Fine vita, proposta di legge Pagano: ecco cosa prevede

Dopo il parere del Comitato Nazionale di Bioetica sul suicidio assistito, sembra tornare sulla scena politica la scadenza del 24 settembre, data in cui deciderà la Corte Costituzionale sul caso Cappato. Tra le proposte di legge sul tema, una soltanto non è di stampo eutanasico: il pdl del Deputato Alessandro Pagano. Ecco cosa prevede.

Manca poco meno di un mese alla scadenza del 24 settembre 2019, giorno in cui è prevista l’udienza davanti la Corte Costituzionale sul caso Cappato. In quella data, se il Parlamento non ascolterà la richiesta di oltre 30 associazioni nazionali e deciderà di non decidere, l’Italia vedrà modificato l’art. 580 del codice penale sul tema del suicidio assistito mediante sentenza. Senza dibattito parlamentare, entrerà nel nostro ordinamento il diritto alla morte. Anche il Comitato Nazionale di Bioetica in queste ore ha sostanzialmente detto che è necessaria una discussione sul tema, senza però aprire alla legalizzazione del suicidio assistito.

Alla Camera dei Deputati è stata presentata una proposta di legge, primo firmatario l’On. Pagano (in foto), che mira a recepire il monito della Consulta ponendo alcuni limiti, con una proposta che cerca di trovare un compromesso in un clima politico e culturale tesissimo e delicatissimo.

Ecco, in pillole, cosa propone, relativamente alle modifiche dell’art. 580 c.p. Per leggere il testo della proposta di legge, clicca qui.

  1. L’ordinanza della Corte Costituzionale: la palla passa al Parlamento

Con l’ordinanza n. 207 del 24 ottobre 2018 la Consulta ha rinviato la decisione all’udienza del 24 settembre 2019. Il provvedimento che ha disposto il rinvio, invece che poche righe – quelle che di regola in sede giurisdizionale servono a motivare lo slittamento e a indicare la nuova data –, ha destinato non poche pagine per sostenere che la norma penale impugnata ha qualche ragione di permanenza nell’ordinamento – tutelare le persone più deboli e in difficoltà, per le quali il suicidio è una tentazione da non assecondare – ma che, tuttavia, deve essere rivista. La presente proposta di legge intende dare un seguito alle indicazioni della Consulta, evitando comunque la loro trasposizione in norme eutanasiche, tenendo conto dei princìpi costituzionali richiamati nell’ordinanza n. 207 del 2018.

2. Tenere conto delle circostanze del reato

L’articolo 1, si prende carico dello stimolo operato dalla Consulta per provare a evitare che si introduca per la prima volta nel nostro ordinamento l’eutanasia per sentenza.

Fornisce una prima risposta alla sollecitazione della Corte costituzionale, in particolare di «considerare specificamente situazioni come quella oggetto del giudizio a quo: situazioni inimmaginabili all’epoca in cui la norma incriminatrice fu introdotta, ma portate sotto la sua sfera applicativa dagli sviluppi della scienza medica e della tecnologia, spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse, ma non di restituire loro una sufficienza di funzioni vitali».

3. Diverso ruolo, diverso trattamento

L’articolo 1 distingue, pertanto, la posizione di chi non ha alcun legame con il paziente e di coloro che, invece, da più tempo soffrono con il paziente a causa della costante vicinanza allo stesso. Questo spiega il riferimento alla convivenza: essa rappresenta un parametro obiettivo che agisce effettivamente sulle ragioni di attenuazione e non un dato meramente formale come la parentela o il coniugio, che presumibilmente provocherebbero ulteriori interventi costituzionali per il caso di parentela non estesa a conviventi affettivamente legati al malato. La posizione del convivente, familiare in senso formale o no, è evidentemente diversa da quella di altri e tollera un trattamento distinto e una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell’ordinamento.

4. L’istigazione e l’aiuto al suicidio rimangono reato

È la stessa Consulta che nell’ordinanza citata ricorda come «L’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio – rinvenibile anche in numerosi altri ordinamenti contemporanei – è, in effetti, funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere». La Corte ha aggiunto che «La circostanza, del tutto comprensibile e rispondente ad una opzione da tempo universalmente radicata, che l’ordinamento non sanzioni chi abbia tentato di porre fine alla propria vita non rende affatto incoerente la scelta di punire chi cooperi materialmente alla dissoluzione della vita altrui, coadiuvando il suicida nell’attuazione del suo proposito. Condotta, questa, che – diversamente dalla prima – fuoriesce dalla sfera personale di chi la compie, innescando una relatio ad alteros di fronte alla quale viene in rilievo, nella sua pienezza, l’esigenza di rispetto del bene della vita ». E ancora: «Il divieto in parola conserva una propria evidente ragion d’essere anche, se non soprattutto, nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita, qualora l’ordinamento consentisse a chiunque di cooperare anche soltanto all’esecuzione di una loro scelta suicida, magari per ragioni di personale tornaconto. Al legislatore penale non può ritenersi inibito, dunque, vietare condotte che spianino la strada a scelte suicide, in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite. Anzi, è compito della Repubblica porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa in simili situazioni di fragilità, rimovendo, in tal modo, gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (art. 3, secondo comma, Cost.)».

5. Introduzione di una forma attenuata di reato

Alla stregua di tali princìpi, l’articolo 1, come osservato, introduce una forma attenuata di reato, individuando quale soggetto attivo chi conviva stabilmente con il malato, precisando due tipologie di condizioni che rendono meno grave l’illecito: la prima attinente all’autore del fatto, la cui condotta è condizionata dal grave turbamento determinato dalla sofferenza altrui, la seconda riguardante l’ammalato, tenuto in vita con strumenti di sostegno vitale, interessato da una patologia irreversibile fonte di intollerabile sofferenza.

Per leggere il testo completo della proposta di legge, clicca qui.

Cosa ha detto (veramente) il Comitato di Bioetica sul suicidio assistito

È stato reso noto il testo del parere del Consiglio Nazionale di Bioetica, con importanti riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito. Girano in rete già letture stravaganti. Ecco cosa ha detto veramente il Comitato.

È stato reso noto il testo del parere del Consiglio Nazionale di Bioetica, con importanti riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito. Girano in rete già letture stravaganti. Qui si può leggere il lungo e dettagliato documento.

Come ha sottolineato il Presidente del Comitato, il Prof. D’Avack, non si tratta “affatto un’apertura del Comitato al suicidio assistito”. Il testo, invece, nasce con l’idea di dare informazioni chiare su pro e contro di un’eventuale legislazione sul suicidio assistito.

Dunque, uno strumento utile per il Parlamento per indicare nodi, criticità e ed elementi positivi. Cosa farà il Legislatore? Molte associazioni hanno chiesto una presa di posizione già da tempo. Se invece le Camere abdicheranno al dovere di discutere un tema così delicato, tenuto anche conto del monito della Corte Costituzionale, a settembre avremo l’eutanasia per sentenza.

In sintesi, il Comitato, nonostante le diverse sensibilità che sono emerse durante la discussione, ha espresso le seguenti raccomandazioni:

1. auspica che in qualunque sede avvenga – ivi compresa quella parlamentare – il dibattito sull’aiuto medicalizzato al suicidio si sviluppi con la dovuta attenzione alle problematiche morali, deontologiche e giuridico-costituzionali che esso solleva e col necessario approfondimento che esige una tematica così delicata e sofferta per la coscienza umana;

2. raccomanda di tenere presente che le questioni relative alla fine della vita rinviano a problemi ben più vasti che la società deve considerare e valutare: l’impegno di fornire cure adeguate ai malati inguaribili in condizione di sofferenza; i valori professionali e deontologici dei medici e degli altri professionisti sanitari; la solidarietà nei confronti delle persone con condizione di particolare vulnerabilità nel rispetto della dignità umana;

3. chiede che sia accertata e documentata all’interno del rapporto di cura un’adeguata informazione data al paziente in condizioni di inguaribilità e sofferenza in merito alla fruibilità di un alto standard di cure e trattamenti, anche sperimentali, prospettando la riduzione della sofferenza realisticamente ottenibile;

4. ritiene indispensabile che sia fatto ogni sforzo per implementare l’informazione da parte dei cittadini e l’aggiornamento dei professionisti della sanità delle disposizioni normative (L. 38/2010 e L. 219/2017) che attualmente garantiscono i diritti delle persone alle cure palliative certificate, e che queste siano effettivamente incrementate e accessibili a tutti coloro che le richiedono in modo da evitare che le domande di assistenza al suicidio siano motivate da sofferenze che potrebbero essere trattate, con il consenso della persona malata, in maniera efficace;

