Suicidio assistito: 4mila medici pronti a fare obiezione di coscienza

A poche ore dalla sentenza della Corte Costituzionale sul caso Cappato sulla compatibilità con la Costituzione dell’articolo 580 del codice penale che punisce l’aiuto e l’istigazione al suicidio con la reclusione fino a 12 anni.

“Almeno 4mila medici cattolici sono pronti a fare obiezione di coscienza nel caso in cui, a seguito della pronuncia della Consulta, il Parlamento italiano legiferasse a favore del suicidio medicalmente assistito”, ha dichiarato il vicepresidente dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci), Giuseppe Battimelli, annunciando quale sarà la risposta dei camici bianchi iscritti all’associazione ad un’eventuale legge sulla materia. Ma “la grande maggioranza dei medici italiani – afferma Battimelli – è sulla nostra posizione”. 

Fine vita: Fnomceo, la responsabilita’ non ricada sui medici Con depenalizzazione, sia lo Stato ad occuparsi dell’atto finale

In attesa della decisione della Corte Costituzionale sulla punibilita’ dell’aiuto al suicidio, che dovrebbe essere comunicata in serata, la Federazione nazionale dei medici chirurghi e odontoiatri (Fnomceo) auspica che “la responsabilita’ non ricada sui medici”.

“Se oggi la Consulta dovesse deliberare la depenalizzazione dell’aiuto al suicidio, siamo certi che lo Stato tutelera’, allo stesso modo dell’autodeterminazione del paziente, l’obiezione di coscienza di quei medici che non si sentiranno di rovesciare le loro convinzioni”, dice il presidente di Fnomceo Filippo Anelli, “noi chiediamo allo Stato di fare un ulteriore passo, e di assumersi la responsabilita’ dell’atto finale. Chiediamo che sia un rappresentante dello Stato a prendere atto della sussistenza di tutte le condizioni, certificate ovviamente dai medici, e a procurare al paziente il farmaco che dovra’ assumere”.

“Nel merito, non possiamo che ribadire la nostra posizione – spiega Anelli – e’ chiaro, ed esposto dall’articolo 3 del Codice di Deontologia Medica, il principio fondamentale su cui regge la nostra professione: “Dovere del medico e’ la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della liberta’ e della dignita’ della persona umana”.

“Questa affermazione porta con se’ almeno due corollari – sottolinea – il primo e’ che i medici vedono nella morte un nemico e nella malattia un’anomalia da sanare: mai si e’ pensato che la morte potesse diventare un alleato, che potesse risolvere le sofferenze della persona. Se oggi la Consulta decidesse per una depenalizzazione dell’aiuto al suicidio, verrebbe capovolto questo paradigma”. E aggiunge: “Le ripercussioni non riguarderebbero solo i medici e le altre professioni sanitarie: il meccanismo che porta ad accompagnare una persona verso il suicidio coinvolge l’intera societa’”

Aborto: quello che non dice la Relazione ministeriale e una proposta concreta

Un coro (quasi) unanime ha salutato con commenti positivi la pubblicazione della Relazione sull’applicazione della legge 194/78, pubblicata ad inizio anno dal ministro della Salute Giulia Grillo. Rimangono molte ombre. Nell’articolo trovi tutto quello che la Relazione ministeriale non dice e una proposta concreta.

Un coro (quasi) unanime ha salutato con commenti positivi la pubblicazione della Relazione sull’applicazione della legge 194/78, pubblicata ad inizio anno dal ministro della Salute Giulia Grillo. Rimangono tuttavia inalterate le ombre che da quarant’anni il Movimento per la Vita italiano denuncia.

