Il Concepito? E’ uno di noi

Perché proteggere l’embrione è una questione di uguaglianza

di Massimo Magliocchetti

La moderna cultura giuridica si fonda sul principio di uguale dignità di ogni essere umano. Questo principio è stato sancito all’interno delle più importanti costituzioni moderne e nelle Carte internazionali. È la base dei diritti umani.

Il solo fatto di appartenere alla specie umana, infatti, ci rende uguali nella dignità, sebbene diversi per tante altre ragioni. La ricchezza della diversità non può infatti rendere meno forte l’uguaglianza nella dignità.

La Costituzione italiana esprime molto profondamente questo concetto all’interno dell’art2 Cost., nel quale viene sancito che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

La Costituzione, ovviamente, sulla base anche del dibattito internazionale e della cultura dei diritti umani, riconosce i diritti inviolabili dell’uomo. Cioè prende atto che questi esistano prima della Costituzione stessa. In un certo senso, prende atto di ciò che esiste in quanto tale. E se ne fa carico, impegnando la collettività nel richiedere l’adempimento dei doveri di solidarietà, declinati nella triplice forma: politica, economica e sociale.

Sempre la Costituzione italiana, all’art3., primo comma, Cost., consacra il principio secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Tale dignità, che fonda i diritti inviolabili di ciascuna persona, non ammette distinzioni sulla base, in particolare, delle condizioni personali e sociali.

Questa premessa, ci aiuta a capire perché la teoria dei diritti umani crollerebbe se la legge definisse l’uguaglianza tra le persone sulla base di criteri che non siano quello della dignità dell’uomo. Se così non fosse, infatti, una condizione personale e sociale – come la situazione in cui versa il concepito – diverrebbe, al pari del sesso, piuttosto che della religione, un motivo per accordare o meno il principio di uguaglianza agli esseri umani.

Nel Novecento abbiamo potuto sperimentare cosa significa riconoscere la dignità dell’uomo a certe condizioni. La triste storia delle dittature del secolo scorso è una memoria che non possiamo dimenticare. Ci insegna, infatti, che ogni criterio arbitrario per la concessione dell’uguaglianza diventa la negazione della giustizia. La negazione dell’umanità.

Ebbene, il discorso appena accennato non cambia quando parliamo dell’embrione. L’embrione merita di essere trattato uguale a noi? Possiede, in virtù del principio di uguaglianza, quei diritti inviolabili dell’uomo che sono propri degli esseri umani? La risposta è certamente positiva.

Per non tradire il principio di uguaglianza, infatti, bisogna partire dal riconoscimento dello stesso ad ogni appartenente alla specie umana. Ebbene, la scienza, ormai, ci permette di affermare che, dal momento del concepimento, nasce un essere umano appartenente alla specie umana, con un patrimonio genetico unico e irripetibile che inizia un percorso graduale, continuo, coordinato e finalisticamente orientato. Insomma, il concepito è uno di noi. E non possono essere le condizioni sociali e personali a renderlo inidoneo a divenire titolare dei diritti inviolabili dell’uomo. Perché l’uguaglianza non può essere frutto di una convenzione. Per la definizione di vita umana, e quindi del riconoscimento o meno dei diritti umani e del principio di uguaglianza, il diritto non può infatti rimettersi a parametri soggettivi o convenzionali, ma necessita del criterio meno arbitrario e aleatorio possibile, che non può che essere quello biologico.

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Perché adottare il concepito non è una forma di utero in affitto

Tanti lettori mi hanno scritto allarmati la proposta di legge in materia di adozione del concepito possa aprire all’utero in affitto. Ecco i motivi per cui lo escludo.

di Massimo Magliocchetti

Tanti lettori mi hanno scritto allarmati dopo la pubblicazione dell’articolo nel quale esprimo soddisfazione per la proposta di legge in materia di adozione del concepito. Il motivo di preoccupazione, secondo alcuni, sarebbe la possibilità di avallare la pratica dell’utero in affitto. Una preoccupazione, in un certo senso, comprensibile, data la notevole diffusione di questa aberrante pratica che ho avuto già modo di definire la «schiavitù del terzo millennio». Tuttavia, per i motivi che proverò di seguito ad evidenziare, ritengo che l’accostamento a tale pratica, nonché una apertura normativa in tal senso, sia del tutto da escludere.