5. auspica che venga promossa un’ampia partecipazione dei cittadini alla discussione etica e giuridica al fine di elaborare e diffondere una cultura del fine vita consapevole e responsabile (in tale direzione il CNB ha da tempo organizzato conferenze per le scuole e incontri con la cittadinanza che andrebbero ulteriormente sostenute ed implementate);

6. auspica che vengano promosse la ricerca scientifica biomedica e psicosociale e la formazione bioetica degli operatori sanitari in questo campo (medici, infermieri, farmacisti, psicologi ecc.), e anche nell’ambito dell’amministrazione e organizzazione sanitaria.

Al termine del documento sono state redatte tre postille, pubblicate contestualmente al parere. La prima del Prof. Francesco D’Agostino a conferma del voto negativo dato al parere; le altre due della Prof. Assunta Morresi e del Prof. Maurizio Mori, che pur avendo approvato il documento, hanno voluto precisare le proprie ragioni di dissenso su alcuni temi trattati.

Qui puoi leggere il documento completo.

Perché adottare il concepito non è una forma di utero in affitto

Tanti lettori mi hanno scritto allarmati la proposta di legge in materia di adozione del concepito possa aprire all’utero in affitto. Ecco i motivi per cui lo escludo.

di Massimo Magliocchetti

Tanti lettori mi hanno scritto allarmati dopo la pubblicazione dell’articolo nel quale esprimo soddisfazione per la proposta di legge in materia di adozione del concepito. Il motivo di preoccupazione, secondo alcuni, sarebbe la possibilità di avallare la pratica dell’utero in affitto. Una preoccupazione, in un certo senso, comprensibile, data la notevole diffusione di questa aberrante pratica che ho avuto già modo di definire la «schiavitù del terzo millennio». Tuttavia, per i motivi che proverò di seguito ad evidenziare, ritengo che l’accostamento a tale pratica, nonché una apertura normativa in tal senso, sia del tutto da escludere.

Per delineare la cornice normativa e concettuale all’interno della quale ci muoviamo occorre partire dalla terminologia e, quindi, dalle definizioni.

1. La maternità surrogata

Con il termine maternità surrogata (o gestazione per altri, ovvero utero in affitto) si intende, rispetto alle ordinarie procedure di fecondazione artificiale (omologa o eterologa), «la collaborazione di una donna estranea alla coppia (che può essere la stessa donatrice dell’ovulo impiegato per la fecondazione o una donna diversa) che mette a disposizione il proprio utero per condurre la gravidanza e si impegna a consegnare il bambino, una volta nato, alla coppia “committente” (ossia alla coppia che ha manifestato la volontà di assumersi la responsabilità genitoriale nei confronti del nato)»[1].

L’ordinamento italiano mostra un fermo atteggiamento di rifiuto nei confronti della maternità surrogata, sia a livello giurisprudenziale, sia a livello normativo. La legge 40 sancisce un espresso divieto, penalmente sanzionato, di realizzare, in qualsiasi forma, la surrogazione di maternità.

Il comma 6 dell’art. 12 della legge 40/2004 vieta questa pratica disponendo che “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro

2. L’adozione del concepito

Sebbene l’adozione del concepito ancora non ha avuto una analisi sistematica in dottrina e con la proposta di legge A.C. 1238 siamo al secondo[2] atto Parlamentare sul tema, possiamo definire l’adozione del concepito come l’alternativa concessa alla donna che, invece di fare ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza ai sensi della L. 194/78, può dare impulso ad una procedura con la quale il Tribunale competente dichiara lo stato di adottabilità del nascituro, il quale sarà accolto da una famiglia individuata da appositi elenchi e idonea a rispondere agli standard dell’adozione nazionale.

3. Le differenze tra la maternità surrogata e l’adozione del concepito

Le considerazioni che seguono muovono dalla proposta di legge in esame. Tendenzialmente assumono carattere generale. Tuttavia, data la complessità dei rapporti che vengono alla luce in questi casi, nonché l’assoluta importanza delle posizioni dei soggetti coinvolti, è sempre bene ponderare le valutazioni sulla base dei testi legislativi che talora si presenteranno.

