Eutanasia, Gigli: «La vita per noi è importante fino all’ultimo respiro»

Il mese scorso il Parlamento ha incardinato tra le varie proposte di legge alcuni atti sul tema eutanasia. La politica, l’associazionismo e l’opinione pubblica si sono divisi tra favorevoli e contrari. Due poli opposti, che rispondono a due diverse concezioni del valore della vita, hanno iniziato a confrontarsi. Tra questi una voce è emersa sulle altre: il Deputato di Democrazia Solidale – Centro Democratico e Presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, da sempre impegnato sul fronte etico, si sta spendendo per questa ennesima battaglia a difesa della vita. Perché la vita, per noi, è importante fino all’ultimo respiro.

Abbiamo incontrato il Presidente Gigli: Continua a leggere “Eutanasia, Gigli: «La vita per noi è importante fino all’ultimo respiro»”

Cav Talenti: un alleato della donna a difesa della vita

Ognuno di noi nella vita è mosso da ideali che diventano il motore di ogni pensiero, comportamento, azione. Ve n’è uno molto particolare: l’idea che la vita umana vada difesa sempre, dal suo inizio fino al suo termine naturale, senza alcun compromesso, tanto meno al ribasso. Questo è quanto perseguito dai volontari e operatori del Movimento per la Vita che, ogni giorno, si spendono nei Centri di Aiuto alla Vita (CAV).

Sul territorio romano molti sono i Cav che prestano il loro servizio alla vita nascente. In questa edizione del nostro giornale voglio presentarvi il Cav Roma Talenti, centro in cui ho l’onore e il piacere di operare.

Se volessimo spiegare con una metafora il nostro compito è certamente molto espressiva l’idea di un “alleato della mamma in difficoltà”. Continua a leggere “Cav Talenti: un alleato della donna a difesa della vita”

Le cinque prove dell’esistenza dell’uomo

Perché dobbiamo testimoniare la realtà di fronte all’ideologia

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In questa 38° Giornata per la vita dal titolo “La misericordia fa fiorire la vita” presentiamo uno di più famosi libri del fondatore e presidente onorario del Movimento per la vita: “Le cinque prove dell’esistenza dell’uomo”, di Carlo Casini[1].

«Ha scritto un filosofo: “Un tempo il problema era di dimostrare l’esistenza di Dio, oggi il problema è quello di dimostrare l’esistenza dell’uomo”»: così si apre il lungo e intenso dialogo che Casini intavola con il lettore, il quale troverà in modo chiaro e ordinato tutti gli strumenti per potersi orientare nel sempre attuale dibattito sui temi della vita, spesso furbamente presentati sotto posizioni ideologiche. Proprio in merito al clima culturale in cui il mondo prolife si trova ad essere indispensabile interlocutore, tornano facilmente alla mente le parole di Gilbert Keith Chesterton, scrittore britannico di fine ottocento, che in un suo celebre saggio intitolato “Eretici[2] scrive: «La grande marcia della distruzione mentale proseguirà. Tutto verrà negato. Tutto diventerà un credo. È un atteggiamento ragionevole negare l’esistenza delle pietre sulla strada; sarà un dogma religioso affermarla. […] Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate».

Insomma, in questo tempo dobbiamo nuovamente ribadire con vigore la realtà dell’uomo: queste cinque prove sono lo strumento migliore.

Le cinque prove. – Il libro contiene una trattazione semplice e alla portata di tutti, senza perdere per questo il connotato del rigore scientifico. Cinque sono gli ambiti di indagine: come primo aspetto viene trattato quello biologico per poi passare a quello psicologico, giuridico, antropologico e testimoniale. Tutta la trattazione si caratterizza per essere chiara e sistematica, esauriente e stimolante sotto molti punti di vista.

La prova biologica. – Come abbiamo già avuto modo di sostenere proprio tra le pagine di questa rivista, in merito alla sentenza della Corte europea dei Diritti dell’uomo dello scorso agosto, la vita umana inizia con la fecondazione. A questa prova scientifica l’Autore arriva partendo da un aspetto pratico. Si chiede: come spiegare e provare questo assunto al cd. “uomo della strada” che si troverà a confermare o annullare leggi attinenti alla fase iniziale della vita umana, sul quale grava una porzione di sovranità popolare e quindi le sorti della popolazione?

La risposta è chiara, semplice e lapidaria: dal momento della fecondazione lo sviluppo è continuo, autonomo (autodiretto) e finalisticamente orientato, nel senso che manca un salto di qualità[3],  vi è un momento  nel quale un non-essere diviene essere. Dal momento della fecondazione, infatti, sono presenti già tutte le informazioni genetiche in grado di portare a termine il programma di sviluppo della persona in modo coordinato, continuo e graduale[4].

La prova psicologica. – «Io quando sono cominciato?»: con questa fondamentale domanda inizia il capitolo dedicato alla prova psicologica, permeato da un ragionamento molto semplice ed efficace, scevro da sottigliezze tecniche e troppo filosofiche. Ancora una volta l’arma è la concretezza: il nostro essere lo percepiamo dal momento in cui siamo. Avevamo, infatti, percezione di noi – sebbene non ci ricordiamo perfettamente – anche quando eravamo molto piccoli e ne avremo fino al momento della morte. L’uomo è ed ha percezione di sé indipendentemente dalla sua apparenza corporea e dallo stadio in cui questa si manifesta. Tant’è vero che al giorno d’oggi molti psicologi e psicanalisti sanno tirare fuori dal profondo dell’io ricordi fetali[5].