Per delineare la cornice normativa e concettuale all’interno della quale ci muoviamo occorre partire dalla terminologia e, quindi, dalle definizioni.

1. La maternità surrogata

Con il termine maternità surrogata (o gestazione per altri, ovvero utero in affitto) si intende, rispetto alle ordinarie procedure di fecondazione artificiale (omologa o eterologa), «la collaborazione di una donna estranea alla coppia (che può essere la stessa donatrice dell’ovulo impiegato per la fecondazione o una donna diversa) che mette a disposizione il proprio utero per condurre la gravidanza e si impegna a consegnare il bambino, una volta nato, alla coppia “committente” (ossia alla coppia che ha manifestato la volontà di assumersi la responsabilità genitoriale nei confronti del nato)»[1].

L’ordinamento italiano mostra un fermo atteggiamento di rifiuto nei confronti della maternità surrogata, sia a livello giurisprudenziale, sia a livello normativo. La legge 40 sancisce un espresso divieto, penalmente sanzionato, di realizzare, in qualsiasi forma, la surrogazione di maternità.

Il comma 6 dell’art. 12 della legge 40/2004 vieta questa pratica disponendo che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro

2. L’adozione del concepito

Sebbene l’adozione del concepito ancora non ha avuto una analisi sistematica in dottrina e con la proposta di legge A.C. 1238 siamo al secondo[2] atto Parlamentare sul tema, possiamo definire l’adozione del concepito come l’alternativa concessa alla donna che, invece di fare ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza ai sensi della L. 194/78, può dare impulso ad una procedura con la quale il Tribunale competente dichiara lo stato di adottabilità del nascituro, il quale sarà accolto da una famiglia individuata da appositi elenchi e idonea a rispondere agli standard dell’adozione nazionale.

3. Le differenze tra la maternità surrogata e l’adozione del concepito

Le considerazioni che seguono muovono dalla proposta di legge in esame. Tendenzialmente assumono carattere generale. Tuttavia, data la complessità dei rapporti che vengono alla luce in questi casi, nonché l’assoluta importanza delle posizioni dei soggetti coinvolti, è sempre bene ponderare le valutazioni sulla base dei testi legislativi che talora si presenteranno.

Mentre con la maternità surrogata la coppia stipula un contratto di surrogazione per avere un bambino e quindi si accorda con la gestante direttamente mediante il contratto, nell’adozione del concepito è il Tribunale a valutare le condizioni affinché il nascituro sia accolto nella nuova famiglia. L’adozione del concepito diventa una adozione nazionale particolare, che rispecchia il principio secondo cui la famiglia è per il bambino e non il bambino per la famiglia. Nella pratica dell’utero in affitto, invece, è il bambino ad essere cercato dalla famiglia o da un singolo soggetto.

La maternità surrogata è, tendenzialmente, un contatto a titolo oneroso, nel quale viene previsto un compenso per la gestante. Nel nostro ordinamento è vietato e, comunque, sarebbe un contratto nullo per illiceità della causa ai sensi dell’art. 1418 c.c. Nell’adozione, invece, l’aspetto economico è del tutto assente. Anzi l’esito positivo della procedura adottiva è subordinato alla sussistenza di standard entro cui le famiglie devono rientrare, affinché siano idonee a poter accogliere il nascituro.

La differenza con la maternità surrogata è presente anche nel ruolo che il genitore biologico assume nei confronti del figlio: mentre nell’utero in affitto la madre biologica porta avanti la gestazione e fa nascere il bambino per conto di altri, nella adozione del concepito la madre biologica decide di far nascere il bambino con la consapevolezza che il genitore adottante intenderà soddisfare i bisogni del nascituro. Nell’adozione del concepito lo stato di adottabilità può essere revocato entro sette giorni dalla nascita, cosicché la madre biologica che ha portato a termine la gravidanza sia sempre in tempo per tenere il bambino. Effettivamente, l’esperienza dei Centri di Aiuto alla Vita, ci insegna che il periodo della gravidanza è complesso e genera emozioni nella donna altrettanto complesse: offrire la libertà di scegliere la vita, anche con la consapevolezza di non accoglierla quando nata, sebbene possa sembrare strano agli occhi di quanti invece non aspettano altro che abbracciare il proprio bambino, diventa una alternativa affinché quella vita non sia scartata con la procedura abortiva.