Mentre con la maternità surrogata la coppia stipula un contratto di surrogazione per avere un bambino e quindi si accorda con la gestante direttamente mediante il contratto, nell’adozione del concepito è il Tribunale a valutare le condizioni affinché il nascituro sia accolto nella nuova famiglia. L’adozione del concepito diventa una adozione nazionale particolare, che rispecchia il principio secondo cui la famiglia è per il bambino e non il bambino per la famiglia. Nella pratica dell’utero in affitto, invece, è il bambino ad essere cercato dalla famiglia o da un singolo soggetto.

La maternità surrogata è, tendenzialmente, un contatto a titolo oneroso, nel quale viene previsto un compenso per la gestante. Nel nostro ordinamento è vietato e, comunque, sarebbe un contratto nullo per illiceità della causa ai sensi dell’art. 1418 c.c. Nell’adozione, invece, l’aspetto economico è del tutto assente. Anzi l’esito positivo della procedura adottiva è subordinato alla sussistenza di standard entro cui le famiglie devono rientrare, affinché siano idonee a poter accogliere il nascituro.

La differenza con la maternità surrogata è presente anche nel ruolo che il genitore biologico assume nei confronti del figlio: mentre nell’utero in affitto la madre biologica porta avanti la gestazione e fa nascere il bambino per conto di altri, nella adozione del concepito la madre biologica decide di far nascere il bambino con la consapevolezza che il genitore adottante intenderà soddisfare i bisogni del nascituro. Nell’adozione del concepito lo stato di adottabilità può essere revocato entro sette giorni dalla nascita, cosicché la madre biologica che ha portato a termine la gravidanza sia sempre in tempo per tenere il bambino. Effettivamente, l’esperienza dei Centri di Aiuto alla Vita, ci insegna che il periodo della gravidanza è complesso e genera emozioni nella donna altrettanto complesse: offrire la libertà di scegliere la vita, anche con la consapevolezza di non accoglierla quando nata, sebbene possa sembrare strano agli occhi di quanti invece non aspettano altro che abbracciare il proprio bambino, diventa una alternativa affinché quella vita non sia scartata con la procedura abortiva.

Inoltre, nella previsione di una procedura virtuosa e diffusa, tale pratica adottiva diverrebbe idonea a ridurre il numero di donazioni di gameti per le pratiche di procreazione medicalmente assistita eterologa il cui tasso di riuscita è basso rispetto al numero di embrioni generati e non impiantati. Infine, aumenterebbe anche il numero di minori – sebbene concepiti – che possono essere adottati a fronte di numerose coppie pronte ad accoglierli una volta nati.

L’adozione prenatale, ancora, si qualificherebbe come una pratica costituzionalmente orientata. Ai sensi dell’art. 30 della Costituzione, infatti, la legge prevedrebbe un ulteriore caso di possibilità di ottemperare agli obblighi genitoriali per i quali il genitore biologico è impossibilitato a far fronte (si pensi le condizioni economiche e sociali previste dalla L. 194/78 come condizione per accedere alla pratica abortiva).

La possibilità che sia esclusa ogni forma di commercio tra la madre naturale e la coppia è garantita dall’interposizione del Tribunale dei minorenni tra la volontà di dare in adozione e la disponibilità ad adottare.

Infatti, a norma dell’artt. 4-5-6-7 della proposta di legge n. AC 1238/18, la donna, in alternativa all’interruzione della gravidanza per le ipotesi previste dalla legge n. 194 del 1978, può ottenere lo stato di adottabilità del concepito, che è disposto, con rito abbreviato, con decreto del Tribunale per i minorenni prima della nascita del concepito.

La donna, fino al momento della nascita e nei sette giorni successivi, può sempre e liberamente revocare il proprio consenso allo stato di adottabilità del concepito; il Tribunale per i minorenni, entro sette giorni dalla nascita del concepito dichiarato adottabile, sceglie la coppia tra un apposito elenco di coppie la cui residenza è posta a una distanza non inferiore a 500 chilometri dal luogo di nascita del concepito e dispone l’affidamento preadottivo, ai fini della successiva adozione. A poter sperare in questa scelta del Tribunale però saranno solo le coppie «la cui residenza è posta a una distanza non inferiore a 500 chilometri dal luogo di nascita del concepito», disposizione che punta a prevenire eventuali accordi extra legem o forme occulte di surrogazione di maternità.

