Fine vita, Leotta: «no diritto alla more, si diritto a non soffrire»

Intervista aò Prof. Avv. Carmelo Domenico Leotta, professore associato di diritto penale all’Università Europea di Roma e avvocato del Foro di Torino.

di Massimo Magliocchetti

La questione del fine vita, specialmente quando sono previste modifiche legislative, interroga anche il mondo dei giuristi. Non solo perché le leggi fanno cultura, ma soprattutto perché ogni norma poi regola la vita dei consociati. Più di altre volte, in questo caso gli interessi e diritti in gioco sono delicatissimi. Per questo motivo, abbiamo incontrato il Prof. Avv. Domenico Leotta, professore associato di diritto penale all’Università Europea di Roma e avvocato del Foro di Torino. Ultimamente è stato audito dalle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali lo scorso 25 giugno sulle proposte di modifica all’art. 580 c.p., in tema di aiuto e istigazione al suicidio.

Professore, il 24 settembre scorso la Corte Costituzionale ha sospeso il giudizio in merito alla questione di costituzionalità della norma del codice panale che sanziona l’aiuto o l’istigazione al suicidio. Ci spiega cosa ha detto la Consulta nell’ordinanza?

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Legge sull’eutanasia, Menorello: «il Parlamento reagisca, freni le derive eutanasiche»

Intervista a Domenico Menorello, Avvocato cassazionista e Deputato della XVII legislatura, coordinatore dell’Osservatorio parlamentare “Vera Lex?”

di Massimo Magliocchetti

È iniziato il conto alla rovescia: il 24 settembre la Corte Costituzionale riscriverà la norma sul suicidio assistito, se non sarà il Parlamento a prendere su di sé la responsabilità di farlo. In questo anomalo scenario, dove i poteri dello Stato sembrano aver mutato i loro ordinari compiti, una parte della politica preme sull’acceleratore. «Non si può più aspettare», afferma Domenico Menorello, Avvocato cassazionista e Deputato della XVII legislatura, coordinatore dell’Osservatorio parlamentare Vera Lex?, che insieme al mondo dell’associazionismo prolife e profamily sta guidando i lavori e l’organizzazione per una controffensiva politica e culturale. Menorello è stato tra i promotori dell’evento dell’11 luglio, dal titolo «“Diritto o “condanna” a morire per le vite “inutili”?», al quale hanno partecipato insieme a più di trenta associazioni, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giancarlo Giorgetti, il Vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, Alfredo Mantovano e Assuntina Morresi del Comitato Nazionale di Bioetica. Lo abbiamo incontrato per capire meglio cosa sta accadendo sul fronte del fine vita.

Onorevole, in questi giorni è iniziato il conto alla rovescia per la decisione della Corte Costituzionale del prossimo 24 settembre in tema di suicidio assistito. Come sta vivendo questi momenti?

«Viene in mente quello stupefacente dialogo ne “Il Signore degli anelli“: “Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni”, esclamò Frodo. “Anch’io”, annuì Gandalf “come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”. Nel lavoro svolto in questi giorni con molti amici delle associazioni e politici ho potuto via via rendermi conto di più quanto sia grave la possibilità che l’eutanasia sia introdotta in Italia. Perché una legge indica sempre un valore ritenuto “bene”, come insegna San Tommaso. Quindi, una eventuale legalizzazione del “procurare la morte” affermerà una antropologia triste, in cui l’uomo, ciascun uomo, riceverà cura e rispetto solo fino a che sarà performante, adeguato secondo i parametri sociali ed economici della mentalità dominante e dei poteri forti che la condizionano. Quando invece arriveranno i momenti di fragilità, di malattia, di debolezza, di disabilità, di vecchiaia, ebbene una norma sull’eutanasia sarebbe lì a dire all’interessato e ai suoi cari che forse quel tempo difficile non è così importante, né lo é più la sua vita. Altro che centralità della persona! Ma noi sappiamo che non é così! Noi sappiamo che ogni istante della vita é segno di una chiamata verso un Destino buono, verso una felicità che desideriamo sempre con una insopprimibile tensione, tensione che è la cifra stessa dell’essere uomo. Anzi, proprio il dolore e la sofferenza sono il limite esistenziale in cui questa chiamata alla pienezza “grida” di più, in cui si capisce con chiarezza che “tutte le immagini portano scritto: più in là” (Montale). Vi è, poi, la grandezza dell’uomo che si prende cura di un altro uomo sofferente, che con-divide e com-partecipa con lui di questo anelito, in quel momento di debolezza. Se invece piegheremo il Servizio Sanitario Nazionale alla morte anziché alla vita, la stessa struttura sanitaria pubblica si porrà contro l’uomo, impedirà la straordinaria e commovente solidarietà umana e medica che abbiamo visto testimoniata anche nel commovente seminario dell’11 luglio, diverrà funzionale a spezzare i legami, ad aumentare la solitudine, favorendo la disperazione anziché la speranza. Siamo perciò, oggi più che mai, chiamati a vivere e testimoniare a tutti che una antropologia più bella, più umana esiste ed é possibile. È quella stessa cultura che ha costruito la civiltà occidentale, che origina nella corrispondenza inattesa e desiderata dell’Annuncio cristiano, che per ognuno di noi é possibile vivere pienamente in qualunque contingenza personale, sociale o politica».

 Lo scorso 11 luglio ha partecipato alla mobilitazione di politici e associazioni a favore della vita, ma già nell’osservatorio parlamentare Vera Lex?, di cui è il coordinatore, si è impegnato per garantire più consapevolezza al Parlamento su questo scivoloso tema. Cosa sta accadendo dentro il palazzo?

«Come Lei ha acutamente osservato, il primo problema del Palazzo sembra essere proprio quello di accorgersi di ciò che sta per capitare. Il 24 settembre la Corte costituzionale introdurrà, se rimarrà coerente con l’ordinanza n. 207/18, la legalizzazione dell’eutanasia per sentenza, dichiarando incostituzionale in tutto in parte l’art. 580 del Codice penale, che punisce l’aiuto al suicidio. Ma di questa imminente tempesta non sembrano accorgersi né le rappresentanze politiche, né i grandi media.

Inoltre, tutte le forze politiche dovrebbero convenire che è il Parlamento il luogo di scelte così dirimenti per la vita del Paese, non una camera di consiglio di un collegio giudicante, per quanto il Giudice possa essere importante e autorevole. Ci si aspetterebbe una reazione da parte delle istituzioni parlamentari, se non altro per affermare i propri ruolo e significato. Invece, tacciono.

