Caso Catania, Ministero salute: esclusa obiezione di coscienza. Gigli: «chieda scusa chi ha strumentalizzato il caso»

La Task Force del Ministero: escludiamo l’ipotesi di obiezione. – «In via preliminare, si ritiene opportuno specificare che dalla documentazione esaminata e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale non si evidenziano elementi correlabili all’argomento “obiezione di coscienza”. Si è trattato di evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza». Così il quotidiano Avennire (25/10/16, p. 10) riporta le conclusioni inserite nella relazione preliminare della Task Force inviata a Catania dal Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, al fine di accertare quanto successo all’Ospedale “Cannizzaro” la scorsa domenica. Dalla documentazione appare senza ombra di dubbio che, nel momento più critico in sala operatoria, «viene esclusa in maniera perentoria» l’ ipotesi che il medico abbia sollevato obiezione di coscienza.

Il commento di Gigli: «ora qualcuno chieda scusa». – Il Movimento per la Vita aveva sin da subito profetizzato come fossero andate le cose. L’uso strumentale della vicenda operato da alcuni dei giornali nazionali era finalizzato soltanto a colpire i medici che, in modo coraggioso e coerente con il proprio giuramento professionale, decidono quotidianamente di difendere e salvare la vita, anziché sopprimerla. «Ora ci aspettiamo che qualcuno abbia il buon gusto di chiedere scusa ai medici obiettori di coscienza, dopo aver utilizzato la tragedia avvenuta all’ospedale Cannizzaro di Catania, per criminalizzare chi rifiuta di adeguarsi alla logica dell’aborto volontario, delegittimando chi ha scelto la professione ostetrico-ginecologica per curare le donne e far nascere bambini e non già per impedirne la nascita», ha dichiarato Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita, commentando quanto emerso dalla relazione della squadra di ispettori del Ministero guidati da Francesco Enrichens. «Solo intolleranti illiberali come Saviano – ha sottolineato Gigli – possono far finta di non capire che l’obiezione di coscienza è presidio di libertà e democrazia».

Al ritorno dal 36° Convegno nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita, il Presidente Gigli ha rinnovato l’impegno di tutto il Movimento per la Vita di continuare ad essere, al tempo stesso, ospedale da campo, come dice il Papa, e coscienza critica del Paese. In quest’ottica, in merito ai fatti di Catania, in una nota ha puntualizzato di voler lavorare «per dare a tutte le donne la libertà di poter accogliere la vita che portano in grembo».

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

Tar Lazio: «pillola giorno dopo è contraccettivo». Gigli (MPV): «perplesso su valutazioni giudici, appelleremo»

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Il Tar del Lazio ha dichiarato infondati nel merito i ricorsi presentati anche dal Movimento per la Vita italiano in merito alla riorganizzazione dei consultori.

La decisione è stata accolta come positiva da una nota del presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, che ha dichiarato: «siamo soddisfatti per la sentenza del Tar del Lazio che chiarisce il territorio dell’obiezione di coscienza e della sua applicazione nel rispetto della legge». «Un cammino impegnativo – ha continuato – sul quale vogliamo proseguire per restituire dignità ai consultori e per tutelare la salute delle donne», così ha commentato la decisione dei giudici amministrativi.

Del parere contrario è Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita, il quale si è detto «perplesso rispetto alle valutazioni scientifiche dei giudici amministrativi e alla loro considerazione del diritto all’obiezione di coscienza». In una nota ripresa dall’Agenzia Ansa, Gigli ha precisato che il Movimento per la Vita «continuerà la sua battaglia presso il Consiglio di Stato a difesa del diritto delle donne alla corretta informazione, della dignità della professione medica e, soprattutto, della vita dell’embrione umano, considerato dall’industria del farmaco un oggetto prima che esso possa annidarsi nell’utero materno».

I giudici, rispetto ai ricorsi presentati, oltre a stabilire la natura contraccettiva delle c.d. pillole del giorno dopo, hanno deciso che l’obiezione di coscienza da parte dei medici non si può applicare alla certificazione dello stato di gravidanza poiché si configura come semplice attestazione di uno stato di salute.

Uno dei punti critici della sentenza del Tar del Lazio riguarda proprio la natura delle “pillole dei giorni dopo”. Secondo i giudici, le cui motivazioni saranno pubblicate nei prossimi giorni, tali pillole non sono propriamente farmaci abortivi, ma meri contraccettivi. Sembrerebbe che abbiano richiamato la posizione dell’Aifa, la quale a sua volta ha recepito alla lettera quella dell’Agenzia europea per il farmaco.

Secondo Gigli, però, «ciò non tiene conto dei rilievi avanzati dal Consiglio superiore di sanità e delle contraddizioni con la stessa letteratura scientifica che ha portato alla commercializzazione dei cosiddetti contraccettivi di emergenza». «Ancora una volta – ha precisato in una nota il presidente del Movimento per la Vita – gli interessi delle multinazionali del farmaco hanno prevalso sul diritto alla corretta informazione del medico prescrittore e delle pazienti che inconsapevolmente dovranno assumere il farmaco».

Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza, secondo Gigli «appare singolare che questo diritto del medico venga aggirato con il pretesto che la certificazione dello stato di gravidanza sarebbe semplice attestazione di uno stato di salute e non già, come è evidente in questi casi, il primo indispensabile passo per l’esecuzione dell’aborto legalizzato».

