Il Concepito? E’ uno di noi

Perché proteggere l’embrione è una questione di uguaglianza

di Massimo Magliocchetti

La moderna cultura giuridica si fonda sul principio di uguale dignità di ogni essere umano. Questo principio è stato sancito all’interno delle più importanti costituzioni moderne e nelle Carte internazionali. È la base dei diritti umani.

Il solo fatto di appartenere alla specie umana, infatti, ci rende uguali nella dignità, sebbene diversi per tante altre ragioni. La ricchezza della diversità non può infatti rendere meno forte l’uguaglianza nella dignità.

La Costituzione italiana esprime molto profondamente questo concetto all’interno dell’art2 Cost., nel quale viene sancito che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

La Costituzione, ovviamente, sulla base anche del dibattito internazionale e della cultura dei diritti umani, riconosce i diritti inviolabili dell’uomo. Cioè prende atto che questi esistano prima della Costituzione stessa. In un certo senso, prende atto di ciò che esiste in quanto tale. E se ne fa carico, impegnando la collettività nel richiedere l’adempimento dei doveri di solidarietà, declinati nella triplice forma: politica, economica e sociale.

Sempre la Costituzione italiana, all’art3., primo comma, Cost., consacra il principio secondo cui «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Tale dignità, che fonda i diritti inviolabili di ciascuna persona, non ammette distinzioni sulla base, in particolare, delle condizioni personali e sociali.

Questa premessa, ci aiuta a capire perché la teoria dei diritti umani crollerebbe se la legge definisse l’uguaglianza tra le persone sulla base di criteri che non siano quello della dignità dell’uomo. Se così non fosse, infatti, una condizione personale e sociale – come la situazione in cui versa il concepito – diverrebbe, al pari del sesso, piuttosto che della religione, un motivo per accordare o meno il principio di uguaglianza agli esseri umani.

Nel Novecento abbiamo potuto sperimentare cosa significa riconoscere la dignità dell’uomo a certe condizioni. La triste storia delle dittature del secolo scorso è una memoria che non possiamo dimenticare. Ci insegna, infatti, che ogni criterio arbitrario per la concessione dell’uguaglianza diventa la negazione della giustizia. La negazione dell’umanità.

Ebbene, il discorso appena accennato non cambia quando parliamo dell’embrione. L’embrione merita di essere trattato uguale a noi? Possiede, in virtù del principio di uguaglianza, quei diritti inviolabili dell’uomo che sono propri degli esseri umani? La risposta è certamente positiva.

Per non tradire il principio di uguaglianza, infatti, bisogna partire dal riconoscimento dello stesso ad ogni appartenente alla specie umana. Ebbene, la scienza, ormai, ci permette di affermare che, dal momento del concepimento, nasce un essere umano appartenente alla specie umana, con un patrimonio genetico unico e irripetibile che inizia un percorso graduale, continuo, coordinato e finalisticamente orientato. Insomma, il concepito è uno di noi. E non possono essere le condizioni sociali e personali a renderlo inidoneo a divenire titolare dei diritti inviolabili dell’uomo. Perché l’uguaglianza non può essere frutto di una convenzione. Per la definizione di vita umana, e quindi del riconoscimento o meno dei diritti umani e del principio di uguaglianza, il diritto non può infatti rimettersi a parametri soggettivi o convenzionali, ma necessita del criterio meno arbitrario e aleatorio possibile, che non può che essere quello biologico.

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Big bang umano: come e quando si forma l’embrione?

L’embrione, dalla fecondazione al suo sviluppo. E una curiosità

Una delle domande più frequenti durante le conferenze e gli incontri di bioetica in cui vengo invitato a partecipare (scopri come entrare in contatto) è questa: come e quando si forma l’embrione umano?

Senza entrare troppo in tecnicismi, possiamo riassumere la risposta in questo modo.

Il big bang umano

Ogni essere umano ha origine in un momento straordinario: l’incontro fra un gamete maschile (spermatozoo) e il gamete femminile (ovocita).