II terzo livello di attenzione da parte del legislatore dovrebbe essere la consapevolezza per cui l’introduzione dell’eutanasia significherebbe cambiare il modello antropologico di riferimento e modificare strutturalmente il Servizio Sanitario Nazionale.

Mi preoccupa, invece, l’imbarazzante difficoltà di giudizio che caratterizza quasi tutti i gruppi parlamentari, che non sembrano nemmeno reagire a un vero e proprio “esproprio” del ruolo che spetta al legislatore. Sembra che siano bloccati di fronte a qualsiasi posizione possa sembrare non in linea con i luoghi comuni e il pensiero dominanti. Si ha l’impressione che scappino, trasversalmente, da ogni decisione che non appaia politically correct.».

Al momento sono state presentate quattro proposte di legge sul fine vita. Tuttavia, nelle due componenti del Governo sembra che ci siano distanze siderali che farebbero pensare ad un mancato accordo sui temi etici. È importante decidere prima della decisione della Consulta?

È fondamentale. E chi impedirà alla Camera di deliberare in aula tempestivamente, in realtà avrà voluto la sentenza eutanasica della Consulta. Questa volta il “non-fare” equivale al “fare”. Oramai il trucco é chiaro e non ci casca più nessuno. Chi impedirà all’Aula di Montecitorio di deliberare nei prossimi giorni sarà responsabile dell’“eutanasia per sentenza”.

Più in particolare, da questa decisione non può rimanere assente soprattutto la maggioranza di Governo! Infatti, chi dei due partiti di maggioranza lascerà spazio alla Corte costituzionale per sentenziare la legalizzazione dell’eutanasia avrà anche rotto il patto di governo. Lega e 5 Stelle reggono il loro accordo di governo anche sulla specifica intesa di NON modificare la legislazione vigente sui c.d. “temi etici”. Se invece i 5 Stelle continuassero a boicottare la possibilità di arrivare in aula a Montecitorio, consentiranno la legalizzazione dell’eutanasia per sentenza, rompendo l’accordo di Governo sulla questione più importante. A quel punto (che speriamo non si verifichi mai!), la Lega potrà davvero far finta di nulla e continuare ad autocandidarsi come difensore dei valori non negoziabili? Ci accodiamo al sommo poeta: qui si parrà la tua nobilitate …»

Nel dibattito sul fine vita l’eliminazione del paziente attraverso l’eutanasia o il suicidio assistito sembra essere l’unica soluzione. Ma in Italia abbiamo una meravigliosa (e dimenticata) legge sulle cure palliative. Cosa pensa in merito?

«La miglior risposta a questa fondamentale domanda mi sembra quella fornita da Dame Cecily Saunders, fondatrice degli Hospice, in un’intervista del 1983: “Penso che quando si comincia a parlare di modalità per abbreviare deliberatamente la vita si entra in un terreno davvero molto pericoloso. Penso che parte della risposta sia legata alla possibilità di dire alle persone: guarda, non dovrai soffrire un dolore che non può essere controllato, non diventerai meno di quello che sei a causa del trattamento che ti daremo. Puoi essere te stesso. Ma l’eutanasia è qualcosa che ha origine nella paura. E penso che molto del lavoro svolto dai geriatri e negli Hospice, ha dimostrato che si tratta veramente di una paura infondata. Ma il vero pericolo non è solo che l’eutanasia aumenterebbe la paura, se uno parlasse della necessità di introdurre una legge a proposito, ma soprattutto toglierebbe la terra sotto i piedi a un gran numero di persone vulnerabili, che molto facilmente penserebbero – Ho il diritto di abbreviare la mia vita, e dunque ora ho il dovere di farlo, perché sono un peso per altri, e la mia vita come parte della società è ormai priva di valore-. Sono davvero convinta che dobbiamo dire alle persone che hanno un valore perché ci sono, e che avranno un valore fino all’ultimo istante della loro vita. E che faremo di tutto per rendere la loro vita quanto migliore possibile. Non voglio dire che non ci siano situazioni molto difficili. E non voglio stare seduta qui a giudicare qualcuno che ha scelto di morire. Ma quello che continuiamo a vedere, più e più volte, è che il momento del fine vita può essere un’occasione fantastica per le famiglie ed i loro cari. E cosa si sarebbero persi se avessero rinunciato a quella occasione, invece di tener duro, per così dire, e scoprire quello che c’è da scoprire”. Che prospettiva umana affascinante! Altro che la disperazione di Stato travestita da cloruro di potassio!»

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su Si alla Vita web, Luglio 2019 – Dossier “Fine Vita: sempre degni, sempre curabili”.

Cure palliative, Ricciuti: «pazienti sempre curabili»

Intervista al Dott. Marcello Ricciuti, medico palliativista e Direttore di Hospice

di Massimo Magliocchetti

Nel dibattito sul fine vita sembra esserci un vero e proprio accanimento sulla morte procurata. Ma il tema dell’accompagnamento del paziente disabile o terminale viene del tutto eluso. Abbiamo incontrato un esperto di cure palliative e terapia del dolore, Marcello Ricciuti, Direttore Hospice e Cure Palliative Azienda Ospedaliera S. Carlo Potenza e referente Movimento per la vita (MpV) di Potenza. Ricciuti, medico, 59 anni, sposato con tre figli, impegnato nel MpV da oltre 30 anni, dopo 20 anni di attività in Anestesia e Rianimazione, da 13 anni dirige l’Hospice S. Carlo di Potenza.

Dottore, in questi giorni il dibattito sul fine vita è tornato sulle prime pagine dei quotidiani. Associazioni e politica sono in fermento, in pochi parlano di cure palliative. Come se lo spiega?

«Mi sembra che l’attenzione crescente dei media sul tema del fine vita nasca più che da un reale interesse per i bisogni delle persone e delle loro famiglie che si trovano effettivamente ad affrontare un percorso di fine vita con tutte le sue difficoltà e insidie, da una volontà di orientare l’opinione pubblica in favore del cosiddetto “diritto alla buona morte” ovvero alla legalizzazione di varie forme di eutanasia, come espressione della libertà di scelta e di cura (o di non cura!), cui ha contribuito non poco la discussa legge 219 del 2017, che, sotto l’apparenza di una buona legge sul consenso informato e sulla pianificazione delle cure (cose giuste, auspicate e spesso realizzate), in realtà consente già una forma di eutanasia passiva attraverso la sospensione autorizzata (e imposta al personale sanitario!) di nutrizione e idratazione senza specificare in quali condizioni cliniche, quindi anche non nella vera e propria terminalità, determinando così la morte di un paziente che altrimenti avrebbe continuato a vivere. E questo clima è anche determinato dalle conseguenze del voluto e cercato processo di Cappato per l’aiuto al suicidio assistito del DJ Fabo che ha portato al pronunciamento della Corte Costituzionale e all’invito al Parlamento italiano di legiferare sul tema. E dico questo perché se in realtà si avesse a cuore il destino dei malati che vivono le problematiche di una malattia inguaribile, si farebbe di tutto per promuovere le Cure Palliative e per applicare la legge 38 del 2010 che stabilisce il diritto dei cittadini ad accedere alle Cure Palliative e alla Terapia del dolore e il dovere delle strutture sanitarie di offrire un’assistenza palliativa che assicuri il sollievo dal dolore e un accompagnamento dignitoso alla fine della vita».