La prova giuridica: il quadro, il chiodo e il muro. – È facilmente condivisibile che il fondamento della giustizia è il riconoscimento della dignità inerente ad ogni essere appartenente alla famiglia umana e dei suoi uguali e ineliminabili diritti fondamentali. Una legge, quindi, è giusta quando riconosce, difende, promuove, garantisce tali diritti. Come un quadro – si legge – per essere appeso ha bisogno di un chiodo e un muro, così il sistema dei diritti umani ha bisogno di una definizione solida di uomo, possibile grazie a due criteri: quello di uguaglianza e precauzione. Proprio perché il diritto riconosce come persona il soggetto titolare di diritti, se questi vengono tolti viene meno il concetto di persona in senso giuridico. Viceversa, dal momento in cui vengono riconosciuti, difesi, promossi e garantiti, allora – seppur giuridicamente – vi è una persona[6].

Il principio di uguaglianza ci pone in una posizione analoga sul piano giuridico e metagiuridico per il solo fatto di essere. Allora, essendo anche l’embrione portatore delle stesse attribuzioni biologiche e psicologiche qualificanti la persona presenti anche in un soggetto in uno stadio vitale diverso, poiché a quest’ultimo vengono garantiti i diritti inviolabili dell’uomo lo stesso deve valere per l’embrione. Primo fra tutti il diritto alla vita. Quanto al principio di precauzione il paradigma è sintetizzabile in questa semplice formula: «nel dubbio sulla vita bisogna scegliere la vita, cioè bisogna comportarsi come se la vita ci fosse fino a che non è rimosso l’ultimo dubbio[7]».

La prova antropologica: il Salmista e Leopardi. – L’Autore premette che la domanda antropologica, sebbene abbia un sapore religioso, è posta dagli uomini in quanto uomini. Due sono, però, i modi di approcciarsi: quello del Salmista, che postula l’esistenza di Dio, e quella di Leopardi, che come il pastore errante dell’Asia ritiene che non vi sia alcuna risposta possibile al di là di ciò che è sperimentabile con i sensi del proprio corpo[8].  Entrambi, alla fine, riconoscono che la dignità dell’uomo è la stessa a prescindere dalle condizioni sociali e personali, per il solo fatto di appartenere alla categoria dell’umano, e che l’uomo debba essere il fine e mai il mezzo.

La prova testimoniale. – Grazie alla prova testimoniale viene dimostrata la non irragionevolezza dell’affermazione secondo la quale anche il concepito è un essere umano uguale a ogni altro essere umano[9]. Per questo motivo, anche se ci fosse un soggetto che afferma il contrario non può pretendere di imporre le conseguenze della sua visione alla collettività. Se la prova biologica è un dato di fatto, un postulato vero perché riscontrabile empiricamente, oltre che scientificamente, la sola incapacità di negare il fatto è, a sua volta, conferma di ciò che si provava a mettere in discussione. Tra i testimoni più autorevoli troviamo il Comitato Nazionale di Bioetica, la Corte Costituzionale – che, seppur permise l’aborto in stringenti condizioni, non negò la qualifica di persona dell’embrione –, numerosi trattati internazionali, il Consiglio d’Europa e il Parlamento Europeo.

Non è un caso che proprio con una prova testimoniale chiudiamo il cerchio sulle prove dell’esistenza dell’uomo. In questo tempo di ideologie e false libertà ciò che salverà le vite dei nostri bambini sono la concretezza e la testimonianza. Allora, testimoniamo quanto ci è stato testimoniato.

Massimo Magliocchetti 

©Riproduzione riservata

(Articolo pubblicato sull’ed. Febbraio 2016 – La Voce della Vita)


[1] Carlo Casini è nato a Firenze il 4 marzo 1935. Coniugato, ha quattro figli. Risiede a Firenze. È laureato in giurisprudenza. Entra in magistratura nel 1961. Dal 1963 al 1966 ricopre l’incarico di Pretore ad Empoli e dal 1966 al 1979 è Sostituto procuratore della Repubblica a Firenze. Esercita le funzioni di Consigliere presso la Suprema Corte di Cassazione dal 1999 al 2003. È docente di diritto internazionale, di diritti umani e di bioetica presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma dal 2002. Autore di molte pubblicazioni in materia di diritti umani, giustizia, famiglia, bioetica. Relatore sui medesimi temi in molti congressi scientifici internazionali, oltreché in Italia, in Argentina, Brasile, Messico, Portogallo, Francia, Spagna, Germania, Polonia, Croazia, Albania, Slovacchia.

C. Casini, Le cinque prove dell’esistenza dell’uomo. Alla radice della bioetica e della biopolitica, San Paolo, 2006

[2] G.K. Chesterton, Eretici, Lindau edizioni, 2010, pag. 243.

[3] Ivi. p. 29.

[4] Comitato nazionale di Bioetica, Identità e statuto dell’embrione umano, 22 giugno 1996, p.14.

[5] C. Casini, Le cinque prove dell’esistenza dell’uomo …, p. 47.

[6] Cfr. Ivi. p.61.

[7] Cfr. Ivi. p.67.

[8] Cfr. Ivi. p.69.

[9] Cfr. Ivi. p.83