Inizia un lungo processo che termina con la fecondazione (o fertilizzazione), momento in cui avviene la fusione dei genomi e la costituzione di un nuovo essere umano “unicellulare”.

Il nuovo essere umano appartiene alla specie umana ed è dotato di un proprio genoma unico ed individuale (zigote). Insomma: è uno di noi.

La medicina e la biologia dello sviluppo, quindi, riconoscono nello zigote la presenza di una identità biologica di un nuovo individuo umano.

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Per la Cassazione il feto è persona

Con la sentenza n. 27539/2019 la Cassazione ha stabilito che il feto, anche se ancora nell’utero durante il travaglio deve essere considerato una persona. Le motivazioni della sentenza offrono spunti per cancellare l’inquietudine giuridica di fondo: se l’embrione non è un oggetto, allora chi è?

di Massimo Magliocchetti

Con la sentenza n. 27539/2019 la Cassazione ha stabilito che il feto, anche se ancora nell’utero durante il travaglio deve essere considerato una persona. L’ostetrica negligente che ha provocato la morte di un bambino risponderà di omicidio colposo e non aborto colposo.

È rimbalzato su tutte le pagine dei quotidiani il caso dell’ostetrica che è stata condannata per omicidio colposo a un anno e nove mesi di reclusione – con pena sospesa – per non aver adeguatamente monitorato il battito cardiaco di un feto mentre la madre era in travaglio e le era stata somministrata l’ossitocina per aumentare le contrazioni. Il processo, finito in Cassazione, ha permesso ai Giudici di legittimità, di prendere una netta posizione su un tema da anni dibattuto.

La Corte di Cassazione nella motivazione della sentenza ha preso una posizione storica, affermando senza dubbio alcuno che durante il travaglio il feto è persona. Rigettando la richiesta della difesa di qualificare il fatto come aborto colposo, anziché come omicidio colposo, i Giudici hanno ribadito che «il reato di omicidio e di infanticidio-feticidio tutelano lo stesso bene giuridico, e cioè la vita dell’uomo nella sua interezza. Ciò si desume anche dalla terminologia adoperata dall’art. 578 cod. pen. – “cagiona la morte” – identica a quella adottata per il reato di omicidio, in quanto evidentemente “si può cagionare la morte soltanto di un essere vivo”. Il legislatore, quindi, ha sostanzialmente riconosciuto anche al feto la qualità di uomo vero è proprio, giacché “la morte è l’opposto della vita”. I due reati, quindi, vigilano sul bene della vita umana fin dal suo momento iniziale e il dies a quo, da cui decorre la tutela predisposta dall’uno e dall’altro illecito è il medesimo». Con la locuzione «durante il parto» – ricorda la Cassazione – l’art. 578 cod. pen. specifica cosa sia da comprendere nel concetto di «uomo» quale soggetto passivo del reato di cui all’art. 575 cod. pen., in cui «deve essere incluso anche il «feto nascente».

Secondo i Giudici va osservato che tale disciplina appare «priva di profili di incostituzionalità, innestandosi in un quadro normativo e giurisprudenziale italiano ed internazionale di totale ampliamento della tutela della persona e della nozione di soggetto meritevole di tutela, che dal nascituro e al concepito si è poi estesa fino all’embrione».

Infatti, proprio nella sentenza 27/1975, la Corte Costituzionale – non senza equivoche conclusioni che aprirono di fatto la strada all’aborto in Italia – aveva riconosciuto l’embrione come titolare dei diritti umani inviolabili previsti, riconosciuti e garantiti dall’art. 2 della Costituzione. Ne aveva però escluso la personalità.

Da ultimo, invece, si sono registrati passi in avanti verso il riconoscimento del concepito come essere umano, con la Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel caso Parrillo contro Italia, nonché dalla Corte Costituzionale nelle Sentenze n. 229/2015 e 84/2016. In tutti i casi viene sancito il principio secondo il quale «gli embrioni non sono cose». Infatti, se l’embrione non è una cosa o un oggetto, allora è un soggetto (v. art. L.40/2004). Quello che nel 1975 è stato messo in dubbio è stato riaffermato dopo un travagliato approdo interpretativo, in quanto non possono esistere nel nostro ordinamento individui appartenenti alla specie umana che non sono riconosciuti come persone.