Inoltre, nella previsione di una procedura virtuosa e diffusa, tale pratica adottiva diverrebbe idonea a ridurre il numero di donazioni di gameti per le pratiche di procreazione medicalmente assistita eterologa il cui tasso di riuscita è basso rispetto al numero di embrioni generati e non impiantati. Infine, aumenterebbe anche il numero di minori – sebbene concepiti – che possono essere adottati a fronte di numerose coppie pronte ad accoglierli una volta nati.

L’adozione prenatale, ancora, si qualificherebbe come una pratica costituzionalmente orientata. Ai sensi dell’art. 30 della Costituzione, infatti, la legge prevedrebbe un ulteriore caso di possibilità di ottemperare agli obblighi genitoriali per i quali il genitore biologico è impossibilitato a far fronte (si pensi le condizioni economiche e sociali previste dalla L. 194/78 come condizione per accedere alla pratica abortiva).

La possibilità che sia esclusa ogni forma di commercio tra la madre naturale e la coppia è garantita dall’interposizione del Tribunale dei minorenni tra la volontà di dare in adozione e la disponibilità ad adottare.

Infatti, a norma dell’artt. 4-5-6-7 della proposta di legge n. AC 1238/18, la donna, in alternativa all’interruzione della gravidanza per le ipotesi previste dalla legge n. 194 del 1978, può ottenere lo stato di adottabilità del concepito, che è disposto, con rito abbreviato, con decreto del Tribunale per i minorenni prima della nascita del concepito.

La donna, fino al momento della nascita e nei sette giorni successivi, può sempre e liberamente revocare il proprio consenso allo stato di adottabilità del concepito; il Tribunale per i minorenni, entro sette giorni dalla nascita del concepito dichiarato adottabile, sceglie la coppia tra un apposito elenco di coppie la cui residenza è posta a una distanza non inferiore a 500 chilometri dal luogo di nascita del concepito e dispone l’affidamento preadottivo, ai fini della successiva adozione. A poter sperare in questa scelta del Tribunale però saranno solo le coppie «la cui residenza è posta a una distanza non inferiore a 500 chilometri dal luogo di nascita del concepito», disposizione che punta a prevenire eventuali accordi extra legem o forme occulte di surrogazione di maternità.

Quindi: l’adottabilità del nascituro potrebbe aprire a forme surrettizie di utero in affitto? No, la surrogazione di maternità è impedita dal fatto che i genitori adottivi sono scelti dal giudice sulla base di una lista nazionale e non ci sono, dunque, contatti preventivi con la donna gestante. Soprattutto, gli aspiranti genitori adottivi devono dichiarare di essere disponibili ad adottare bambini con malformazioni, una situazione verosimilmente impensabile nella maternità su commissione.

Dunque, nella maternità surrogata l’atto procreativo è finalizzato a compiere una gravidanza per conto di altri, nell’adozione del concepito la coppia adottante scelta dal Giudice si pone come strumento sussidiario all’impossibilità di proseguire una gravidanza difficile o indesiderata tanto nei confronti della madre biologica – nel momento della nascita del bambino – quanto soprattutto nei confronti del nascituro a cui offre una aspettativa di vita altrimenti pregiudicata dal drammatico bilanciamento di diritti e interessi che avviene con l’interruzione della gravidanza secondo la normativa vigente.

La libertà della scelta della madre biologica, che deve passare il vaglio dell’indagine del Pubblico Ministero e quindi del Tribunale dei Minorenni, scongiura la possibilità che vi siano forme di commercializzazione del concepito, anche perché nessuna facoltà di scelta della coppia adottante è riconosciuta in capo alla madre biologica.