Secondo i dati contenuti nel documento emerge che nel 2017 sono state notificate 80˙733 IVG, confermando il continuo andamento in diminuzione del fenomeno, in misura leggermente maggiore rispetto a quello osservato nel 2016 (4.9% rispetto al dato del 2016 e -65.6% rispetto al 1982, anno in cui si è osservato il più alto numero di IVG in Italia pari a 234˙801 casi). Secondo il rapporto il ricorso all’aborto nel 2017 è diminuito in tutte le classi di età, in particolare tra le giovanissime, e i tassi di abortività più elevati restano fra le donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Il Ministero della Salute rileva inoltre che è in aumento l’uso dell’aborto farmacologico. Nel corso del 2017 il mifepristone è stato adoperato nel 17.8% dei casi con successiva somministrazione di prostaglandine (rispetto al 15.7% del 2016 e al 12.9% del 201).

Consultori, in aumento i certificati abortivi. Abuso della procedura d’urgenza? – Continua la tendenza all’aumento del ricorso alla procedura d’urgenza: è avvenuto nel 19.2% nel 2017 rispetto al 17.8% dei casi del 2016, al 16.7% dei casi nel 2015, l’11.6% del 2011. Percentuali superiori alla media nazionale si sono osservate, come negli anni passati, in Puglia (38.9%), Piemonte (34.6%), Lazio (34.4%), Abruzzo (24.6%), Emilia Romagna (24.2%) e in Toscana (22.3%). Anche per il 2017 il consultorio familiare ha rilasciato più documenti e certificazioni (43.6%) degli altri servizi.

Incrociando questi due dati è necessario rilevare un abuso della procedura d’urgenza e uno stravolgimento della funzione essenziale dei consultori. Infatti, la L. 194/78 prevede il caso di urgenza come eccezione alla regola che prevede un periodo tra il rilascio del certificato e il giorno dell’intervento abortivo. Questo aspetto conferma l’idea dell’inesistenza di un diritto all’autodeterminazione assoluta, che però nei fatti viene aggirato, violando la lettera della legge.

Quando il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, riscontra l’esistenza di condizioni tali da rendere urgente l’intervento abortivo, rilascia immediatamente alla donna un certificato attestante l’urgenza con il quale la donna stessa può presentarsi ad una delle sedi autorizzate a praticare la interruzione della gravidanza. La prima puntualizzazione deve essere fatta in merito al termine «urgenza». Sebbene la norma nulla preveda in merito è ragionevole sostenere, anche sulla base di una lettura complessiva della legge, che non si possa far rientrare nel caso summenzionato la c.d. urgenza cronologica, bensì soltanto una urgenza clinica che presuppone un pericolo effettivo e immediato per la salute o la vita della madre. Deve ritenersi quindi accolta la tesi di coloro i quali sostengono che nel caso di urgenza clinica si debba riferire la fattispecie dell’emergenza propriamente detta, se non altro per escludere l’idea che sia legittimo soprassedere al periodo di sette giorni per il solo fatto che la gravidanza sia giunta ad un’epoca prossima al novantesimo giorno (urgenza cronologica).

Sul punto la Relazione ministeriale espone una tesi alquanto stravagante. A pag. 35 evidenzia che «questo aumento (della procedura d’urgenza, n.d.a) negli anni può essere un indicatore di problemi di liste di attesa, di servizi disponibili per l’effettuazione dell’IVG o di necessità di ricorso all’urgenza per poter svolgere l’intervento con il Mifepristone e prostaglandine entro i tempi previsti nel nostro Paese (49 giorni di gestazione)». Viene dunque da pensare che l’abuso di cui si parlava nelle righe precedenti poi, di fatto, non è soltanto un’ipotesi dottrinale ed astratta, bensì la realtà.

Una possibile inversione di marcia? Una proposta – Tra le pagine della Relazione, forse, emerge uno spiraglio di luce. Viene registrato infatti un numero di colloqui IVG superiore al numero di certificati rilasciati (48˙769 colloqui vs 34˙800 certificati rilasciati). Ciò potrebbe indicare l’effettiva azione per aiutare la donna “a rimuovere le cause che la porterebbero all’interruzione della gravidanza” (art. 5 L.194/78).