Quindi: l’adottabilità del nascituro potrebbe aprire a forme surrettizie di utero in affitto? No, la surrogazione di maternità è impedita dal fatto che i genitori adottivi sono scelti dal giudice sulla base di una lista nazionale e non ci sono, dunque, contatti preventivi con la donna gestante. Soprattutto, gli aspiranti genitori adottivi devono dichiarare di essere disponibili ad adottare bambini con malformazioni, una situazione verosimilmente impensabile nella maternità su commissione.

Dunque, nella maternità surrogata l’atto procreativo è finalizzato a compiere una gravidanza per conto di altri, nell’adozione del concepito la coppia adottante scelta dal Giudice si pone come strumento sussidiario all’impossibilità di proseguire una gravidanza difficile o indesiderata tanto nei confronti della madre biologica – nel momento della nascita del bambino – quanto soprattutto nei confronti del nascituro a cui offre una aspettativa di vita altrimenti pregiudicata dal drammatico bilanciamento di diritti e interessi che avviene con l’interruzione della gravidanza secondo la normativa vigente.

La libertà della scelta della madre biologica, che deve passare il vaglio dell’indagine del Pubblico Ministero e quindi del Tribunale dei Minorenni, scongiura la possibilità che vi siano forme di commercializzazione del concepito, anche perché nessuna facoltà di scelta della coppia adottante è riconosciuta in capo alla madre biologica.

Le condizioni affinché sia dichiarato lo stato di adottabilità, cioè il presupposto che dà inizio a tutta la procedura, sono molto stringenti: il Tribunale dei minorenni, infatti, emette il decreto succintamente motivato previo accertamento delle condizioni che legittimerebbero l’aborto attestate dalle strutture con cui entra in contatto la donna, nonché sulla base della specifica volontà della donna liberamente raccolta presso il consultorio o la struttura socio-sanitaria. Il Tribunale, inoltre, decide su istanza del Pubblico Ministero (PM) presso il Tribunale dei minorenni: Proprio il PM è tenuto, una volta ricevuta la documentazione dal consultorio o dalla struttura socio-sanitaria, a convocare la madre ed eventualmente anche il padre per accertarsi della libertà della scelta.

In ogni modo, stante il valore dell’embrione umano e, quindi, del concepito in quanto tale, lungo tutta la fase del suo sviluppo finalisticamente orientato alla nascita, l’obiettivo primario è l’ottenimento della nascita del concepito. È quindi necessario e imprescindibile offrire alternative all’interruzione di gravidanza e trovare strumenti giuridici che – tanto nel rispetto della dignità dell’embrione quanto dei soggetti con esso coinvolti – siano idonei a realizzare questa possibilità.

Chi può adottare? La proposta di legge prevedere un espresso richiamo all’art. 6 della L. 184/1983, secondo cui possono adottare i coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni che, nei tre anni precedenti, non hanno avuto esperienza di separazione personale neppure di fatto; i quali devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendono adottare.

L’adozione del concepito anticipa gli effetti del parto anonimo. Infatti, mentre con il parto anonimo si attiva la procedura una volta che il bambino è venuto alla luce, con l’adozione del concepito lo stato di adottabilità può essere dichiarato ancor prima della nascita, salvo che entro sette giorni dalla nascita la madre biologica revochi il consenso per tenere il bambino. In ogni caso, l’aspettativa di nascita per nascituro e la consapevolezza della madre biologica durante la gravidanza che il proprio figlio sia desiderato da una famiglia pronta a prendersene cura non può che avere effetti positivi per entrambi i soggetti coinvolti, anche tenuto conto che il consenso è revocabile nei sette giorni dopo la nascita.

Nessun problema, poi, si crea nei confronti delle aspettative della famiglia adottante nei confronti dei quali non può configurarsi un diritto all’adozione, bensì diviene rilevante il diritto alla vita del nascituro e la sua piena soggettività giuridica che, in questo caso, non subisce il pregiudizio di una decisione unilaterale della madre biologica durante il periodo della gravidanza.

Massimo Magliocchetti


[1] Cfr. B. Salone, La maternità surrogata in Italia: profili di diritto interno e risvolti internazionalprivatistici, in BioLaw Journal n. 2/2016, p. 40.

[2] Nella XVII Legislatura è stato presentato un testo analogo dai Deputati Mario Sberna e Gian Luigi Gigli, A.C. 4215.

Legge adotta concepito: tre motivi per sostenerla

Da Marzo è iniziata alla Camera la discussione della proposta di legge sull’adozione del concepito come alternativa all’aborto. Ecco tre motivi per sostenerla.