L’inquietudine giuridica secondo cui si è sempre evitato di affermare chiaramente questa verità sembra oggi essersi sopita con la sentenza della Cassazione 27539/2019 che con estrema lucidità riconosce la personalità del feto. Se il feto dunque è persona allora lo è il concepito in quanto tale, senza distinzioni durante il suo sviluppo coordinato, continuato, graduale e finalisticamente orientato. Diversamente opinando, ci troveremmo davanti ad una violazione del principio di solidarietà e uguaglianza (artt. 2 e 3 Cost.), in quanto sarebbero proprio le “condizioni personali” ad escludere la parità di trattamento e il riconoscimento dei diritti umani, primo fra tutti il diritto alla vita.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su Si alla Vita Luglio/Agosto 2019, nella Rubrica “Bioeticamente”

Perché adottare il concepito non è una forma di utero in affitto

Tanti lettori mi hanno scritto allarmati la proposta di legge in materia di adozione del concepito possa aprire all’utero in affitto. Ecco i motivi per cui lo escludo.

di Massimo Magliocchetti

Tanti lettori mi hanno scritto allarmati dopo la pubblicazione dell’articolo nel quale esprimo soddisfazione per la proposta di legge in materia di adozione del concepito. Il motivo di preoccupazione, secondo alcuni, sarebbe la possibilità di avallare la pratica dell’utero in affitto. Una preoccupazione, in un certo senso, comprensibile, data la notevole diffusione di questa aberrante pratica che ho avuto già modo di definire la «schiavitù del terzo millennio». Tuttavia, per i motivi che proverò di seguito ad evidenziare, ritengo che l’accostamento a tale pratica, nonché una apertura normativa in tal senso, sia del tutto da escludere.

Per delineare la cornice normativa e concettuale all’interno della quale ci muoviamo occorre partire dalla terminologia e, quindi, dalle definizioni.

1. La maternità surrogata

Con il termine maternità surrogata (o gestazione per altri, ovvero utero in affitto) si intende, rispetto alle ordinarie procedure di fecondazione artificiale (omologa o eterologa), «la collaborazione di una donna estranea alla coppia (che può essere la stessa donatrice dell’ovulo impiegato per la fecondazione o una donna diversa) che mette a disposizione il proprio utero per condurre la gravidanza e si impegna a consegnare il bambino, una volta nato, alla coppia “committente” (ossia alla coppia che ha manifestato la volontà di assumersi la responsabilità genitoriale nei confronti del nato)»[1].

L’ordinamento italiano mostra un fermo atteggiamento di rifiuto nei confronti della maternità surrogata, sia a livello giurisprudenziale, sia a livello normativo. La legge 40 sancisce un espresso divieto, penalmente sanzionato, di realizzare, in qualsiasi forma, la surrogazione di maternità.

Il comma 6 dell’art. 12 della legge 40/2004 vieta questa pratica disponendo che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro

2. L’adozione del concepito

Sebbene l’adozione del concepito ancora non ha avuto una analisi sistematica in dottrina e con la proposta di legge A.C. 1238 siamo al secondo[2] atto Parlamentare sul tema, possiamo definire l’adozione del concepito come l’alternativa concessa alla donna che, invece di fare ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza ai sensi della L. 194/78, può dare impulso ad una procedura con la quale il Tribunale competente dichiara lo stato di adottabilità del nascituro, il quale sarà accolto da una famiglia individuata da appositi elenchi e idonea a rispondere agli standard dell’adozione nazionale.

3. Le differenze tra la maternità surrogata e l’adozione del concepito

Le considerazioni che seguono muovono dalla proposta di legge in esame. Tendenzialmente assumono carattere generale. Tuttavia, data la complessità dei rapporti che vengono alla luce in questi casi, nonché l’assoluta importanza delle posizioni dei soggetti coinvolti, è sempre bene ponderare le valutazioni sulla base dei testi legislativi che talora si presenteranno.

Mentre con la maternità surrogata la coppia stipula un contratto di surrogazione per avere un bambino e quindi si accorda con la gestante direttamente mediante il contratto, nell’adozione del concepito è il Tribunale a valutare le condizioni affinché il nascituro sia accolto nella nuova famiglia. L’adozione del concepito diventa una adozione nazionale particolare, che rispecchia il principio secondo cui la famiglia è per il bambino e non il bambino per la famiglia. Nella pratica dell’utero in affitto, invece, è il bambino ad essere cercato dalla famiglia o da un singolo soggetto.

La maternità surrogata è, tendenzialmente, un contatto a titolo oneroso, nel quale viene previsto un compenso per la gestante. Nel nostro ordinamento è vietato e, comunque, sarebbe un contratto nullo per illiceità della causa ai sensi dell’art. 1418 c.c. Nell’adozione, invece, l’aspetto economico è del tutto assente. Anzi l’esito positivo della procedura adottiva è subordinato alla sussistenza di standard entro cui le famiglie devono rientrare, affinché siano idonee a poter accogliere il nascituro.

La differenza con la maternità surrogata è presente anche nel ruolo che il genitore biologico assume nei confronti del figlio: mentre nell’utero in affitto la madre biologica porta avanti la gestazione e fa nascere il bambino per conto di altri, nella adozione del concepito la madre biologica decide di far nascere il bambino con la consapevolezza che il genitore adottante intenderà soddisfare i bisogni del nascituro. Nell’adozione del concepito lo stato di adottabilità può essere revocato entro sette giorni dalla nascita, cosicché la madre biologica che ha portato a termine la gravidanza sia sempre in tempo per tenere il bambino. Effettivamente, l’esperienza dei Centri di Aiuto alla Vita, ci insegna che il periodo della gravidanza è complesso e genera emozioni nella donna altrettanto complesse: offrire la libertà di scegliere la vita, anche con la consapevolezza di non accoglierla quando nata, sebbene possa sembrare strano agli occhi di quanti invece non aspettano altro che abbracciare il proprio bambino, diventa una alternativa affinché quella vita non sia scartata con la procedura abortiva.

Inoltre, nella previsione di una procedura virtuosa e diffusa, tale pratica adottiva diverrebbe idonea a ridurre il numero di donazioni di gameti per le pratiche di procreazione medicalmente assistita eterologa il cui tasso di riuscita è basso rispetto al numero di embrioni generati e non impiantati. Infine, aumenterebbe anche il numero di minori – sebbene concepiti – che possono essere adottati a fronte di numerose coppie pronte ad accoglierli una volta nati.

L’adozione prenatale, ancora, si qualificherebbe come una pratica costituzionalmente orientata. Ai sensi dell’art. 30 della Costituzione, infatti, la legge prevedrebbe un ulteriore caso di possibilità di ottemperare agli obblighi genitoriali per i quali il genitore biologico è impossibilitato a far fronte (si pensi le condizioni economiche e sociali previste dalla L. 194/78 come condizione per accedere alla pratica abortiva).

La possibilità che sia esclusa ogni forma di commercio tra la madre naturale e la coppia è garantita dall’interposizione del Tribunale dei minorenni tra la volontà di dare in adozione e la disponibilità ad adottare.

Infatti, a norma dell’artt. 4-5-6-7 della proposta di legge n. AC 1238/18, la donna, in alternativa all’interruzione della gravidanza per le ipotesi previste dalla legge n. 194 del 1978, può ottenere lo stato di adottabilità del concepito, che è disposto, con rito abbreviato, con decreto del Tribunale per i minorenni prima della nascita del concepito.