In sintesi, cosa sono le cure palliative?

«E’ bene parlarne perché o non sono affatto conosciute o a volte se parla in modo non appropriato. Le Cure Palliative sono nate dall’intuizione di Cicely Saunders, una dottoressa inglese che nel 1967 avviò il primo Hospice a Londra per accogliere quei malati per cui gli altri medici dicevano che “non c’era più niente da fare” ed erano così destinati ad un fine vita doloroso e abbandonato. Lei per prima elaborò un protocollo per la somministrazione della morfina ad orari fissi in modo che i pazienti non dovessero soffrire inutilmente, ma nello stesso tempo parlò del “dolore totale” dei pazienti, nel quale era compreso il dolore sociale, quello psicologico e quello spirituale, cioè quella che chiamiamo “sofferenza” e che non può essere curata solo con i farmaci, morfina compresa, e che necessita di un approccio alla persona nella sua interezza, ai suoi bisogni interiori, ai bisogni della sua famiglia, definita come “unità sofferente”. Oggi le Cure Palliative sono sviluppate in tutto il mondo, sono diventate una disciplina medica, hanno un corpus scientifico ben definito, sono oggetto di ricerca e sono erogate da Unità operative sia a domicilio che negli Hospice, strutture dedicate e organizzate per accogliere la famiglia con il paziente in ambienti confortevoli, aperti, personalizzati in cui operano medici, infermieri, operatori socio-sanitari, psicologi, assistenti sociali, assistenti spirituali e volontari proprio per dare risposte alle molteplici esigenze di sollievo nel percorso di fine vita. Non sono più rivolte solo ai malati oncologici, bensì sono offerte a tutti i malati per i quali si stabilisce l’opportunità di un passaggio da cure attive e intensive, non più indicate ed eticamente proporzionate, a cure appunto palliative. Sono cure che dopo aver dato sollievo al dolore e ai sintomi più importanti che invalidano la qualità di vita dei malati, si occupano di una presa in carico globale del paziente e della famiglia cercando di realizzare un accompagnamento che solleva soprattutto dal peso della solitudine e della disperazione di fronte ad un percorso così difficile come quello che porta alla morte».

Come giudica questa grande attenzione al “porre fine alla vita” e il disinteresse alle modalità per “accompagnare la vita” nel suo momento di massima fragilità?

«Me lo chiedo anche io. Come dicevo all’inizio mi sembra che prevalga nel dibattito attuale più una questione ideologica che pratica. Cioè si antepone la rivendicazione di un diritto mai riconosciuto in nessuna epoca e società, quello di decidere quando morire, una volta che la malattia e la disabilità prendono posto nella nostra vita, alla attenzione ad un altro diritto, certo e riconosciuto, ma poco attuato, quello di essere curati in modo giusto e proporzionato, non per vivere più a lungo quando non è possibile, ma per vivere meglio, con meno dolore e più dignità, non abbandonati, ma curati, non per decidere quando morire, ma come morire, cioè come morire bene, non come morire prima. In realtà il tema della morte è proprio centrale in questo dibattito; è proprio il cambiamento, già preconizzato da P. Ariès, storico francese, nel suo libro “Storia della morte in occidente dal Medioevo ai nostri giorni”, dalla “morte addomesticata” alla “morte proibita del XX (e del nostro) secolo a costituire un problema. Geoffry Gorer l’ha definito “la pornografia della morte”, il vero, nuovo tabù dei nostri tempi. La morte è diventata uno scandalo, e così pure ogni forma di disabilità e di malattia che proietta verso la morte. Non la si accetta, non si vede alcun significato e senso e dunque la si vuole anticipare e programmare. A questo atteggiamento non è certamente estranea la diminuzione del senso della fede che purtroppo è propria del nostro Occidente. Credo che il Cristianesimo, pur con le sue umane contraddizioni, abbia liberato l’umanità dalle peggiori schiavitù e abbia proiettato la speranza, che ogni uomo nutre nel profondo del proprio cuore, oltre i limiti imposti dall’umano, anche quelli della malattia e della morte, verso orizzonti trascendenti e redentivi. E la Medicina Palliativa può contribuire, con il suo approccio globale ai bisogni dell’uomo, ad alimentare la speranza e contrastare la disperazione».

Le cure palliative e la terapia del dolore possono essere l’argine all’eutanasia?

«Io penso, soprattutto sulla base dell’esperienza professionale di anestesista rianimatore prima e palliativista poi, piuttosto che per principio, che le Cure Palliative, se ben applicate nell’interezza del loro approccio, possono rappresentare la risposta più giusta, più proporzionata e più desiderata dai malati ai loro bisogni quando non è più possibile guarire ma è necessario essere sempre curati. Il bisogno innanzi tutto di essere liberati dal dolore e anche semplicemente dalla paura di soffrire a causa della malattia, in particolare del cancro. Oggi la terapia del dolore ha farmaci e strumenti per contrastare il dolore in qualunque condizione. Queste possibilità terapeutiche valgono anche per altri sintomi gravosi come la difficoltà respiratoria, il delirio, i sintomi gastro intestinali e così via. E quando, soprattutto negli ultimi giorni di vita, questi sintomi dovessero diventare refrattari alle terapie, è possibile avviare una sedazione palliativa, che, senza accorciare la vita, sospende la coscienza sottraendo il malato alla sofferenza intollerabile. E questa sedazione non ha nulla a che vedere con l’eutanasia. Il supporto psicologico e spirituale proprio delle Cure Palliative, poi, risponde ad altri bisogni del malato, di vedere curate l’ansia e la depressione, la paura e l’angoscia esistenziale, che la letteratura scientifica in materia, sostiene essere cause remote e prossime della domanda di eutanasia. Infine le Cure Palliative, essendo cure finalizzate al miglioramento possibile della qualità della vita e non al tempo della vita (“più vita ai giorni quando non si possono aggiungere più giorni alla vita”, diceva Cicely Saunders), contrastano anche l’accanimento diagnostico e terapeutico, evitando cure futili e spesso dannose, non più appropriate clinicamente ed eticamente alla condizione del malato. Quindi potremmo dire che le Cure Palliative possono rappresentare la terza via, la giusta via per evitare le derive etiche dell’eutanasia e dell’accanimento».