Le condizioni affinché sia dichiarato lo stato di adottabilità, cioè il presupposto che dà inizio a tutta la procedura, sono molto stringenti: il Tribunale dei minorenni, infatti, emette il decreto succintamente motivato previo accertamento delle condizioni che legittimerebbero l’aborto attestate dalle strutture con cui entra in contatto la donna, nonché sulla base della specifica volontà della donna liberamente raccolta presso il consultorio o la struttura socio-sanitaria. Il Tribunale, inoltre, decide su istanza del Pubblico Ministero (PM) presso il Tribunale dei minorenni: Proprio il PM è tenuto, una volta ricevuta la documentazione dal consultorio o dalla struttura socio-sanitaria, a convocare la madre ed eventualmente anche il padre per accertarsi della libertà della scelta.

In ogni modo, stante il valore dell’embrione umano e, quindi, del concepito in quanto tale, lungo tutta la fase del suo sviluppo finalisticamente orientato alla nascita, l’obiettivo primario è l’ottenimento della nascita del concepito. È quindi necessario e imprescindibile offrire alternative all’interruzione di gravidanza e trovare strumenti giuridici che – tanto nel rispetto della dignità dell’embrione quanto dei soggetti con esso coinvolti – siano idonei a realizzare questa possibilità.

Chi può adottare? La proposta di legge prevedere un espresso richiamo all’art. 6 della L. 184/1983, secondo cui possono adottare i coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni che, nei tre anni precedenti, non hanno avuto esperienza di separazione personale neppure di fatto; i quali devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendono adottare.

L’adozione del concepito anticipa gli effetti del parto anonimo. Infatti, mentre con il parto anonimo si attiva la procedura una volta che il bambino è venuto alla luce, con l’adozione del concepito lo stato di adottabilità può essere dichiarato ancor prima della nascita, salvo che entro sette giorni dalla nascita la madre biologica revochi il consenso per tenere il bambino. In ogni caso, l’aspettativa di nascita per nascituro e la consapevolezza della madre biologica durante la gravidanza che il proprio figlio sia desiderato da una famiglia pronta a prendersene cura non può che avere effetti positivi per entrambi i soggetti coinvolti, anche tenuto conto che il consenso è revocabile nei sette giorni dopo la nascita.

Nessun problema, poi, si crea nei confronti delle aspettative della famiglia adottante nei confronti dei quali non può configurarsi un diritto all’adozione, bensì diviene rilevante il diritto alla vita del nascituro e la sua piena soggettività giuridica che, in questo caso, non subisce il pregiudizio di una decisione unilaterale della madre biologica durante il periodo della gravidanza.

Massimo Magliocchetti


[1] Cfr. B. Salone, La maternità surrogata in Italia: profili di diritto interno e risvolti internazionalprivatistici, in BioLaw Journal n. 2/2016, p. 40.

[2] Nella XVII Legislatura è stato presentato un testo analogo dai Deputati Mario Sberna e Gian Luigi Gigli, A.C. 4215.

Aborto: quello che non dice la Relazione ministeriale e una proposta concreta

Un coro (quasi) unanime ha salutato con commenti positivi la pubblicazione della Relazione sull’applicazione della legge 194/78, pubblicata ad inizio anno dal ministro della Salute Giulia Grillo. Rimangono molte ombre. Nell’articolo trovi tutto quello che la Relazione ministeriale non dice e una proposta concreta.

Un coro (quasi) unanime ha salutato con commenti positivi la pubblicazione della Relazione sull’applicazione della legge 194/78, pubblicata ad inizio anno dal ministro della Salute Giulia Grillo. Rimangono tuttavia inalterate le ombre che da quarant’anni il Movimento per la Vita italiano denuncia.