La donna, fino al momento della nascita e nei sette giorni successivi, può sempre e liberamente revocare il proprio consenso allo stato di adottabilità del concepito; il Tribunale per i minorenni, entro sette giorni dalla nascita del concepito dichiarato adottabile, sceglie la coppia tra un apposito elenco di coppie la cui residenza è posta a una distanza non inferiore a 500 chilometri dal luogo di nascita del concepito e dispone l’affidamento preadottivo, ai fini della successiva adozione. A poter sperare in questa scelta del Tribunale però saranno solo le coppie «la cui residenza è posta a una distanza non inferiore a 500 chilometri dal luogo di nascita del concepito», disposizione che punta a prevenire eventuali accordi extra legem o forme occulte di surrogazione di maternità.

Quindi: l’adottabilità del nascituro potrebbe aprire a forme surrettizie di utero in affitto? No, la surrogazione di maternità è impedita dal fatto che i genitori adottivi sono scelti dal giudice sulla base di una lista nazionale e non ci sono, dunque, contatti preventivi con la donna gestante. Soprattutto, gli aspiranti genitori adottivi devono dichiarare di essere disponibili ad adottare bambini con malformazioni, una situazione verosimilmente impensabile nella maternità su commissione.

Dunque, nella maternità surrogata l’atto procreativo è finalizzato a compiere una gravidanza per conto di altri, nell’adozione del concepito la coppia adottante scelta dal Giudice si pone come strumento sussidiario all’impossibilità di proseguire una gravidanza difficile o indesiderata tanto nei confronti della madre biologica – nel momento della nascita del bambino – quanto soprattutto nei confronti del nascituro a cui offre una aspettativa di vita altrimenti pregiudicata dal drammatico bilanciamento di diritti e interessi che avviene con l’interruzione della gravidanza secondo la normativa vigente.

La libertà della scelta della madre biologica, che deve passare il vaglio dell’indagine del Pubblico Ministero e quindi del Tribunale dei Minorenni, scongiura la possibilità che vi siano forme di commercializzazione del concepito, anche perché nessuna facoltà di scelta della coppia adottante è riconosciuta in capo alla madre biologica.

Le condizioni affinché sia dichiarato lo stato di adottabilità, cioè il presupposto che dà inizio a tutta la procedura, sono molto stringenti: il Tribunale dei minorenni, infatti, emette il decreto succintamente motivato previo accertamento delle condizioni che legittimerebbero l’aborto attestate dalle strutture con cui entra in contatto la donna, nonché sulla base della specifica volontà della donna liberamente raccolta presso il consultorio o la struttura socio-sanitaria. Il Tribunale, inoltre, decide su istanza del Pubblico Ministero (PM) presso il Tribunale dei minorenni: Proprio il PM è tenuto, una volta ricevuta la documentazione dal consultorio o dalla struttura socio-sanitaria, a convocare la madre ed eventualmente anche il padre per accertarsi della libertà della scelta.

In ogni modo, stante il valore dell’embrione umano e, quindi, del concepito in quanto tale, lungo tutta la fase del suo sviluppo finalisticamente orientato alla nascita, l’obiettivo primario è l’ottenimento della nascita del concepito. È quindi necessario e imprescindibile offrire alternative all’interruzione di gravidanza e trovare strumenti giuridici che – tanto nel rispetto della dignità dell’embrione quanto dei soggetti con esso coinvolti – siano idonei a realizzare questa possibilità.

Chi può adottare? La proposta di legge prevedere un espresso richiamo all’art. 6 della L. 184/1983, secondo cui possono adottare i coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni che, nei tre anni precedenti, non hanno avuto esperienza di separazione personale neppure di fatto; i quali devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendono adottare.

L’adozione del concepito anticipa gli effetti del parto anonimo. Infatti, mentre con il parto anonimo si attiva la procedura una volta che il bambino è venuto alla luce, con l’adozione del concepito lo stato di adottabilità può essere dichiarato ancor prima della nascita, salvo che entro sette giorni dalla nascita la madre biologica revochi il consenso per tenere il bambino. In ogni caso, l’aspettativa di nascita per nascituro e la consapevolezza della madre biologica durante la gravidanza che il proprio figlio sia desiderato da una famiglia pronta a prendersene cura non può che avere effetti positivi per entrambi i soggetti coinvolti, anche tenuto conto che il consenso è revocabile nei sette giorni dopo la nascita.