Da marzo è iniziata alla Camera la discussione della proposta di legge sull’adozione del concepito come alternativa all’aborto. L’articolato è ora al vaglio della Commissione Giustizia e Affari Sociali. La proposta di legge che ha come primo firmatario l’On. Stefani ha un nobile obiettivo: offrire una concreta alternativa all’aborto per la donna incinta che decide di non tenere il bambino. Una misura che si affianca alla già presente possibilità di partorire in anonimato. In sintesi: per chi vuole abortire non cambierebbe nulla, mentre si introdurrebbe una nuova possibilità di scelta rispettosa della dignità del concepito. Ci sono almeno tre motivi per sostenere questa interessante proposta di legge.

Il primo riguarda l’affermazione della soggettività del concepito. Già la L. 194/78 in materia di aborto, all’art. 1, fissa il principio secondo cui lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio, nulla specificando circa il momento giuridico di partenza per la tutela del concepito. Con la proposta di legge in discussione si riempirebbe di senso una norma apparentemente vuota. Perché se è possibile adottare il concepito, allora a questi viene riconosciuta piena dignità anche sul piano giuridico non potendosi adottare una “cosa”, bensì un “soggetto di diritto”. In altre parole: diverrebbe possibile adottare «uno di noi», come afferma in modo efficace la campagna europea promossa dal Movimento per la Vita italiano già nel 2013, quando raccolse più di due milioni di firme nei Paesi Ue per la tutela giuridica dell’embrione umano.

Il secondo motivo attiene alla c.d. libertà di scelta. Il testo di legge propone alla donna che si trova a vivere la gravidanza una concreta alternativa all’aborto, prevedendo l’attuazione di un procedimento snello ed efficace, anche con l’opportunità di revocare fino all’ultimo momento la possibilità di dare in adozione in concepito. Molte donne ricorrono alla drammatica scelta di abortire quando sono lasciate sole e non vedono altra alternativa che quella di interrompere la vita che portano in grembo. L’esperienza quarantennale dei Centri di Aiuto alla Vita è la prova che di fronte all’accoglienza, all’accompagnamento e all’aiuto concreto le donne riscoprono la bellezza di essere già madri. E poiché è libero chi può scegliere tra più opportunità, l’idea di offrire alternative senza escluderne nessuna non può che essere accolta da tutti, anche da coloro che si dicono favorevoli all’aborto. La sfida è una sola: rendere le donne libere di poter scegliere la Vita.

Il terzo motivo riguarda la previsione di un ruolo attivo e propositivo degli enti intermedi che si interfacciano con la donna in questo complesso momento della sua vita. La proposta di legge Stefani propone che il consultorio, la struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia ai quali la donna si rivolge informino obbligatoriamente e per iscritto la donna, nonché la persona eventualmente indicata come padre, della possibilità di ricorrere alle misure alternative all’interruzione volontaria della gravidanza. Una risposta ad una non corretta attuazione dell’art. 1 della legge n. 194 del 1978 che è in gran parte disatteso, come dimostra la scarsità delle iniziative pubbliche promosse per «evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite». Anche l’articolo 2 è pressoché lettera morta, in particolare laddove consente al volontariato di collaborare con i consultori, anche informando la donna sulle possibili alternative all’aborto. Tali attività sono spesso ostacolate, senza considerare che talvolta basta un piccolo aiuto economico o l’offerta di un lavoro per restituire a una donna in difficoltà la serenità necessaria per accogliere il suo bambino.


Massimo Magliocchetti

Articolo pubblicato su Si alla Vita Maggio/giugno 2019, nella ribrica “Bioeticamente”

Curiosità: Una proposta di legge analoga, ugualmente meritoria, è stata presentata nella XVII Legislatura dai Deputati Mauro Sberna e Gian Luigi Gigli.

Stop della Cassazione all’utero in affitto: reato anche se gratis

L’utero in affitto, anche se è gratis, rimane un reato in Italia. Lo ha stabilito la sesta sezione penale della Corte di cassazione, con la sentenza n. 2173, depositata il 17 gennaio 2019 (consigliere relatore Amoroso), con cui ha condannato anche la madre naturale per il reato di affidamento a terzi di un minore, in violazione dell’articolo 71, comma 1, legge 184/1983, anche se non ha ricevuto alcun compenso.