Alcuni esponenti favorevoli all’eutanasia gridano a gran voce che i pazienti in condizioni di grave disabilità o di malattia terminale statisticamente vogliono la “dolce morte”. Lei dirige un importante Hospice: nella sua esperienza quanti pazienti hanno chiesto l’eutanasia?

«Potrà sembrare strano, potrà sembrare una risposta pregiudizievole, ma in realtà in oltre 13 anni di lavoro in Hospice, oltre 3000 pazienti ricoverati e tanti altri seguiti nei reparti ospedalieri o in ambulatorio, non abbiamo, come equipe, ricevuto nessuna domanda di eutanasia vera e propria. Certo tante volte i pazienti dicono di non farcela più, di sentirsi esauriti nelle loro facoltà, di avere paura, ma in conseguenza di ciò ci chiedono di aiutarli soprattutto a non soffrire, ad essere assicurati della cura del dolore, di essere accompagnati per mano, letteralmente, di non accanirsi. E vedere, come è prassi nel nostro reparto, pazienti anche in fase terminale, senza dolore, sereni per quanto è possibile, sedati quando necessario, con la famiglia presente e rassicurata continuamente dal personale, che è ovviamente addestrato a questo ruolo, con la psicologa e l’assistente spirituale a disposizione, con discrezione, ma anche con efficacia, penso sia la migliore risposta a tanti dubbi, spesso costruiti a tavolino da chi non si occupa di questa materia. Non voglio certo dire che accompagnare nel fine vita sia un compito facile e che le Cure Palliative risolvono tutti i problemi, come non fa nessuna cosa umana. Dico solo che sono veramente una risposta adeguata alla giusta richiesta di addolcire il percorso di fine vita e renderlo più dignitoso e leggero. Ricordo solo una giovane donna, affetta da cancro avanzato, che in un colloquio mi confidò di aver pensato ad andare in Svizzera (per il suicidio assistito); ma la rassicurazione delle cure possibili fino alla sedazione palliativa terminale se necessaria, è bastata a farle cambiare idea; ed è poi morta a casa sua, con la sua famiglia, leggermente sedata, in pace, con se stessa, con i suoi cari e anche con Dio! Perciò facciamo conoscere queste Cure Palliative e soprattutto organizziamole bene sul territorio».

La legge sulle cure palliative è veramente applicata?

«Diciamo che dagli anni ’90, quando sono sorte le prime esperienze in Italia di Cure Palliative ed i primi Hospice, soprattutto grazie alla legge 38 del 2010, di passi avanti ne sono stati fatti. Oggi ci sono oltre 250 Hospice in Italia e ancor più numerose Unità di Cure Palliative domiciliari, pubbliche o sostenute da Onlus meritevoli di encomio. Ci sono regioni all’avanguardia, soprattutto nel Nord, e regioni ancora indietro nell’organizzazione della rete delle Cure Palliative. Queste Cure Palliative non sono ancora conosciute dai medici stessi, perché non insegnate ancora all’Università (anche se oggi si sta ponendo rimedio a questo ritardo grazie all’impegno della Società Italiana di Cure Palliative). La legge prevede che in ogni Regione ci siano Unità di Cure Palliative domiciliari e Hospice sufficienti a garantire una presa in carico continua dei malati in fase avanzata e terminale di malattia. Bisogna che le istituzioni impegnino più risorse nella Medicina Palliativa, considerando che tale allocazione di risorse permetterebbe anche di risparmiare su ricoveri ospedalieri e terapie inappropriate e futili, oltre a garantire le migliori cure a questi pazienti. L’esperienza sul campo ci insegna che questo chiedono le famiglie italiane: essere aiutare ad affrontare il difficile percorso del fine vita dei loro cari, da personale e strutture competenti e dedicate; la prevalente se non assoluta volontà delle persone affette da malattie inguaribili è questa richiesta di aiuto e di sollievo globale e non quella di una legge che li aiuti a morire prima. Pertanto attuare la legge 38 è la vera priorità anche etica».

Quali sono gli aspetti che, secondo Lei, dovrebbero essere incrementati al fine di permettere a tutti di poter accedere alla palliazione?

«Si può rispondere a questa domanda in modo istituzionale ribadendo quanto già detto sulla necessità che la legge 38 del 2010 sia innanzitutto conosciuta, dagli addetti ai lavori come dall’opinione pubblica e soprattutto da chi ne può usufruire, malati e famiglie che lottano, quotidianamente, spesso da soli o con pochi aiuti, non solo contro la malattia e la disabilità, ma anche contro i muri che trovano proprio dove dovrebbero trovare accoglienza, cioè le istituzioni, sanitarie e politiche che dovrebbero, come detto, allocare più risorse, economiche, umane e tecnologiche a beneficio di queste fragilità. Già perché oggi si parla molto di fragilità, soprattutto considerando l’aumento della popolazione anziana, ma poi non ci si organizza di conseguenza. Ma c’è poi un’altra risposta alla domanda, forse politicamente non corretta, ed è più culturale e antropologica e teologica e riguarda la riscoperta del valore della persona umana, un valore intrinseco conferito semplicemente dall’appartenenza alla comunità umana e, se vogliamo, cristianamente, dalla discendenza e somiglianza con Dio, con un Dio che ci ha scandalizzato con la Croce, ma ci ha anche così riscattati, un Dio che non è sceso da quella Croce, pur se tentato dagli uomini, e ha dato un significato, pur oscuro per gli uomini, alla sofferenza. Le Cure Palliative sono l’emblema della lotta alla sofferenza evitabile, pur non offrendo soluzioni alla comprensione del mistero della sofferenza stessa e senza avere la presunzione di poterci riuscire. L’accompagnamento nel sentiero della sofferenza è fatto di presenza, di azioni, di competenze, ma anche di silenzi, di com-passione, di condivisione. Bisogna credere nell’uomo, nella sua dignità nonostante lo sfiguramento della malattia, una dignità che noi stessi curanti possiamo conferire con il nostro sguardo o anche togliere, facendo così considerare la vita un peso che è meglio rimuovere. In conclusione credo che l’impegno palliativo sia una nuova forma di umanizzazione non solo del mondo della salute, ma anche del mondo civile, rappresentando la vera risposta al dramma della sofferenza , della inguaribilità (che non è incurabilità) e, in ultimo, della morte. Vedendo morire serenamente tanti malati, grazie all’impegno delle Cure Palliative, viene da ricordare la Sacra Scrittura: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”»

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su Si alla Vita web, Luglio 2019 – Dossier “Fine Vita: sempre degni, sempre curabili”.