Secondo i dati contenuti nel documento emerge che nel 2017 sono state notificate 80˙733 IVG, confermando il continuo andamento in diminuzione del fenomeno, in misura leggermente maggiore rispetto a quello osservato nel 2016 (4.9% rispetto al dato del 2016 e -65.6% rispetto al 1982, anno in cui si è osservato il più alto numero di IVG in Italia pari a 234˙801 casi). Secondo il rapporto il ricorso all’aborto nel 2017 è diminuito in tutte le classi di età, in particolare tra le giovanissime, e i tassi di abortività più elevati restano fra le donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Il Ministero della Salute rileva inoltre che è in aumento l’uso dell’aborto farmacologico. Nel corso del 2017 il mifepristone è stato adoperato nel 17.8% dei casi con successiva somministrazione di prostaglandine (rispetto al 15.7% del 2016 e al 12.9% del 201).

Consultori, in aumento i certificati abortivi. Abuso della procedura d’urgenza? – Continua la tendenza all’aumento del ricorso alla procedura d’urgenza: è avvenuto nel 19.2% nel 2017 rispetto al 17.8% dei casi del 2016, al 16.7% dei casi nel 2015, l’11.6% del 2011. Percentuali superiori alla media nazionale si sono osservate, come negli anni passati, in Puglia (38.9%), Piemonte (34.6%), Lazio (34.4%), Abruzzo (24.6%), Emilia Romagna (24.2%) e in Toscana (22.3%). Anche per il 2017 il consultorio familiare ha rilasciato più documenti e certificazioni (43.6%) degli altri servizi.

Incrociando questi due dati è necessario rilevare un abuso della procedura d’urgenza e uno stravolgimento della funzione essenziale dei consultori. Infatti, la L. 194/78 prevede il caso di urgenza come eccezione alla regola che prevede un periodo tra il rilascio del certificato e il giorno dell’intervento abortivo. Questo aspetto conferma l’idea dell’inesistenza di un diritto all’autodeterminazione assoluta, che però nei fatti viene aggirato, violando la lettera della legge.

Quando il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, riscontra l’esistenza di condizioni tali da rendere urgente l’intervento abortivo, rilascia immediatamente alla donna un certificato attestante l’urgenza con il quale la donna stessa può presentarsi ad una delle sedi autorizzate a praticare la interruzione della gravidanza. La prima puntualizzazione deve essere fatta in merito al termine «urgenza». Sebbene la norma nulla preveda in merito è ragionevole sostenere, anche sulla base di una lettura complessiva della legge, che non si possa far rientrare nel caso summenzionato la c.d. urgenza cronologica, bensì soltanto una urgenza clinica che presuppone un pericolo effettivo e immediato per la salute o la vita della madre. Deve ritenersi quindi accolta la tesi di coloro i quali sostengono che nel caso di urgenza clinica si debba riferire la fattispecie dell’emergenza propriamente detta, se non altro per escludere l’idea che sia legittimo soprassedere al periodo di sette giorni per il solo fatto che la gravidanza sia giunta ad un’epoca prossima al novantesimo giorno (urgenza cronologica).

Sul punto la Relazione ministeriale espone una tesi alquanto stravagante. A pag. 35 evidenzia che «questo aumento (della procedura d’urgenza, n.d.a) negli anni può essere un indicatore di problemi di liste di attesa, di servizi disponibili per l’effettuazione dell’IVG o di necessità di ricorso all’urgenza per poter svolgere l’intervento con il Mifepristone e prostaglandine entro i tempi previsti nel nostro Paese (49 giorni di gestazione)». Viene dunque da pensare che l’abuso di cui si parlava nelle righe precedenti poi, di fatto, non è soltanto un’ipotesi dottrinale ed astratta, bensì la realtà.

Una possibile inversione di marcia? Una proposta – Tra le pagine della Relazione, forse, emerge uno spiraglio di luce. Viene registrato infatti un numero di colloqui IVG superiore al numero di certificati rilasciati (48˙769 colloqui vs 34˙800 certificati rilasciati). Ciò potrebbe indicare l’effettiva azione per aiutare la donna “a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza” (art. 5 L.194/78).