Nessun problema, poi, si crea nei confronti delle aspettative della famiglia adottante nei confronti dei quali non può configurarsi un diritto all’adozione, bensì diviene rilevante il diritto alla vita del nascituro e la sua piena soggettività giuridica che, in questo caso, non subisce il pregiudizio di una decisione unilaterale della madre biologica durante il periodo della gravidanza.

Massimo Magliocchetti


[1] Cfr. B. Salone, La maternità surrogata in Italia: profili di diritto interno e risvolti internazionalprivatistici, in BioLaw Journal n. 2/2016, p. 40.

[2] Nella XVII Legislatura è stato presentato un testo analogo dai Deputati Mario Sberna e Gian Luigi Gigli, A.C. 4215.

Il piccolo embrione che cercava la mamma

In due libri promossi dal MpV la cultura della vita viene declinata secondo target diversi. Per i piccoli esce “U-Nico”, per i più adulti la storia del grande Jerome Lejeune. Ne parlo su NOI Famiglia & Vita di novembre.

In preparazione al triste anniversario dei quarant’anni dall’approvazione della L.194 il Movimento per la Vita esce con due interessanti libri: «Mi chiamo U-Nico» e «Lo scienziato che amava la Vita. Itinerario spirituale con Jérôme Lejeune». Due libri con due target diversi, rispettivamente, per bambini e per un pubblico più maturo.

«Mi chiamo U-Nico» è la storia di Nico, un embrione che compie il suo viaggio verso la nascita impaziente di stringere la sua mamma. Un racconto con testi e immagini può diventare un ottimo modo per trasmettere ai nostri piccoli la bellezza della Vita e il mistero che la avvolge. La versione inglese, dal titolo «Unique», è stata prodotta dalla FIAMC, la Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici, con il contributo dell’Autrice Patricia Diaz e le illustrazioni dalla nota disegnatrice Marietina. Il Movimento per la Vita ha ottenuto la possibilità di tradurlo e diffonderlo in Italia. L’edizione italiana è stata interamente curata dalla redazione della neonata Agenzia Vitanews (www.vitanews.org), grazie al minuzioso lavoro di Elena Lecci, Melissa Maioni e Flavia Magliocchetti. Continua a leggere “Il piccolo embrione che cercava la mamma”

Carlo Casini, riconoscere la dignità del concepito è la prima pietra di un nuovo umanesimo

Sul mensile del Movimento per la Vita italiano, Si alla Vita, ho recensito l’ultimo libro di Carlo Casini, dal titolo: “Vita nascente. Prima pietra di un nuovo Umanesimo” (ed. San Paolo)

«Noi oggi dobbiamo fare il primo passo verso una nuova umanità, un nuovo umanesimo… è un passo indicato da tutta la nostra storia: riconoscere che ogni essere umano anche quando è povero è uno di noi; anche quando è il più povero dei poveri, quale è il figlio concepito e non ancora nato». Questo periodo del nuovo libro di Carlo Casini, dal titolo “Vita Nascente – Prima Pietra di un Nuovo Umanesimo” (ed. San Paolo), ben sintetizza lo scopo dell’Autore: guidarci verso il traguardo di un umanesimo nuovo perché compiuto nel riconoscere a tutti, a partire dal concepimento, la voce e il volto e i diritti che appartengono ad ogni uomo.

In queste pagine cosi dense di concetti c’è tutta la passione per l’uomo che ha caratterizzato l’impegno politico e professionale del Presidente onorario del Movimento per la Vita, fin dal 1975, come ricorda l’Autore, quando fu «posto di fronte al dramma dell’aborto concreto e alla pretesa di qualificarne la legalizzazione come progresso di civiltà».

C’è anche la passione educativa del docente che guida per mano il lettore e fornisce gli strumenti culturali, le argomentazioni che possono aiutare ciascuno a meglio qualificare il proprio impegno per la vita nascente.