Fine vita, Pagano: «no all’eutanasia». Cure palliative? «Fondamentali, siano per tutti»

Intervista ad Alessandro Pagano, deputato, firmatario di una proposta di legge in tema di suicidio assistito

di Massimo Magliocchetti

L’estate dovrebbe essere un momento di riposo e programmazione. Invece per alcuni eroici deputati e Senatori questi ultimi giorni di luglio sono l’ultimo momento utile per evitare che in Italia a settembre arrivi l’eutanasia per sentenza, senza un serio ed ampio dibattito parlamentare. In prima linea c’è Alessandro Pagano, classe 59, originario di San Cataldo (Caltanissetta). Siede tra le fila della Lega, da mesi insieme ad altri colleghi lavora incessantemente per fermare pericolose derive eutanasiche. È primo firmatario di una proposta di legge di chiaro stampo prolife, che prova a trovare una mediazione in un nodo di dinamiche molto delicate: moniti della Corte Costituzionale, proposte di legge di iniziativa popolare di stampo radicale, una maggioranza divisa e lo scorrere inesorabile dei giorni. «Non c’è più tempo, è una fase delicatissima», sottolinea con voce ferma e decisa. Lo abbiamo incontrato per capire meglio cosa sta succedendo sul fronte del fine vita.

Onorevole, cosa sta accadendo a Montecitorio sul fronte del fine vita?

«La situazione è complessa. Lo scorso 24 settembre la Corte Costituzionale ha affidato al Parlamento il termine di un anno per legiferare sul tema dell’aiuto e l’istigazione al suicidio, stimolando alcune modifiche. L’Ordinanza 207/2018 ha destinato non poche pagine per sostenere che la norma penale impugnata ha qualche ragione di permanenza nell’ordinamento. Ha ribadito che è necessario tutelare le persone più deboli e in difficoltà, per le quali il suicidio è una tentazione da non assecondare. Allo stesso tempo, però chiede che sia rivista. Finora sono state presentate alcune proposte di legge, tra loro molto differenti. Ad oggi le Commissioni riunite Affari Sociali e Giustizia della Camera hanno incaricato i due relatori di maggioranza (Turri per la Lega e Trizzino per il Movimento 5 Stelle, ndr) per fare una sintesi da portare in Aula, capace di tenere insieme le varie sensibilità. Personalmente ha presentato una proposta di legge, la n. 1888/2019, che è stata firmata da tutti i colleghi della Lega»

Si arriverà ad una sintesi in tempi ragionevoli?

«Nonostante la voglia di fare sintesi, ci troviamo davanti ad un’impasse: i due relatori, infatti, hanno su molti aspetti due posizioni diametralmente opposte. Il testo da portare in aula tarda ad arrivare. Perché da una parte la nostra proposta esprime in modo plastico i principi della cultura prolife, mentre quella dei colleghi di maggioranza si pone come filo eutanasica».

Nella sua proposta di legge prevede la modifica minimale dell’art. 580 del codice penale. Di cosa si tratta?

 «È necessario raccogliere il monito della Consulta, altrimenti ci troveremmo l’eutanasia per sentenza. Respingendo ogni pretesa eutanasica, nellaproposta di legge prevediamo una prima risposta alla sollecitazione della Corte costituzionale. Come Lei ha osservato, la nostra proposta di legge introduce una forma attenuata di reato, individuando quale soggetto attivo chi conviva stabilmente con il malato, precisando due tipologie di condizioni che rendono meno grave l’illecito: la prima attinente all’autore del fatto, la cui condotta è condizionata dal grave turbamento determinato dalla sofferenza altrui, la seconda riguardante l’ammalato, tenuto in vita con strumenti di sostegno vitale, interessato da una patologia irreversibile fonte di intollerabile sofferenza. Attenzione, però: l’aiuto e l’istigazione al suicidio rimangono reato».

Sono previste anche modifiche della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat). Di cosa si tratta nello specifico?

«Alimentazione e idratazione sono cure naturali, non sono terapie. L’acqua e il cibo non diventano farmaci perché somministrati con strumenti artificiali. Su questo punto vogliamo essere molto chiari. E ci rifacciamo all’ampia letteratura scientifica che non considera trattamenti sanitari la nutrizione e l’idratazione, anche artificiali. Vogliamo quindi modificare la legge sulle Dat che invece ha effettuato tale impropria parificazione, sempre che il paziente sia in grado di assimilare quanto gli viene somministrato».

Fermo restando il monito della Corte, come si pone la Sua proposta di legge per tutelare la vita delle persone vulnerabili?

«La Corte nella sua anomala decisione ha fissato due elementi importanti. Uno di questi è l’importanza delle cure palliative, che accompagnano il malato nella fase terminale della sua vita, dando dignità alla persona. Sono già state oggetto della L. 38/2010 che, però, è stata largamente dimenticata e disapplicata, comunque non applicata pienamente. Grazie alle cure palliative il paziente allontana ogni eventuale desiderio di interrompere la sua vita, perché è possibile alleviare il dolore e le sofferenze. Nella nostra proposta puntiamo a rendere effettivo il ricorso alle cure palliative, come già previsto dall’articolo 2 della legge n. 219 del 2017 e come è richiesto dalla Consulta, con la presa in carico del paziente da parte del Servizio sanitario nazionale al fine di praticare un’appropriata terapia del dolore. In tal caso è bene indicare i requisiti specifici della sedazione profonda, che deve necessariamente seguire, in presenza di sintomi refrattari ai trattamenti sanitari, le cure palliative, allo scopo di non trasformarsi in un trattamento eutanasico».

Almeno su questo aspetto registra punti di incontro con i colleghi parlamentari?

«Sulle cure palliative siamo tutti d’accordo. Il potenziamento delle cure palliative è fondamentale, come lo diventa il potenziamento degli Hospice, cioè le strutture ospedalizzate che accompagnano i morenti nella loro più delicata fase della vita, senza intervenire attivamente per procurare la morte».  

E allora quali sono i punti su cui sarà più difficile trovare un punto di incontro?

«Uno dei punti più complessi è la modifica dell’art. 580 del codice penale, che punisce l’aiuto e l’istigazione al suicidio. Sul punto si sono impostazioni differenti. I 5Stelle vorrebbero la depenalizzazione del reato, mentre la nostra posizione è quella intervenire sulla norma tenendo in considerazione alcune circostanze del reato. La posizione del convivente, familiare in senso formale o no, è evidentemente diversa da quella di altri e tollera un trattamento distinto e una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell’ordinamento».