Tornano attuali le obiezioni che il Movimento per la Vita ( MPV) ha da sempre presentato in merito alla effettiva natura di questi colloqui. Se si volesse, veramente, perseguire il fine preventivo indicato dalla L. 194/78 all’art. 5, sarebbe utile iniziare a lavorare sui contenuti di questi colloqui, magari riportati in via documentale con le dovute garanzie per la riservatezza delle donne che li compiono, in modo tale da poter elaborare efficaci modalità preventive, soprattutto alla luce delle buone pratiche presenti lungo il territorio italiano.

Obiettori in aumento: una testimonianza preziosa. – Nel 2017, si rilevano valori più elevati di obiezione di coscienza tra i ginecologi (68.4%) rispetto agli anestesisti (45.6%). Ancora inferiore è la proporzione di personale non medico che ha presentato obiezione (38.9%). Sette medici su dieci sono quindi obiettori. Il dato non è certamente trascurabile.

In primo luogo perché non incide sull’effettivo esercizio del ricorso all’IVG, come del resto ribadito da sempre dai dati ministeriali. In secondo luogo, un dato così alto di obiettori è la più grande testimonianza della dignità del concepito. Perché è proprio la scienza medica a riconoscere che dal concepimento siamo in presenza di un individuo appartenente alla specie umana, unico e irripetibile. L’obiezione di coscienza, quindi, è la più grande testimonianza della dignità del nascituro.

L’obiezione non è «il» problema. – Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG, i dati ministeriali, pur rilevando una percentuale di obiezione tra i ginecologi pari al 68.4%, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, sia su base regionale che considerando le singole strutture, anche in presenza di casi che si discostano dalla media, non evidenziano particolari criticità nei servizi di IVG. In altre parole, gli obiettori non sono il problema all’accesso alle pratiche abortive.

L’aborto precoce con la RU486. – Da ormai più di 10 anni (2005) alcuni istituti in Italia hanno iniziato per l’interruzione della gravidanza l’utilizzo dell’approccio farmacologico con Mifepristone (RU486) e prostaglandine (anche definito aborto medico in alternativa all’aborto chirurgico), così come già presente da diversi anni in altri Paesi e come raccomandato per gli aborti precoci nelle linee guida elaborate dall’OMS e da altre Agenzie internazionali. Fino al 2009 questo farmaco non era tuttavia in commercio in Italia ed era necessario acquistarlo all’estero.

Tuttavia, secondo i dati raccolti dal MPV, nonostante le interruzioni volontarie di gravidanza siano diminuite, ciò di per sé non significa che sia in diminuzione il fenomeno abortivo, in quanto lo stesso risultato (cioè la morte del concepito) viene perseguito mediante anche altre forme che non sono esclusivamente quelle individuate dal Ministero della Salute. L’aborto diminuisce in termini percentuali, ma non in termini assoluti: mentre diminuisce la popolazione femminile in età fertile e si restringono le possibilità che le donne abbiano una gravidanza, d’altro canto aumenta l’uso dei «contraccettivi d’emergenza», farmaci che ostacolano l’annidamento dell’embrione nell’utero materno (EllaOne e Norlevo) e che quindi producono aborti precoci.

Massimo Magliocchetti

Lettera aperta a Claudio Cerasa: una autentica ‘cultura della vita’ presuppone i diritti del concepito

Interessante “Botta e Risposta” tra il Direttore de “Il Foglio” e l’On. Di Salvo sulla cultura della vita. Manca qualcosa: il diritto a nascere del concepito. Lettera aperta a Claudio Cerasa per una autentica cultura della vita.

Gentile Direttore,

con molta attenzione ho letto il “Botta e risposta” tra Lei e la Deputata On. Di Salvo, specialmente alla necessità di ribadire con vigore una cultura della vita che sappia arginare la “peste bianca”, termine con cui Lei ha efficacemente apostrofato la crisi demografica che attanaglia il nostro Paese.

È vero: senza figli l’Italia non ha futuro. Tuttavia mi permetto di far notare un aspetto che finora è stato più volte taciuto. Pur parlando di “cultura della vita”, sia nella proposta dell’On. Di Salvo che nella sua pregevole risposta, non compare alcun riferimento al diritto alla vita dell’concepito, primo e indispensabile presupposto culturale e legislativo per ogni altro diritto.