C’è l’esperienza di chi è da sempre sul fronte della Vita prima nel lavoro in magistratura e poi nelle aule del Parlamento Italiano ed Europeo, ed ora nella Federazione Europea Uno di Noi, il frutto maturo di un lungo lavoro di ricostruzione di un’Europa fondata sulla solida base dei diritti umani, come era stata sognata dai Padri fondatori.

Colpiscono il lettore la comprensione dei problemi cosi complessi e le intuizioni profetiche del pensiero di giganti della difesa della Vita come Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta, eppure questo libro non è una raccolta di ricordi. Tutto è proiettato verso il futuro per offrire a ciascuno una chiara dimostrazione di quanto è davvero alta la posta in gioco, cioè la nostra umanità.

«Alla nostra epoca è imposta la missione di rispondere: Uomo o cosa? Soggetto o oggetto? Fine o mezzo? Si tratta di portare a conclusione un lungo cammino e di risvegliare e consolidare le energie per procedere verso un nuovo umanesimo». La prima sfida è e resta sempre quella della Vita e questo libro cosi aperto allo stupore della meraviglia e capace di uno sguardo unico sul figlio concepito diventa bussola per orientare le nostre scelte associative, per sostenere la famiglia, per contribuire alla costruzione del bene comune e per rifondare la politica.

Massimo Magliocchetti

Per leggere il libro: clicca qui


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Carlo Casini, riconoscere la dignità del concepito è la prima pietra di un nuovo umanesimo, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, p. 46

Consulta: la dignità dell’embrione ha rilievo costituzionale

La Consulta mette un punto sulla diatriba relativa alla natura giuridica dell’embrione. “Non è certamente riconducibile a mero materiale biologico” e l’offesa “alla tutela della dignità dell’embrione (ancorché) malato […] non trova giustificazione nella tutela di altro interesse antagonista”: in questi termini la Corte costituzionale, in una sentenza che può essere definita storica, apre sempre più la strada al pieno riconoscimento dell’embrione umano come soggetto di diritto.

La Consulta mette un punto sulla diatriba relativa alla natura giuridica dell’embrione. “Non è certamente riconducibile a mero materiale biologico” e l’offesa “alla tutela della dignità dell’embrione (ancorché) malato […] non trova giustificazione nella tutela di altro interesse antagonista”: in questi termini la Corte costituzionale, in una sentenza che può essere definita storica, apre sempre più la strada al pieno riconoscimento dell’embrione umano come soggetto di diritto. Continua a leggere “Consulta: la dignità dell’embrione ha rilievo costituzionale”

Fecondazione assistita: sì alla selezione degli embrioni. Gigli: «avanza cultura dello scarto»

la Consulta ha eliminato il divieto di selezione degli embrioni cancellando la relativa sanzione penale originariamente prevista. Questa decisione apre, seppur indirettamente, a una forma di eugenetica indiretta, una pratica disumana oltre che completamente ingiusta e antigiuridica.

(Articolo Pubblicato su “La Voce della Vita”,
ed. Dicembre 2015 – il notiziario del Cav Roma Talenti)

Künstliche Befruchtung einer Eizelle -  In-vitro-Fertilisation

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 229/2015 torna a giudicare la L.40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (PMA). È stato dichiarato incostituzionale l’art. 13, comma 3, lett. B della suddetta legge nella parte in cui vietava la condotta selettiva del sanitario volta esclusivamente ad evitare il trasferimento nell’utero della donna di embrioni che, dalla diagnosi preimpianto, siano risultati affetti da malattie genetiche trasmissibili accertate dalle strutture pubbliche. In altre parole, con tale declaratoria di incostituzionalità la Consulta ha eliminato il divieto di selezione degli embrioni cancellando la relativa sanzione penale originariamente prevista. Questa decisione apre, seppur indirettamente, a una forma di eugenetica indiretta, una pratica disumana oltre che completamente ingiusta e antigiuridica.
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