Radicali all’attacco su obiezione di coscienza: i dati li smentiscono

In occasione della polemica sollevata dai Radicali riguardo la mancata presentazione secondo i termini di legge della Relazione ministeriale sull’attuazione della L.194 in tema di aborto, non è mancata la solita criminalizzazione dei medici obiettori di coscienza. Una storia già vista che continua da quarant’anni, ma che nell’ultimo periodo si sta facendo sempre più accesa e vigorosa.

Il fatto. Il Ministro Lorenzin non presenta la relazione in tempo. – A norma dell’art. 16 della L. 194/78 entro il mese di febbraio il Ministro della Sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge e dei suoi effetti, anche in riferimento al problema della prevenzione.

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Caso Catania, Ministero salute: esclusa obiezione di coscienza. Gigli: «chieda scusa chi ha strumentalizzato il caso»

La Task Force del Ministero: escludiamo l’ipotesi di obiezione. – «In via preliminare, si ritiene opportuno specificare che dalla documentazione esaminata e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale non si evidenziano elementi correlabili all’argomento “obiezione di coscienza”. Si è trattato di evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza». Così il quotidiano Avennire (25/10/16, p. 10) riporta le conclusioni inserite nella relazione preliminare della Task Force inviata a Catania dal Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, al fine di accertare quanto successo all’Ospedale “Cannizzaro” la scorsa domenica. Dalla documentazione appare senza ombra di dubbio che, nel momento più critico in sala operatoria, «viene esclusa in maniera perentoria» l’ ipotesi che il medico abbia sollevato obiezione di coscienza.

Il commento di Gigli: «ora qualcuno chieda scusa». – Il Movimento per la Vita aveva sin da subito profetizzato come fossero andate le cose. L’uso strumentale della vicenda operato da alcuni dei giornali nazionali era finalizzato soltanto a colpire i medici che, in modo coraggioso e coerente con il proprio giuramento professionale, decidono quotidianamente di difendere e salvare la vita, anziché sopprimerla. «Ora ci aspettiamo che qualcuno abbia il buon gusto di chiedere scusa ai medici obiettori di coscienza, dopo aver utilizzato la tragedia avvenuta all’ospedale Cannizzaro di Catania, per criminalizzare chi rifiuta di adeguarsi alla logica dell’aborto volontario, delegittimando chi ha scelto la professione ostetrico-ginecologica per curare le donne e far nascere bambini e non già per impedirne la nascita», ha dichiarato Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita, commentando quanto emerso dalla relazione della squadra di ispettori del Ministero guidati da Francesco Enrichens. «Solo intolleranti illiberali come Saviano – ha sottolineato Gigli – possono far finta di non capire che l’obiezione di coscienza è presidio di libertà e democrazia».

Al ritorno dal 36° Convegno nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita, il Presidente Gigli ha rinnovato l’impegno di tutto il Movimento per la Vita di continuare ad essere, al tempo stesso, ospedale da campo, come dice il Papa, e coscienza critica del Paese. In quest’ottica, in merito ai fatti di Catania, in una nota ha puntualizzato di voler lavorare «per dare a tutte le donne la libertà di poter accogliere la vita che portano in grembo».

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

Tar Lazio: «pillola giorno dopo è contraccettivo». Gigli (MPV): «perplesso su valutazioni giudici, appelleremo»

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Il Tar del Lazio ha dichiarato infondati nel merito i ricorsi presentati anche dal Movimento per la Vita italiano in merito alla riorganizzazione dei consultori.

La decisione è stata accolta come positiva da una nota del presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, che ha dichiarato: «siamo soddisfatti per la sentenza del Tar del Lazio che chiarisce il territorio dell’obiezione di coscienza e della sua applicazione nel rispetto della legge». «Un cammino impegnativo – ha continuato – sul quale vogliamo proseguire per restituire dignità ai consultori e per tutelare la salute delle donne», così ha commentato la decisione dei giudici amministrativi.

Del parere contrario è Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita, il quale si è detto «perplesso rispetto alle valutazioni scientifiche dei giudici amministrativi e alla loro considerazione del diritto all’obiezione di coscienza». In una nota ripresa dall’Agenzia Ansa, Gigli ha precisato che il Movimento per la Vita «continuerà la sua battaglia presso il Consiglio di Stato a difesa del diritto delle donne alla corretta informazione, della dignità della professione medica e, soprattutto, della vita dell’embrione umano, considerato dall’industria del farmaco un oggetto prima che esso possa annidarsi nell’utero materno».

I giudici, rispetto ai ricorsi presentati, oltre a stabilire la natura contraccettiva delle c.d. pillole del giorno dopo, hanno deciso che l’obiezione di coscienza da parte dei medici non si può applicare alla certificazione dello stato di gravidanza poiché si configura come semplice attestazione di uno stato di salute.

Uno dei punti critici della sentenza del Tar del Lazio riguarda proprio la natura delle “pillole dei giorni dopo”. Secondo i giudici, le cui motivazioni saranno pubblicate nei prossimi giorni, tali pillole non sono propriamente farmaci abortivi, ma meri contraccettivi. Sembrerebbe che abbiano richiamato la posizione dell’Aifa, la quale a sua volta ha recepito alla lettera quella dell’Agenzia europea per il farmaco.

Secondo Gigli, però, «ciò non tiene conto dei rilievi avanzati dal Consiglio superiore di sanità e delle contraddizioni con la stessa letteratura scientifica che ha portato alla commercializzazione dei cosiddetti contraccettivi di emergenza». «Ancora una volta – ha precisato in una nota il presidente del Movimento per la Vita – gli interessi delle multinazionali del farmaco hanno prevalso sul diritto alla corretta informazione del medico prescrittore e delle pazienti che inconsapevolmente dovranno assumere il farmaco».

Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza, secondo Gigli «appare singolare che questo diritto del medico venga aggirato con il pretesto che la certificazione dello stato di gravidanza sarebbe semplice attestazione di uno stato di salute e non già, come è evidente in questi casi, il primo indispensabile passo per l’esecuzione dell’aborto legalizzato».

Ancora una volta i diritti fondamentali dell’uomo, come quello alla vita e all’obiezione di coscienza, sono scalfiti da interessi meramente economici e individualistici. Dalle posizioni emerse nelle ultime ore si prospetta una dura battaglia in sede di appello. Spetterà quindi al Consiglio di Stato prendere nuovamente in considerazione le ragioni di merito che saranno presentate dai ricorrenti.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM