vita, alla fitta rete di Culle per la Vita, al prezioso servizio delle Case d’Accoglienza, alle insostituibili attività dei gruppi giovanili locali e dell’Equipe nazionale dei Giovani, ai viaggi del Cav d’Urgenza e alle attività dei Movit nelle Università italiane. Non mancherà una particolare attenzione per le attività di promozione della Federazione Uno di Noi e dell’inestimabile operato del Concorso scolastico europeo – ora dedicato alla memoria di Alessio Solinas – nelle scuole di tutta Italia.

Questo importante compito di amplificare e mettere in relazione progetti, vittorie, problemi, storie e volti, oltre ad essere la cifra del primo impegno del Movimento per la Vita nazionale, aspira a stimolare un senso di appartenenza e di identità che ad oggi, per il nostro particolare volontariato, risulta necessario.

Perché lavorare per rifondare la bioetica e comunicarla correttamente? – Quanto appena abbozzato, senza pretesa di esaustività e completezza visto il tema così complesso, muove dalla consapevolezza che questo momento storico – culturale ci chiama a grandi responsabilità, alle quali non possiamo voltare le spalle. Ciò che rincuora è la consapevolezza che continuiamo nel solco descritto quel 19 giugno 1978, quando a pochi giorni dall’approvazione della L.194/78 il Movimento per la Vita decise di iscrivere al tribunale di Milano la testata “Sì alla Vita”. Consapevoli e debitori, dunque, di una meravigliosa storia di diffusione della cultura della vita, onorati di poterne prendere sulle spalle il carico, speriamo di rispondere correttamente alle nuove sfide comunicative che accompagnano il nostro volontariato. In particolare ora che ci prepariamo a ricordare due importanti avvenimenti: il triste anniversario dei quarant’anni dall’approvazione della legge sull’aborto e il cinquantesimo anniversario dell’Enciclica Humanae Vitae.

Ma perché tutta questa fatica? Per rispondere a questa domanda voglio chiudere questo mio breve intervento lasciando parlare un Saggio: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare»[10].

Insomma, senza avere la presunzione di cambiare il mondo, quantomeno proviamo a fermare la dilagante cultura della morte che lo attanaglia ripensando a nuove modalità di comunicare la cultura della vita capaci di stimolare i nostri lettori a impegnarsi nella difesa del concepito e della dignità dell’uomo.

Massimo Magliocchetti


Relazione tenuta in occasione del 37 Convegno Nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita, il giorno 11 novembre 2017.

[1] Cfr. G. Miranda, Bioetica, Mass Media e Internet, in Studia Bioethica, vol. 9 (2016) n. 1, p. 6.

[2] Cfr. C. Giuliodori, Bioetica e comunicazione, in E. Sgreccia – M. L. Di Pietro (a cura di), Bioetica e formazione, Vita e Pensiero, 2000, p. 118.

[3] Cfr. C. Bellini, Rifondare la bioetica, in Scienza e Vita, Vita, Ragione, dialogo. Scritti in onore di Elio Sgreccia, Cantagalli, 2012, p. 11.

[4] Il termine Antlingua viene usato da Italo Calvino in Italo Calvino, “L’antilingua”, in: Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società, Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 1995, pp. 149-154, dove si legge: «Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato […]. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente […]».

[5] Per una breve ma efficace ricostruzione del fenomeno dell’Antilingua si veda P. G. Liverani, Dizionario dell’Antilingua. Le parole dette per non dire quello che si ha paura di dire, Ed. Ares, 1993. In particolare da pp. 14 – 21.

[6] Si consenta un riferimento all’editoriale di presentazione del progetto Agenzia Vitanews: cfr. M. Magliocchetti, Vitanews, la speranza e il discernimento per l’uomo, 5 febbraio 2017, consultabile in http://www.vitanews.org.

[7] Si badi bene a non cadere nell’equivoco di eliminare l’elemento della fede. Tuttavia, essendo un terreno ancora più divisivo bisogna chiedersi: se il nostro obiettivo è arrivare ad una verità (in questo caso, che l’embrione è vita e va difeso) riesco ad arrivarci anche senza scomodare l’elemento teologico, aspetto che creerebbe nel mio interlocutore un ostacolo alla discussione? Quella che dobbiamo fare è una semplice valutazione delle variabili e degli obiettivi. Inoltre, circa il rapporto tra fede e ragione, lo stesso Magistero della Chiesa Cattolica, precisa che: «la luce della ragione e quella della fede provengono ambedue da Dio». Sul punto cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Enc. Fides et ratio (14 settembre 1998), 43: AAS 91 (1999), p. 39. Si. veda anche: San Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentiles, I, VII. Inoltre, è importante precisare che principi non negoziabili come ad esempio l’indisponibilità della vita umana – per citarne quello basilare ed essenziale – sono comuni a tutte le religioni: cfr. F. D’Agostino, Muoversi nello stesso senso, in F. D’Agostino, Bioetica e biopolitica. Ventuno voci fondamentali, Giappichelli, 2011, p. 237. Si veda anche il pregevole documento: Commissione Teologica Internazionale, Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale, 1- 6 dicembre 2008, consultabile in La Civiltà Cattolica, quaderno 3814 (16 maggio 2009), II, pp. 347 – 351.

[8] Per una spiegazione della locuzione giudizio burocratico si veda l’interessante contributo di C. Bellini, Rifondare la bioetica, in Scienza e Vita, Vita, Ragione, dialogo. Scritti in onore di Elio Sgreccia, Cantagalli, 2012, p. 12, che ha contribuito ad ispirare il contenuto di questa breve relazione.

[9] Cfr. G.K. Chesterton, Eretici, Lindau edizioni, 2010, pag. 243.

[10] Cfr. J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Rusconi, 1977, p. 1054. La frase è riferita ad uno dei personaggi principali dell’Opera, Gandalf il Grigio.

Pubblicato in: M. Magliocchetti, Rifondare la bioetica per comunicare un nuovo umanesimo. L’esperienza della rivista “Sì alla vita”, in Si alla Vita, 3/2017, Novembre 2017, pp. 31-33

“Papà, come sono nato?”: risponde “U-Nico”

“Papà, ma io come sono nato?”, è una delle classiche domande che i bambini pongono ai propri genitori ad un certo momento della loro esistenza. Spesso è difficile rispondere. Spiegare la meraviglia della vita è sempre un compito arduo. Raccontarlo con una storia e con immagini può essere un ottimo modo per trasmettere ai nostri piccoli la bellezza della Vita e il mistero che la avvolge. Questo è l’obiettivo che il libro dal titolo “Mi chiamo U-Nico” aspira a raggiungere.

La versione inglese, dal titolo “Unique”, è stata prodotta dalla FIAMC, la Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, con il contributo dell’aturice Patricia Diaz e le illustrazioni dalla nota disegnatrice Marietina. Il Movimento per la Vita ha ottenuto la possibilità di tradurlo e diffonderlo in Italia. L’edizione italiana, dal titolo “Mi chiamo U-Nico” è stata interamente curata dalla redazione della neonata Agenzia Vitanews (www.vitanews.org), grazie al minuzioso lavoro di Elena Lecci, Melissa Maioni e Flavia Magliocchetti. Continua a leggere ““Papà, come sono nato?”: risponde “U-Nico””

Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni

A metà maggio è stato reso noto il nuovo consesso dei membri della Pontificia Accademia per la Vita, l’istituzione voluta da Papa S. Giovanni Paolo II con lo scopo di difendere e promuovere il valore della vita umana e la dignità della persona, dal concepimento fino alla morte naturale. Istituita dal papa polacco con il Motu Proprio Vitae mysterium, la Pontificia Accademia per la Vita (Pav) ha inoltre come compito primario quello di formare una cultura della vita nel rispetto del Magistero della Chiesa. La nuova composizione della Pav vanta tra i suoi membri, detti Servitori della Vita, insigni personalità del mondo accademico di fama mondiale, alcuni come membri onorari, come ad esempio i Presidenti Emeriti Elio Sgreccia e Ignacio Carrasco, e il Card. Caffarra, quest’ultimo recentemente scomparso ancora vivo tra noi grazie ai suoi mirabili scritti di bioetica. Tante le conferme del precedente elenco, come Roberto Colombo, Francesco D’Agostino, Bruno Dellapiccola, Alain F. G. Lejeune, Jean-Marie Le Méné, e altri bioeticisti di altissimo profilo. Tuttavia alcuni dei nuovi accademici hanno destato perplessità quanto al loro profilo controverso.

A innescare un’aspra polemica sui quotidiani tanto nazionali che internazionali è stata la figura di Niggel Biggar, docente di morale e di teologia pastorale, nonché direttore del McDonald Center for Teology, Ethics and Public Life, all’Università di Oxford. Il motivo dello scandalo sono alcune esternazioni del moralista anglicano, riportate dal settimanale britannico Catholic Herald, nel quale si leggono dichiarazioni di Biggar possibiliste in tema di aborto. In un dialogo con Peter Singer, noto bioeticista d’impostazione sensista e utilirarista, teorizzatore dell’eutanasia infantile e dell’aborto postnatale per neonati con malformazioni congenite, il prof. Biggar ha dichiarato di essere favorevole all’aborto fino a diciotto settimane di gravidanza. Cioè quando il concepito, durante il suo sviluppo continuo, autonomo e finalisticamente orientato arriva a manifestare attività cerebrale e con essa una presumibile coscienza, oltre che possedere i genitali definiti e un cuore che pulsa la sua volontà di vivere e sprigiona la speranza di abbracciare la madre. La posizione di Biggar appare difficilmente conciliabile con il Magistero della Chiesa che, invece, riconosce la dignità di persona ad ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale (Dignitas Personae, 1) e di conseguenza condanna quanti tentano di giustificare l’aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana personale, tanto da ribadire con forza che dal primo momento della sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale (Evangelium Vitae, 60).