Nella crisi demografica di cui sopra, oltre alle problematiche economiche e sociali, pesano gli oltre sei milioni di aborti registrati dal Ministero della Salute dall’approvazione della L. 194, cui vanno sommati quelli “sommersi” effettuati con le pillole erroneamente dette “contraccezione d’emergenza” in quanto abortivi precoci. Dati confermati, tra i tanti, dall’autorevole osservazione demografica del prof. Gian Carlo Blangiardo, intervenuto alla conferenza stampa del Movimento per la Vita durante la presentazione del dossier sull’attività dei Centri di Aiuto alla Vita (Cav) in Italia.

Il suo invito a “fare presto, fate figli” è lodevole. Spesso le madri, o le loro famiglie, davanti una gravidanza inattesa o difficile credono di non avere alternative se non quella della disperazione che le porta a interrompere la vita del figlio che dal momento della fecondazione cresce gradualmente nel loro grembo. Accogliere queste donne affinché accolgano il loro bambino è una giusta e credibile alternativa all’aborto, promossa nei 349 Cav d’Italia. Lo prevede addirittura la stessa L. 194. E’ la sfida delle sfide, strettamente collegata al problema demografico. È un punto di partenza da accompagnare a interventi strutturali di più ampio respiro politico. Se mancasse, tuttavia, sarebbe un grande problema: oltre a non dare la possibilità a queste mamme di scegliere la vita, non riusciremmo neanche a promuovere una autentica cultura della vita.

Massimo Magliocchetti
Responsabile giovani Roma Movimento per la Vita

Obiezione, altolà del consiglio d’Europa: non rispetta diritti delle donne. Gigli: è diritto, non concessione

Ancora una volta si riaccende il dibattito politico sull’obiezione di coscienza. Il Consiglio d’Europa bacchetta l’Italia perché, a suo dire, discrimina i medici e il personale medico non obiettori. Il Ministero della Salute si difende affermando che i dati presi in considerazione dal Consiglio d’Europa sono vecchi. Gigli, presidente del Movimento per la Vita, ribadisce che l’obiezione di coscienza non è una concessione bensì un diritto.

Ancora una volta si riaccende il dibattito politico sull’obiezione di coscienza. Il Consiglio d’Europa bacchetta l’Italia perché, a suo dire, discrimina i medici e il personale medico non obiettori. Il Ministero della Salute si difende affermando che i dati presi in considerazione dal Consiglio d’Europa sono vecchi. Gigli, presidente del Movimento per la Vita, ribadisce che l’obiezione di coscienza non è una concessione bensì un diritto.

Il Consiglio d’Europa: altolà su obiezione –  Il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa ha dichiarato ammissibile un ricorso presentato dalla Cgil concernete la violazione dei diritti della salute delle donne, motivato, a detta del sindacato da sempre schierato pro – choice, dall’impossibilità di praticare l’interruzione di gravidanza a causa dell’alto numero di medici obiettori. Il segretario Cgil, Susanna Camusso, si è detta soddisfatta perché si tratta di una vittoria per le donne e per i medici, ma anche per l’Italia.  Il comitato, che svolge un ruolo consultivo, ha evidenziato come per l’elevato numero dei medici non obiettori le donne continuano a trovare notevoli difficoltà nell’accesso all’interruzione di gravidanza, spesso costrette a cambiare regione o, addirittura, andare all’estero.

Ministero della Salute, Lorenzin: dati vecchi. – Non è tardata ad arrivare la risposta del Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha risposto alla decisione di Strasburgo criticando il metodo: l’analisi si è basata su dati vecchi che risalgono al 2013, mentre oggi la situazione non presenta alcune violazione della salute delle donne. Dal Ministero fanno sapere che si riservano di controllare i dati anche se sono convinti della non veridicità di quelli sostenuti dal Comitato europeo dei diritti sociali, già promotore dei diritti dell’uomo e del rispetto della democrazia in 47 Stati.