L’utero in affitto, anche se è gratis, rimane un reato in Italia. Lo ha stabilito la sesta sezione penale della Corte di cassazione, con la sentenza n. 2173, depositata il 17 gennaio 2019 (consigliere relatore Amoroso), con cui ha condannato anche la madre naturale per il reato di affidamento a terzi di un minore, in violazione dell’articolo 71, comma 1, legge 184/1983, anche se non ha ricevuto alcun compenso.

I Giudici di piazza Cavour sono stati chiamati a giudicare su una sentenza emessa dalla Corte di Appello di Napoli. Nella loro decisione hanno respinto la richiesta di una donna che chiedeva di essere assolta dopo che i giudici napoletani l’avevano condannata perché aveva concepito e partorito un figlio che, tramite un ginecologo, era stato donato, attraverso una falsa adozione, ad una coppia. In poche parole, quello che comunemente viene definito «utero in affitto».

Nel processo gli imputati erano stati tutti condannati. Ma la donna è ricorsa in Cassazione, sostenendo la sua innocenza. La tesi difensiva era la seguente: non era stato commesso alcun reato perché la maternità surrogata l’avrebbe portata a termine gratuitamente.

I giudici della Suprema Corte, si legge nella sentenza, hanno ribadito che «l’articolo 71, comma 1, della legge 184/1983 punisce con la reclusione da uno a tre anni, chiunque, in violazione delle norme di legge in materia di adozione, affida a terzi con carattere definivo un minore, ovvero lo avvia all’estero perché sia definitivamente affidato, senza ulteriori condizioni ai fini della integrazione del reato».

Dopo aver rigettato la tesi secondo la quale la donna avrebbe «affittato» il suo utero gratuitamente, i Giudici della Cassazione hanno ricordato che la fattispecie delittuosa punita dall’articolo 71 della legge sulla “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”, non richiede «per colui che affida il minore, la previsione di un compenso economico come corrispettivo della consegna del minore stesso».

La sentenza, in sostanza, conferma quanto i movimenti prolife di tutto il mondo sostengono da sempre: che l’utero in affitto è un reato. In particolare i Giudici della Sesta penale hanno precisato che la ricordata legge 184/1983 in Italia vieta qualunque pratica di utero in affitto, ribadisce che la mancanza di un compenso economico alla donna che “presta” il suo utero non “cancella” il reato, e sottolinea che è prevista una pena aggravata nel caso che l’affidamento illecito di un figlio a terzi sia commesso da un genitore naturale.

Una decisione di questa portata, stranamente (?), non ha scalato le prime pagine dei giornali nazionali. Anzi. Un silenzio imbarazzante ha nascosto una sentenza dalla portata storica all’opinione pubblica che ha messo una pietra tombale sulla presunta liceità dell’utero in affitto, la schiavitù del terzo millennio.

Massimo Magliocchetti

Diritto alla morte? Ronco: «Controsenso giuridico»

Esiste un “diritto alla morte”? Ne abbiamo parlato con il Prof. Avv. Ronco, noto penalista e Presidente del Centro Studi Livatino.

L’Italia entra nel pieno del dibattito in tema di eutanasia. Lo scorso 24 giugno sono iniziati i lavori alla Camera dei Deputati e comincia il conto alla rovescia per il 24 settembre, data dell’udienza innanzi alla Corte Costituzionale, una giornata che potrebbe segnare il punto di non ritorno per quanto riguarda la non punibilità delle condotte di aiuto al suicidio. Per capire meglio cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere abbiamo incontrato il Prof. Avv. Mauro Ronco, Presidente del Centro Studi Livatino ed Emerito di Diritto Penale all’Università di Padova, curatore di un interessante libro dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”

Professore, da pochi giorni è stato presentato un prezioso lavoro da Lei curato, dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”.

Continua a leggere “Diritto alla morte? Ronco: «Controsenso giuridico»”

Grazie per la fiducia

Il 25 aprile 2019 ho ricevuto un incarico molto importante, che mi riempie il cuore di Gioia e che un po’ mi spaventa. Quello di Segretario del Movimento per la Vita del Lazio, la Federazione Regionale dei Movimenti per la Vita, Centri di Aiuto alla Vita e Case d’Accoglienza. Un compito delicato che mi impegno a portare avanti con dedizione e amore per la difesa della Vita nascente.