E per i medici?

«Sui medici manteniamo l’idea che debba essere ferma la previsione integrale del reato di aiuto al suicidio».

La sua proposta di legge prevede il diritto all’obiezione di coscienza per medici. Sarà forse uno dei punti più controversi per il dibattito in Aula. Cosa si aspetta in merito?

«Per citare i Promessi Sposi, Manzoni in questo momento direbbe che il buon senso è il grande assente di questa società. Credo che una democrazia debba prendere le decisioni a maggioranza, ma nessuno può costringere i cittadini su temi a forte valenza etica. Il legislatore lo ha previsto per la legge sull’aborto, dovrebbe farlo anche in questo caso. Nella nostra proposta di legge lo abbiamo inserito espressamente, in coerenza con le indicazioni della Consulta, introducendo la disciplina dell’obiezione di coscienza per il medico e per il personale sanitario».

Sarebbe un grande passo in avanti, in controtendenza rispetto alla legge sulle Dat…

«Nella scorsa legislatura la maggioranza, prevalentemente il PD, si sono ostinati ad escluderla. Credo invece che l’obiezione di coscienza sia un baluardo di civiltà. Siamo contrari ad ogni esclusione del diritto all’obiezione di coscienza. Ma non è questa la battaglia principale».

Quale sarebbe, Onorevole?

«Oggi la battaglia principale è modificare l’art. 580 del codice penale e rafforzare le cure palliative. È però un territorio di scontro, inspiegabilmente e ingiustificatamente. Pe questo mi appello al buon senso».

Il Parlamento, a questo punto, può permettersi di non prendere una posizione sul tema?

«Assolutamente no. In primo luogo perché si verrebbe a creare una sorta di delega che viene lasciata alla Corte Costituzionale. Un anno di tempo non è certo il tempo giusto per discutere un tema così importante, anche tenuto conto delle diverse sensibilità, ma non legiferare sarebbe un grande autogol. Verrebbe meno un potere fondamentale del popolo sovrano, che vedrebbe non decidere i suoi rappresentanti. In secondo luogo, una decisione della Corte, peraltro annunciata nell’Ordinanza dello scorso anno, per essere modificata necessità di modifiche più complesse di quanto succederebbe con una legge ordinaria».

Mi sembra di capire che sarebbe d’accordo anche con un testo di compromesso?

«L’ideale sarebbe che passasse la nostra proposta. Ma siamo aperti anche a mediazioni: lo abbiamo apertamente detto ai nostri colleghi di maggioranza. Mi creda, anche se la nostra proposta di legge passasse con modifiche che la rendono più blanda è sempre meglio di un non pronunciamento del Parlamento. Da questo punto di vista il pronunciamento della Corte Costituzionale sarebbe di gran lunga peggiore: l’eutanasia per sentenza è una pronuncia tombale».

Intervista de 25 luglio 2019

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su Si alla Vita web, Luglio 2019 – Dossier “Fine Vita: sempre degni, sempre curabili”.

Aiuto alla vita nascente: la speranza divampa (anche) nel Lazio

Nel 2017 sono nati 384 bambini grazie ai Centri di Aiuto alla Vita

Stamattina mentre mi preparavo per una intervista (la mia prima da intervistato, che emozione!) ho realizzato una cosa bellissima. Che nella frenesia quotidiana sfugge, purtroppo.

Nel 2017 sono nati 384 bambini

Forse alcuni dei lettori di questo blog avranno saputo che dal 25 aprile scorso ho ricevuto un incarico per me molto importante. Quello di Segretario della Federazione del Lazio del Movimento per la Vita del Lazio. Qui trovi la nostra pagina Facebook per seguire tutti gli aggiornamenti.

Ebbene, mentre mi preparavo per svolgere al meglio questo compito, anche del punto di vista dell’interazione con Istituzioni, stampa e associazioni che sono interessate al servizio alla maternità difficile o indesiderata, ho realizzato una notizia magnifica.

Grazie alle rilevazioni statistiche effettuate dal Movimento per la Vita italiano nel Dossier Vita Cav, mi sono accordo che nel 2017 nel territorio del Lazio sono nati 384 bambini. Un dato importante, non scontato.

Oltre 1500 donne aiutate, di cui 569 a rischio aborto

Ed è stato possibile grazie all’attività quotidiana e instancabile dei volontari dei Centri di Aiuto alla Vita (Cav). Qui puoi leggere cosa facciamo nei nostri Centri e perché fondamentale impegnarsi in questo servizio alla vita nascente.

Nel Lazio, a oggi, sono attivi 23 Cav. Presenti in tutte le province della regione, nel 2017 hanno aiutato 569 gestanti che erano a rischio aborto. Mentre sono oltre 900 le altre donne aiutate, sempre nei primi due anni di vita del bambino.

Come si può notare da una semplice sovrapposizione dei dati tra le mamme aiutate e i nati i dati non coincidono. Purtroppo. Su scala nazionale, invece, otto donne su dieci scelgono la Vita, una vola entrate in contatto con i Cav.

E le altre? Quella dell’aborto è una scelta drammatica. I nostri volontari lo sanno bene, per questo motivo senza giudicare le persone – ma le scelte, si! – offriamo anche un servizio di accoglienza per il post-aborto.

Una rete di speranza

Pensare che il servizio alla vita nella nostra regione abbia permesso a tante mamme di abbracciare il loro bimbo è una notizia che merita di essere condivisa. Che meraviglia!

Massimo Magliocchetti

@MagliocchettiM


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Suicidio assistito: una seria responsabilità politica

Dopo la pubblicazione del parere del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) sul suicidio assistito è tornato sulla scena pubblica un tema delicatissimo. Cosa succederà ora? La palla passa alla politica, che ha una responsabilità serissima.

Dopo la pubblicazione del parere del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) sul suicidio assistito è tornato sulla scena pubblica un tema delicatissimo. Ecco cosa è successo.

Tutto nasce dal noto caso di DJ Fabo, per il quale il leader radicale Cappato viene processato per aiuto al suicidio. La Corte d’Assise di Milano solleva la questione di legittimità costituzionale. Il processo si sospende e la questione è rimessa alla Corte Costituzionale che, il 24 settembre 2018, deposita una propria ordinanza, la n. 207. La Corte invita il Parlamento ad approvare una legge che disciplini il suicidio medicalmente assistito entro il 23 settembre 2019. Fissa infatti la propria successiva udienza al 24 settembre 2019. Ieri il CNB ha pubblicato il suo parere sull’ ipotesi di legalizzazione del suicidio assistito. Il caos: sui media due notizie diverse. Per alcuni il CNB ha aperto al suicidio assistito, per altri il contrario. Cosa è successo veramente?