Il secondo accademico che presenta un profilo problematico è il rabbino prof. Avraham Steinberg, direttore dell’Unità di Etica della Medicina presso lo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme ed editore di letteratura talmudica. Anche in questo caso il prof. Steinberg, secondo quanto riportato da un’intervista che ha rilasciato alla australiana Radio National, si è detto scettico sulla natura dell’embrione, che secondo l’accademico israeliano prima dei quaranta giorni non «non possiede lo status di persona umana», al termine dei quali avrebbe «un certo qual status, anche se non completo». Inoltre nella medesima intervista si è detto d’accordo con lo screening per gli embrioni affetti da disabilità, approvando di fatto l’eugenetica. Anche in questo caso tali posizioni mal si conciliano con il Magistero, secondo cui «una simile mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di “normalità” e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche dell’infanticidio e dell’eutanasia» (Evangelium Vitae, 60).

Anche il profilo di Anne-Marie Pelletier, biblista e teologa presso lo Studium Théologique Inter-monastères, non offre garanzie. Infatti proprio a ridosso del Sinodo sulla famiglia, come riportato dall’agenzia specialistica Life Site News, la biblista francese ha espresso posizioni possibiliste in tema di divorzio e ha paventato la possibilità di una apertura della Chiesa in tema di divorzio e di secondo matrimonio in determinate occasioni.

Infine destano alcune perplessità anche le posizioni in tema di fine vita espresse da Padre Maurizio Chiodi, docente di Teologia Morale Fondamentale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bergamo e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. In un recente articolo di Aggioramenti Sociali, rivista dei gesuiti italiani di cui il prof. Chiodi è membro del gruppo di studio di Bioetica, si è detto favorevole alla legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) attualmente al vaglio del Senato, paragonando alimentazione e idratazione artificiali ai trattamenti sanitari e come tali rifiutabili in casi limite. Nonostante sia un tema su cui continua un vivo dibattito, è bene ricordare che il fatto che il nutrimento sia fornito attraverso strumenti artificiali non rende l’acqua o il cibo un preparato artificiale. La scriminante non è la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata, non è come si nutre o idrata: alimentazione e idratazione sono atti dovuti in quanto supporti vitali di base, nella misura in cui consentono al malato di restare in vita. In altre parole, acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un atto volto a lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente. Tuttavia, è bene ricordare che anche idratazione e alimentazione sono sottoposte al giudizio medico di proporzionalità e appropriatezza, quindi dovranno essere sospese soltanto se il quadro clinico le trasforma in un atto di accanimento, ossia inutile dal punto di vista dei benefici (si pensi al paziente in condizione di malassorbimento o di rigetto). In quest’ottica Papa Francesco ha puntualizzato che «difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, é un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo» (Tweet del 30/6/17). Inoltre, la posizione del prof. Chiodi presenta anche aperture in tema di contraccezione e fecondazione artificiale: va rilevato che nel caso di fecondazione artificiale numerosi problemi sorgono quanto agli embrioni soprannumerari che vengono lesi irrimediabilmente nella loro dignità umana.

Se il potenziamento della composizione interreligiosa del consesso della Pav deve essere salutata  positivamente, come testimonianza del fatto che la riflessione bioetica deve impegnare non soltanto i cattolici ma tutti gli uomini di buona volontà che intendono diffondere una cultura della rispettosa dell’uomo È lecito chiedersi, tuttavia, se questo obiettivo non poteva essere raggiunto ugualmente inserendo persone in linea con le finalità istitutive. Come soluzione alternativa, l’Accademia avrebbe potuto trasformarsi, diventando un areopago per il libero confronto delle idee. Nessuno si sarebbe sorpreso per posizioni eterodosse o avrebbe potuto dedurre che esse avessero qualsivoglia implicito avallo. Invece ci si è limitati a non richiedere più dai membri il giuramento dei Servitori della Vita, con qualche sconcerto e ragionevoli dubbi sulla possibilità che l’Accademia possa continuare a essere il luogo della riflessione più elevata del pensiero pro-life.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, pp. 13 – 14