Il 25 aprile 2019 ho ricevuto un incarico molto importante, che mi riempie il cuore di Gioia e che un po’ mi spaventa. Quello di Segretario del Movimento per la Vita del Lazio, la Federazione Regionale dei Movimenti per la Vita, Centri di Aiuto alla Vita e Case d’Accoglienza. Un compito delicato che mi impegno a portare avanti con dedizione e amore per la difesa della Vita nascente.

Mi tornano in mente le parole di Gandalf, celebre personaggio Tolkeniano: «[…] Ma non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo una terra sana e pulita da coltivare».

Viviamo un tempo complesso, in cui gli attentati alla vita umana devono trovare una risposta culturale ragionevole e testimoni credibili. Lavorerò con tutte le mie forze in questa di direzione. Inizia quindi un periodo di semina, affinché si levi un vento di speranza e alle mamme in difficoltà arrivino risposte concrete ai problemi reali.

Voglio ringraziare i tanti volontari delle Associazioni locali che in queste ore mi stanno dimostrando il loro affetto e la loro fiducia; il Presidente Roberto Bennati che ha creduto in me fin da subito; la Segretaria uscente Maria Luisa Di Ubaldo, donna straordinaria che mi ha insegnato cosa significa amare il Volontariato per la Vita. Un ringraziamento speciale lo devo a Ilaria, senza la cui comprensione e sostegno non avrei potuto fare la metà di quello che ho fatto finora.

Roma, 25 aprile 2019

Colombia, eutanasia per bambini di 6 anni

Dall’America latina arriva una notizia raccapricciante. Dai dati diffusi dall’agenzia BioEdge in Colombia emerge che ormai è possibile l’eutanasia, anche sui bambini di 6 anni.

Dall’America latina arriva una notizia raccapricciante. Dai dati diffusi dall’agenzia BioEdge in Colombia emerge che ormai è possibile l’eutanasia, anche sui bambini di 6 anni.

La Colombia non ha una legge sull’eutanasia. Ma la decisione di aprire a questa pratica è stata promossa dalla Corte costituzionale che, fin dal dicembre del 2014, ha dichiarato che fosse in linea con l’ordinamento giuridico colombiano con la Sentencia T-970/14. Dopo tre anni, nel 2017 un’altra sentenza ha fatto breccia nel sistema giuridico colombiano. Con la sentenza T-544 la Corte ha ordinato al Dipartimento della salute e della protezione sociale di emanare regolamenti che “garantiscano il diritto alla morte degno di bambini e adolescenti“.

Fino a questo momento la classe medica d’oltreoceano era abbastanza riluttante ad applicare le pratiche eutanasiche, nonostante la corte costituzionale della Colombia si fosse già pronunciata a favore dell’eutanasia già nel 1997. Il motivo dell’astensione da pratiche eutanasiche era la legge che puniva gli «omicidi di pietà» con sei mesi o tre anni di reclusione.

A marzo dello scorso anno il Dipartimento per la salute e la protezione sociale ha emanato la Risoluzione n. 825 che autorizzava l’eutanasia per i bambini di età superiore a 6 anni. È scoppiata la polemica in tutto il Paese. Ma il Dipartimento ha spiegato che prima di quell’età i bambini non capiscono l’idea della propria morte.

Oggi i bambini di età compresa tra 7 e 12 anni possono accedere all’eutanasia con l’approvazione dei genitori. I bambini tra i 12 e i 14 anni possono accedervi anche se i loro genitori non sono d’accordo. Dopo i 14 anni, non è necessario il coinvolgimento dei genitori, a condizione che tutti i requisiti per l’eutanasia siano soddisfatti. Come gli adulti, il bambino deve avere una condizione inguaribile, avere un dolore ingestibile e la capacità mentale di acconsentire. «Fare questo per i bambini è un mondo completamente nuovo», ha dichiarato al Globe and Mail il Dr. Ricardo Luque Nunez, medico e bioeticista che è un consulente del Ministero della Sanità della Colombia e si occupa di osservare questo problema. Secondo il Dr Luque solo 38 persone hanno richiesto l’eutanasia attraverso il sistema sanitario nei quattro anni da quando è diventato legale. Non mancano le critiche degli attivisti pro eutanasia che vogliono spingersi oltre, prevedendo sistemi meno stringenti per accedere alla cd. “buona morte”.

Fonte: http://www.bioedge.org