Anzitutto è necessario premettere che il documento del CNB è un «parere». Quindi non vincolante per il Parlamento, perché ha natura consultiva. È però un documento autorevole: offre un approfondimento tematico e una riflessione sui problemi di natura etica e giuridica che emergono con il progredire delle conoscenze nel campo delle scienze della vita. Il CNB svolge la sua attività anche ai fini della predisposizione di atti legislativi.

Nel caos mediatico, tra interpretazioni aperturiste e risposte di chiusura sul tema, la verità è un’altra. Ed è scritta nelle trentadue pagine del documento ufficiale. Tanto da aver indotto Palazzo Chigi ad intervenire con un comunicato che rettificasse le notizie date in modo non corretto dai più importanti organi di stampa.

Cosa ha detto il Comitato, veramente? In sintesi: il “parlamentino etico” è diviso a metà. Da una parte, alcuni autorevoli esponenti si sono detti contrari alla legittimazione sia etica che giuridica del suicidio medicalmente assistito. Convergono nel ritenere che la difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in bioetica, al di là di posizioni filosofiche e/o religiose. Dunque credono che il compito inderogabile del medico sia l’assoluto rispetto della vita dei pazienti e che l’“agevolare la morte” segni una trasformazione inaccettabile del paradigma del “curare e prendersi cura”.

Di diverso avviso è l’altra metà del Comitato, che si è espressa in modo favorevole sul piano morale e giuridico alla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito sul presupposto che il valore della tutela della vita vada bilanciato con altri beni costituzionalmente rilevanti, quali l’autodeterminazione del paziente e la dignità della persona. Un bilanciamento che deve tenere in particolare conto di condizioni e procedure che siano di reale garanzia per la persona malata e per il medico.

In sostanza: nessuna apertura e nessuna chiusura. Aperto rimane solo il confronto. Che ora deve diventare necessariamente politico.

Cosa fare ora? È necessario che le Aule di Montecitorio inizino un dibattito serio, consapevole, serrato e responsabile. L’unica conclusione politica che possiamo rassegnare dopo la giornata di ieri è che ora il Parlamento ha tutti gli strumenti per decidere. Alla Camera sono pronte cinque proposte di legge sul tema, tra loro diverse per contenuti e soluzioni al problema. Il dibattito sarà delicato, perché dal documento del CNB emerge che il fine vita è un tema complesso e delicato, che trascina con sé una dolorosa riflessione su diritti e interessi costituzionalmente rilevanti.

Se il Parlamento non recepisse il monito della Consulta avremmo due grandi sconfitte. La prima attiene ad un vuoto democratico: decidere di non decidere significa abdicare alla funzione legislativa che è propria del parlamento. La seconda, per certi versi più drammatica, attiene alla non remota possibilità che il 24 settembre 2019 avremo l’eutanasia e il suicidio assistito per sentenza.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato per In-formazione Politica

Per la Cassazione il feto è persona

Con la sentenza n. 27539/2019 la Cassazione ha stabilito che il feto, anche se ancora nell’utero durante il travaglio deve essere considerato una persona. Le motivazioni della sentenza offrono spunti per cancellare l’inquietudine giuridica di fondo: se l’embrione non è un oggetto, allora chi è?

di Massimo Magliocchetti

Con la sentenza n. 27539/2019 la Cassazione ha stabilito che il feto, anche se ancora nell’utero durante il travaglio deve essere considerato una persona. L’ostetrica negligente che ha provocato la morte di un bambino risponderà di omicidio colposo e non aborto colposo.

È rimbalzato su tutte le pagine dei quotidiani il caso dell’ostetrica che è stata condannata per omicidio colposo a un anno e nove mesi di reclusione – con pena sospesa – per non aver adeguatamente monitorato il battito cardiaco di un feto mentre la madre era in travaglio e le era stata somministrata l’ossitocina per aumentare le contrazioni. Il processo, finito in Cassazione, ha permesso ai Giudici di legittimità, di prendere una netta posizione su un tema da anni dibattuto.

La Corte di Cassazione nella motivazione della sentenza ha preso una posizione storica, affermando senza dubbio alcuno che durante il travaglio il feto è persona. Rigettando la richiesta della difesa di qualificare il fatto come aborto colposo, anziché come omicidio colposo, i Giudici hanno ribadito che «il reato di omicidio e di infanticidio-feticidio tutelano lo stesso bene giuridico, e cioè la vita dell’uomo nella sua interezza. Ciò si desume anche dalla terminologia adoperata dall’art. 578 cod. pen. – “cagiona la morte” – identica a quella adottata per il reato di omicidio, in quanto evidentemente “si può cagionare la morte soltanto di un essere vivo”. Il legislatore, quindi, ha sostanzialmente riconosciuto anche al feto la qualità di uomo vero è proprio, giacché “la morte è l’opposto della vita”. I due reati, quindi, vigilano sul bene della vita umana fin dal suo momento iniziale e il dies a quo, da cui decorre la tutela predisposta dall’uno e dall’altro illecito è il medesimo». Con la locuzione «durante il parto» – ricorda la Cassazione – l’art. 578 cod. pen. specifica cosa sia da comprendere nel concetto di «uomo» quale soggetto passivo del reato di cui all’art. 575 cod. pen., in cui «deve essere incluso anche il «feto nascente».

Secondo i Giudici va osservato che tale disciplina appare «priva di profili di incostituzionalità, innestandosi in un quadro normativo e giurisprudenziale italiano ed internazionale di totale ampliamento della tutela della persona e della nozione di soggetto meritevole di tutela, che dal nascituro e al concepito si è poi estesa fino all’embrione».

Infatti, proprio nella sentenza 27/1975, la Corte Costituzionale – non senza equivoche conclusioni che aprirono di fatto la strada all’aborto in Italia – aveva riconosciuto l’embrione come titolare dei diritti umani inviolabili previsti, riconosciuti e garantiti dall’art. 2 della Costituzione. Ne aveva però escluso la personalità.

Da ultimo, invece, si sono registrati passi in avanti verso il riconoscimento del concepito come essere umano, con la Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel caso Parrillo contro Italia, nonché dalla Corte Costituzionale nelle Sentenze n. 229/2015 e 84/2016. In tutti i casi viene sancito il principio secondo il quale «gli embrioni non sono cose». Infatti, se l’embrione non è una cosa o un oggetto, allora è un soggetto (v. art. L.40/2004). Quello che nel 1975 è stato messo in dubbio è stato riaffermato dopo un travagliato approdo interpretativo, in quanto non possono esistere nel nostro ordinamento individui appartenenti alla specie umana che non sono riconosciuti come persone.