Tornano attuali le obiezioni che il Movimento per la Vita ( MPV) ha da sempre presentato in merito alla effettiva natura di questi colloqui. Se si volesse, veramente, perseguire il fine preventivo indicato dalla L. 194/78 all’art. 5, sarebbe utile iniziare a lavorare sui contenuti di questi colloqui, magari riportati in via documentale con le dovute garanzie per la riservatezza delle donne che li compiono, in modo tale da poter elaborare efficaci modalità preventive, soprattutto alla luce delle buone pratiche presenti lungo il territorio italiano.

Obiettori in aumento: una testimonianza preziosa. – Nel 2017, si rilevano valori più elevati di obiezione di coscienza tra i ginecologi (68.4%) rispetto agli anestesisti (45.6%). Ancora inferiore è la proporzione di personale non medico che ha presentato obiezione (38.9%). Sette medici su dieci sono quindi obiettori. Il dato non è certamente trascurabile.

In primo luogo perché non incide sull’effettivo esercizio del ricorso all’IVG, come del resto ribadito da sempre dai dati ministeriali. In secondo luogo, un dato così alto di obiettori è la più grande testimonianza della dignità del concepito. Perché è proprio la scienza medica a riconoscere che dal concepimento siamo in presenza di un individuo appartenente alla specie umana, unico e irripetibile. L’obiezione di coscienza, quindi, è la più grande testimonianza della dignità del nascituro.

L’obiezione non è «il» problema. – Riguardo l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi IVG, i dati ministeriali, pur rilevando una percentuale di obiezione tra i ginecologi pari al 68.4%, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, sia su base regionale che considerando le singole strutture, anche in presenza di casi che si discostano dalla media, non evidenziano particolari criticità nei servizi di IVG. In altre parole, gli obiettori non sono il problema all’accesso alle pratiche abortive.

L’aborto precoce con la RU486. – Da ormai più di 10 anni (2005) alcuni istituti in Italia hanno iniziato per l’interruzione della gravidanza l’utilizzo dell’approccio farmacologico con Mifepristone (RU486) e prostaglandine (anche definito aborto medico in alternativa all’aborto chirurgico), così come già presente da diversi anni in altri Paesi e come raccomandato per gli aborti precoci nelle linee guida elaborate dall’OMS e da altre Agenzie internazionali. Fino al 2009 questo farmaco non era tuttavia in commercio in Italia ed era necessario acquistarlo all’estero.

Tuttavia, secondo i dati raccolti dal MPV, nonostante le interruzioni volontarie di gravidanza siano diminuite, ciò di per sé non significa che sia in diminuzione il fenomeno abortivo, in quanto lo stesso risultato (cioè la morte del concepito) viene perseguito mediante anche altre forme che non sono esclusivamente quelle individuate dal Ministero della Salute. L’aborto diminuisce in termini percentuali, ma non in termini assoluti: mentre diminuisce la popolazione femminile in età fertile e si restringono le possibilità che le donne abbiano una gravidanza, d’altro canto aumenta l’uso dei «contraccettivi d’emergenza», farmaci che ostacolano l’annidamento dell’embrione nell’utero materno (EllaOne e Norlevo) e che quindi producono aborti precoci.

Massimo Magliocchetti

Se il «problema» dell’obiezione di coscienza è una fake news

L’alto numero di medici obiettori è un problema? Secondo la CGIL lucana, si. Ma i dati del Ministero della Salute affermano il contrario: il presunto “problema” dell’obiezione di coscienza è quindi una fake news.

Dal 1978 assistiamo ad un attacco continuo all’obiezione di coscienza dei medici che decidono di difendere la vita e non sopprimerla con l’aborto. Sono quarant’anni che sentiamo ripetere dai media del mainstream che in Italia la legge sull’aborto (l. 194/78) non è pienamente applicata a causa dei medici obiettori. Da ultimo ci hanno pensato i membri del direttivo della CGIL della Basilicata. «La situazione relativa alla applicazione della Legge 194/1978 in Basilicata, già di norma nei fatti estremamente difficoltosa a causa di una strutturale carenza di organico nei consultori del territorio, nonché dalla presenza di 9 medici obiettori su 10 presenti sembra aggravarsi ulteriormente, nella sostanziale indifferenza delle istituzioni preposte», si legge nel documento diffuso a marzo scorso dai vertici del sindacato.