Ancora una volta i diritti fondamentali dell’uomo, come quello alla vita e all’obiezione di coscienza, sono scalfiti da interessi meramente economici e individualistici. Dalle posizioni emerse nelle ultime ore si prospetta una dura battaglia in sede di appello. Spetterà quindi al Consiglio di Stato prendere nuovamente in considerazione le ragioni di merito che saranno presentate dai ricorrenti.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

Obiezione, altolà del consiglio d’Europa: non rispetta diritti delle donne. Gigli: è diritto, non concessione

Ancora una volta si riaccende il dibattito politico sull’obiezione di coscienza. Il Consiglio d’Europa bacchetta l’Italia perché, a suo dire, discrimina i medici e il personale medico non obiettori. Il Ministero della Salute si difende affermando che i dati presi in considerazione dal Consiglio d’Europa sono vecchi. Gigli, presidente del Movimento per la Vita, ribadisce che l’obiezione di coscienza non è una concessione bensì un diritto.

Il Consiglio d’Europa: altolà su obiezione –  Il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa ha dichiarato ammissibile un ricorso presentato dalla Cgil concernete la violazione dei diritti della salute delle donne, motivato, a detta del sindacato da sempre schierato pro – choice, dall’impossibilità di praticare l’interruzione di gravidanza a causa dell’alto numero di medici obiettori. Il segretario Cgil, Susanna Camusso, si è detta soddisfatta perché si tratta di una vittoria per le donne e per i medici, ma anche per l’Italia.  Il comitato, che svolge un ruolo consultivo, ha evidenziato come per l’elevato numero dei medici non obiettori le donne continuano a trovare notevoli difficoltà nell’accesso all’interruzione di gravidanza, spesso costrette a cambiare regione o, addirittura, andare all’estero.

Ministero della Salute, Lorenzin: dati vecchi. – Non è tardata ad arrivare la risposta del Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha risposto alla decisione di Strasburgo criticando il metodo: l’analisi si è basata su dati vecchi che risalgono al 2013, mentre oggi la situazione non presenta alcune violazione della salute delle donne. Dal Ministero fanno sapere che si riservano di controllare i dati anche se sono convinti della non veridicità di quelli sostenuti dal Comitato europeo dei diritti sociali, già promotore dei diritti dell’uomo e del rispetto della democrazia in 47 Stati.

Le reazioni. Gigli: obiezione è un diritto, non concessione. – Altrettanto immediata è stata la dura presa di posizione del presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, che in una nota ha commentato la decisione del Consiglio d’Europa come un intervento strumentale che non tollera la presenza in Italia di una larga maggioranza di medici che antepone il precetto ippocratico di non uccidere a ogni altra considerazione. Ha anche ribadito come l’obiezione di coscienza non sia una concessione bensì un diritto che, al pari del diritto alla vita, lo Stato può limitarsi soltanto a riconoscere, se vuole distinguersi dai regimi autoritari.

La situazione italiana: tutto regolare – Al netto di tutte le considerazioni apparse in questi giorni sulla stampa nazionale, occorre ripartire da ciò che nel nostro ordinamento disciplina la drammatica realtà dell’interruzione di gravidanza. Dal 22 maggio 1978 l’Italia disciplina l’Igv con la L. n. 194, recante norme per la tutela della maternità e per l’interruzione di gravidanza. Ogni anno il Ministero della Salute, in osservanza dell’art. 16 della suddetta legge, è tenuto a presentare una relazione al Parlamento sull’attuazione della legge. La più recente, pubblicata il 26 ottobre 2015, recante i dati definitivi del 2013 e quelli preliminari del 2014, registra che per quanto riguarda l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi di Igv non emergono criticità per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun non obiettore.

Sebbene non condivido le posizioni dei pro-choice, pur rispettandoli – anche se il sentimento non è spesso corrisposto –, sia i dati ufficiali del Ministero che il dettato normativo italiano sconfessano la loro posizione. Nella loro volontà di denunciare l’alto numero di obiettori dimenticano che coloro i quali scelgono di obiettare stanno esercitando un loro diritto costituzionalmente tutelato e previsto dalla stessa L.194 all’art. 9. Il dettato normativo, infatti, prevede l’esonero del personale sanitario ed esercente l’attività ausiliaria dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza, ma e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Inoltre, vi è da precisare che l’impianto generale della 194, seppure presenta notevoli problemi che spesso vengono aggirati nella prassi, vede l’Igv come estrema ratio subordinata alla presenza di tassative condizioni: si legge nell’art. 1 che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. Se, come risulta dai dati, il carico dei non obiettori non inficia il servizio di Igv, che comunque nei termini imposti dalla legge rimane esigibile, e allo stesso tempo il diritto all’obiezione viene rispettato, la posizione del Consiglio d’Europa non appare in alcun modo condivisibile, poiché mira a sovvertire la ratio della norma.

Il calo delle interruzioni di gravidanza non è certamente causato solamente dalla presunta maggioranza dei medici non obiettori. Negli ultimi anni molte associazioni prolife, prima tra tutte il Movimento per la Vita, hanno contribuito a porsi come concreta alternativa alla drammatica scelta dell’aborto. L’accoglienza e l’accompagnamento costante pre e post parto alle donne in difficoltà è stata la soluzione ad una situazione di abbandono e smarrimento che le avrebbe altrimenti spinte a interrompere la gravidanza. In Italia, grazie alla costante promozione della cultura della vita, ormai stanno cambiando i contorni del dibattito sull’aborto, anche se ancora la strada è molto lunga per riconoscere piena tutela dei diritti del concepito, primo fra tutti quello alla vita. La prevenzione rimane l’arma migliore.

Non sarà certo il Consiglio d’Europa a sovvertire la natura della cose, anche perché se “l’Europa ce lo chiede” la coscienza risponde diversamente.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

(Articolo pubblicato su “La Voce della Vita“, il notiziario del Cav Roma Talenti, nel numero di Maggio 2016)