Le reazioni. Gigli: obiezione è un diritto, non concessione. – Altrettanto immediata è stata la dura presa di posizione del presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, che in una nota ha commentato la decisione del Consiglio d’Europa come un intervento strumentale che non tollera la presenza in Italia di una larga maggioranza di medici che antepone il precetto ippocratico di non uccidere a ogni altra considerazione. Ha anche ribadito come l’obiezione di coscienza non sia una concessione bensì un diritto che, al pari del diritto alla vita, lo Stato può limitarsi soltanto a riconoscere, se vuole distinguersi dai regimi autoritari.

La situazione italiana: tutto regolare – Al netto di tutte le considerazioni apparse in questi giorni sulla stampa nazionale, occorre ripartire da ciò che nel nostro ordinamento disciplina la drammatica realtà dell’interruzione di gravidanza. Dal 22 maggio 1978 l’Italia disciplina l’Igv con la L. n. 194, recante norme per la tutela della maternità e per l’interruzione di gravidanza. Ogni anno il Ministero della Salute, in osservanza dell’art. 16 della suddetta legge, è tenuto a presentare una relazione al Parlamento sull’attuazione della legge. La più recente, pubblicata il 26 ottobre 2015, recante i dati definitivi del 2013 e quelli preliminari del 2014, registra che per quanto riguarda l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi di Igv non emergono criticità per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun non obiettore.

Sebbene non condivido le posizioni dei pro-choice, pur rispettandoli – anche se il sentimento non è spesso corrisposto –, sia i dati ufficiali del Ministero che il dettato normativo italiano sconfessano la loro posizione. Nella loro volontà di denunciare l’alto numero di obiettori dimenticano che coloro i quali scelgono di obiettare stanno esercitando un loro diritto costituzionalmente tutelato e previsto dalla stessa L.194 all’art. 9. Il dettato normativo, infatti, prevede l’esonero del personale sanitario ed esercente l’attività ausiliaria dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza, ma e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Inoltre, vi è da precisare che l’impianto generale della 194, seppure presenta notevoli problemi che spesso vengono aggirati nella prassi, vede l’Igv come estrema ratio subordinata alla presenza di tassative condizioni: si legge nell’art. 1 che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. Se, come risulta dai dati, il carico dei non obiettori non inficia il servizio di Igv, che comunque nei termini imposti dalla legge rimane esigibile, e allo stesso tempo il diritto all’obiezione viene rispettato, la posizione del Consiglio d’Europa non appare in alcun modo condivisibile, poiché mira a sovvertire la ratio della norma.

Il calo delle interruzioni di gravidanza non è certamente causato solamente dalla presunta maggioranza dei medici non obiettori. Negli ultimi anni molte associazioni prolife, prima tra tutte il Movimento per la Vita, hanno contribuito a porsi come concreta alternativa alla drammatica scelta dell’aborto. L’accoglienza e l’accompagnamento costante pre e post parto alle donne in difficoltà è stata la soluzione ad una situazione di abbandono e smarrimento che le avrebbe altrimenti spinte a interrompere la gravidanza. In Italia, grazie alla costante promozione della cultura della vita, ormai stanno cambiando i contorni del dibattito sull’aborto, anche se ancora la strada è molto lunga per riconoscere piena tutela dei diritti del concepito, primo fra tutti quello alla vita. La prevenzione rimane l’arma migliore.

Non sarà certo il Consiglio d’Europa a sovvertire la natura della cose, anche perché se “l’Europa ce lo chiede” la coscienza risponde diversamente.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

(Articolo pubblicato su “La Voce della Vita“, il notiziario del Cav Roma Talenti, nel numero di Maggio 2016)

RU 486: l’aborto fai-da-te

RU 486: L’ABORTO FAI-DA-TE

Oggi è possibile anche in Day-Hospital: come banalizzare una realtà molto seria

Il Presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, il 25 marzo 2014 ha firmato una delibera regionale che prevede la somministrazione della pillola abortiva RU 486 anche in day-hospital, senza prevedere l’obbligo di ricovero ordinario di tre giorni. Cosa cambia rispetto alla precedente disciplina? Quali conseguenze comporta questa decisione? Analizziamole insieme. Continua a leggere “RU 486: l’aborto fai-da-te”