Ma la situazione lucana è veramente drammatica come denuncia la CGIL? Per rispondere basta indagare i dati offerti dalla Relazione Ministeriale sull’attuazione della L. 194 redatta annualmente dal Ministero della Salute. Nell’ultimo documento diffuso il 22 dicembre 2017 in relazione ai dati definitivi dell’anno 2016, emerge che in Basilicata i punti IVG, cioè le strutture abilitate ad eseguire l’aborto, sono quattro (80%) rispetto alle cinque strutture ospedaliere con reparto di ostetricia e/o ginecologia. Di per sé questo dato esclude che si possa attribuire alla Basilicata una carenza di stabilimenti in cui è possibile interrompere la gravidanza. Anzi, al contrario, il documento Ministeriale giudica la copertura «più che soddisfacente» (p. 46).

Un secondo dato che contribuisce a sgonfiare la denuncia della CGIL attiene all’offerta del servizio IVG, tenuto conto del diritto di obiezione di coscienza degli operatori sanitari, in relazione al numero medio settimanale di aborti effettuati da ogni ginecologo non obiettore, secondo il quale in Basilicata sono compiete mediamente 2.5 aborti ogni settimana. Un trend costante negli ultimi sei anni (2.8 nel 2021, 2.0 nel 2013, 2.9 nel 2014, 2.5 nel 2016) che quindi esclude la paventata «strutturale carenza di organico».

A conferma di quanto detto la Relazione specifica (p. 51) che a livello regionale il numero dei non obiettori sembra congruo rispetto al numero delle IVG effettuate, e il numero di obiettori di coscienza non dovrebbe impedire ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG. Nel 2016 i dati definitivi rilevano 1.481 medici non obiettori i quali hanno eseguito una media di 57.3 aborti nell’anno (p. 52). Secondo gli ultimi dati afferenti al 2013, in Basilicata sono 37 i ginecologi obiettori presenti nelle strutture in cui si effettua l’IVG, 44 sono anestesisti e 64 appartengono al personale non medico

Anzi, secondo la rilevazione ministeriale, nonostante il numero assoluto dei ginecologi non obiettori sia in aumento negli ultimi due anni, dato anche il dimezzamento delle IVG, il numero globale dei ginecologi che non esercita il diritto all’obiezione di coscienza è quindi sempre stato congruo al numero degli interventi di IVG complessivo (p. 52). In altre parole, nessun allarme.

Andando a fondo sulle statistiche offerteci dal Ministero della Salute emerge che il problema, non essendo in alcun modo il numero di obiettori, deve essere ricondotto – semmai fosse presente – ad una inadeguata organizzazione territoriale (p. 51).

Per i motivi sopra esposti sembra che la denuncia della CGIL sia una vera e propria fake news. La (vera) notizia è un’altra: sono sempre i più i medici che scelgono di testimoniare il loro sì alla vita. Secondo i dati ministeriali (p. 45), a livello nazionale, gli obiettori sono passati dal 58.7 del 2005 al 70.9 del 2016. Un dato impressionante che aiuta a rappresentare la presa di coscienza che colui che cresce nel grembo materno non è un «grumo di cellule» ma «uno di noi».

Massimo Magliocchetti,
Responsabile Giovani Roma MPV


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Se il «problema» dell’obiezione di coscienza è una fake news, in Si alla Vita web, 3/2018, http://www.siallavitaweb.it, pp. 1-2.

Radicali all’attacco su obiezione di coscienza: i dati li smentiscono

Continuano le pressioni dei radicali sul tema dell’obiezione di coscienza dei medici nei confronti dell’aborto. I dati diffusi dal Ministero della Salute smentiscono, ancora una volta, la presunta emergenza denunciata dai radicali. Ecco i dati.

In occasione della polemica sollevata dai Radicali riguardo la mancata presentazione secondo i termini di legge della Relazione ministeriale sull’attuazione della L.194 in tema di aborto, non è mancata la solita criminalizzazione dei medici obiettori di coscienza. Una storia già vista che continua da quarant’anni, ma che nell’ultimo periodo si sta facendo sempre più accesa e vigorosa.