L’inquietudine giuridica secondo cui si è sempre evitato di affermare chiaramente questa verità sembra oggi essersi sopita con la sentenza della Cassazione 27539/2019 che con estrema lucidità riconosce la personalità del feto. Se il feto dunque è persona allora lo è il concepito in quanto tale, senza distinzioni durante il suo sviluppo coordinato, continuato, graduale e finalisticamente orientato. Diversamente opinando, ci troveremmo davanti ad una violazione del principio di solidarietà e uguaglianza (artt. 2 e 3 Cost.), in quanto sarebbero proprio le “condizioni personali” ad escludere la parità di trattamento e il riconoscimento dei diritti umani, primo fra tutti il diritto alla vita.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su Si alla Vita Luglio/Agosto 2019, nella Rubrica “Bioeticamente”

Fine vita, proposta di legge Pagano: ecco cosa prevede

Dopo il parere del Comitato Nazionale di Bioetica sul suicidio assistito, sembra tornare sulla scena politica la scadenza del 24 settembre, data in cui deciderà la Corte Costituzionale sul caso Cappato. Tra le proposte di legge sul tema, una soltanto non è di stampo eutanasico: il pdl del Deputato Alessandro Pagano. Ecco cosa prevede.

Manca poco meno di un mese alla scadenza del 24 settembre 2019, giorno in cui è prevista l’udienza davanti la Corte Costituzionale sul caso Cappato. In quella data, se il Parlamento non ascolterà la richiesta di oltre 30 associazioni nazionali e deciderà di non decidere, l’Italia vedrà modificato l’art. 580 del codice penale sul tema del suicidio assistito mediante sentenza. Senza dibattito parlamentare, entrerà nel nostro ordinamento il diritto alla morte. Anche il Comitato Nazionale di Bioetica in queste ore ha sostanzialmente detto che è necessaria una discussione sul tema, senza però aprire alla legalizzazione del suicidio assistito.

Alla Camera dei Deputati è stata presentata una proposta di legge, primo firmatario l’On. Pagano (in foto), che mira a recepire il monito della Consulta ponendo alcuni limiti, con una proposta che cerca di trovare un compromesso in un clima politico e culturale tesissimo e delicatissimo.

Ecco, in pillole, cosa propone, relativamente alle modifiche dell’art. 580 c.p. Per leggere il testo della proposta di legge, clicca qui.

  1. L’ordinanza della Corte Costituzionale: la palla passa al Parlamento

Con l’ordinanza n. 207 del 24 ottobre 2018 la Consulta ha rinviato la decisione all’udienza del 24 settembre 2019. Il provvedimento che ha disposto il rinvio, invece che poche righe – quelle che di regola in sede giurisdizionale servono a motivare lo slittamento e a indicare la nuova data –, ha destinato non poche pagine per sostenere che la norma penale impugnata ha qualche ragione di permanenza nell’ordinamento – tutelare le persone più deboli e in difficoltà, per le quali il suicidio è una tentazione da non assecondare – ma che, tuttavia, deve essere rivista. La presente proposta di legge intende dare un seguito alle indicazioni della Consulta, evitando comunque la loro trasposizione in norme eutanasiche, tenendo conto dei princìpi costituzionali richiamati nell’ordinanza n. 207 del 2018.

2. Tenere conto delle circostanze del reato

L’articolo 1, si prende carico dello stimolo operato dalla Consulta per provare a evitare che si introduca per la prima volta nel nostro ordinamento l’eutanasia per sentenza.

Fornisce una prima risposta alla sollecitazione della Corte costituzionale, in particolare di «considerare specificamente situazioni come quella oggetto del giudizio a quo: situazioni inimmaginabili all’epoca in cui la norma incriminatrice fu introdotta, ma portate sotto la sua sfera applicativa dagli sviluppi della scienza medica e della tecnologia, spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse, ma non di restituire loro una sufficienza di funzioni vitali».

3. Diverso ruolo, diverso trattamento

L’articolo 1 distingue, pertanto, la posizione di chi non ha alcun legame con il paziente e di coloro che, invece, da più tempo soffrono con il paziente a causa della costante vicinanza allo stesso. Questo spiega il riferimento alla convivenza: essa rappresenta un parametro obiettivo che agisce effettivamente sulle ragioni di attenuazione e non un dato meramente formale come la parentela o il coniugio, che presumibilmente provocherebbero ulteriori interventi costituzionali per il caso di parentela non estesa a conviventi affettivamente legati al malato. La posizione del convivente, familiare in senso formale o no, è evidentemente diversa da quella di altri e tollera un trattamento distinto e una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell’ordinamento.

4. L’istigazione e l’aiuto al suicidio rimangono reato

È la stessa Consulta che nell’ordinanza citata ricorda come «L’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio – rinvenibile anche in numerosi altri ordinamenti contemporanei – è, in effetti, funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere». La Corte ha aggiunto che «La circostanza, del tutto comprensibile e rispondente ad una opzione da tempo universalmente radicata, che l’ordinamento non sanzioni chi abbia tentato di porre fine alla propria vita non rende affatto incoerente la scelta di punire chi cooperi materialmente alla dissoluzione della vita altrui, coadiuvando il suicida nell’attuazione del suo proposito. Condotta, questa, che – diversamente dalla prima – fuoriesce dalla sfera personale di chi la compie, innescando una relatio ad alteros di fronte alla quale viene in rilievo, nella sua pienezza, l’esigenza di rispetto del bene della vita ». E ancora: «Il divieto in parola conserva una propria evidente ragion d’essere anche, se non soprattutto, nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita, qualora l’ordinamento consentisse a chiunque di cooperare anche soltanto all’esecuzione di una loro scelta suicida, magari per ragioni di personale tornaconto. Al legislatore penale non può ritenersi inibito, dunque, vietare condotte che spianino la strada a scelte suicide, in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite. Anzi, è compito della Repubblica porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa in simili situazioni di fragilità, rimovendo, in tal modo, gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (art. 3, secondo comma, Cost.)».

5. Introduzione di una forma attenuata di reato

Alla stregua di tali princìpi, l’articolo 1, come osservato, introduce una forma attenuata di reato, individuando quale soggetto attivo chi conviva stabilmente con il malato, precisando due tipologie di condizioni che rendono meno grave l’illecito: la prima attinente all’autore del fatto, la cui condotta è condizionata dal grave turbamento determinato dalla sofferenza altrui, la seconda riguardante l’ammalato, tenuto in vita con strumenti di sostegno vitale, interessato da una patologia irreversibile fonte di intollerabile sofferenza.

Per leggere il testo completo della proposta di legge, clicca qui.