Il fatto. Il Ministro Lorenzin non presenta la relazione in tempo. – A norma dell’art. 16 della L. 194/78 entro il mese di febbraio il Ministro della Sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge e dei suoi effetti, anche in riferimento al problema della prevenzione.

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Caso Catania, Ministero salute: esclusa obiezione di coscienza. Gigli: «chieda scusa chi ha strumentalizzato il caso»

«In via preliminare, si ritiene opportuno specificare che dalla documentazione esaminata e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale non si evidenziano elementi correlabili all’argomento “obiezione di coscienza”. Così la Task Force inviata a Catania dal Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, al fine di accertare quanto successo all’Ospedale “Cannizzaro” la scorsa domenica.

La Task Force del Ministero: escludiamo l’ipotesi di obiezione. – «In via preliminare, si ritiene opportuno specificare che dalla documentazione esaminata e dalle numerose testimonianze raccolte dal personale non si evidenziano elementi correlabili all’argomento “obiezione di coscienza”. Si è trattato di evento abortivo iniziato spontaneamente, inarrestabile, trattato in regime d’emergenza». Così il quotidiano Avennire (25/10/16, p. 10) riporta le conclusioni inserite nella relazione preliminare della Task Force inviata a Catania dal Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, al fine di accertare quanto successo all’Ospedale “Cannizzaro” la scorsa domenica. Dalla documentazione appare senza ombra di dubbio che, nel momento più critico in sala operatoria, «viene esclusa in maniera perentoria» l’ ipotesi che il medico abbia sollevato obiezione di coscienza.

Il commento di Gigli: «ora qualcuno chieda scusa». – Il Movimento per la Vita aveva sin da subito profetizzato come fossero andate le cose. L’uso strumentale della vicenda operato da alcuni dei giornali nazionali era finalizzato soltanto a colpire i medici che, in modo coraggioso e coerente con il proprio giuramento professionale, decidono quotidianamente di difendere e salvare la vita, anziché sopprimerla. «Ora ci aspettiamo che qualcuno abbia il buon gusto di chiedere scusa ai medici obiettori di coscienza, dopo aver utilizzato la tragedia avvenuta all’ospedale Cannizzaro di Catania, per criminalizzare chi rifiuta di adeguarsi alla logica dell’aborto volontario, delegittimando chi ha scelto la professione ostetrico-ginecologica per curare le donne e far nascere bambini e non già per impedirne la nascita», ha dichiarato Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita, commentando quanto emerso dalla relazione della squadra di ispettori del Ministero guidati da Francesco Enrichens. «Solo intolleranti illiberali come Saviano – ha sottolineato Gigli – possono far finta di non capire che l’obiezione di coscienza è presidio di libertà e democrazia».

Al ritorno dal 36° Convegno nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita, il Presidente Gigli ha rinnovato l’impegno di tutto il Movimento per la Vita di continuare ad essere, al tempo stesso, ospedale da campo, come dice il Papa, e coscienza critica del Paese. In quest’ottica, in merito ai fatti di Catania, in una nota ha puntualizzato di voler lavorare «per dare a tutte le donne la libertà di poter accogliere la vita che portano in grembo».

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

Tar Lazio: «pillola giorno dopo è contraccettivo». Gigli (MPV): «perplesso su valutazioni giudici, appelleremo»

Il Tar del Lazio ha dichiarato infondati nel merito i ricorsi presentati anche dal Movimento per la Vita italiano in merito alla riorganizzazione dei consultori.

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Il Tar del Lazio ha dichiarato infondati nel merito i ricorsi presentati anche dal Movimento per la Vita italiano in merito alla riorganizzazione dei consultori.

La decisione è stata accolta come positiva da una nota del presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, che ha dichiarato: «siamo soddisfatti per la sentenza del Tar del Lazio che chiarisce il territorio dell’obiezione di coscienza e della sua applicazione nel rispetto della legge». «Un cammino impegnativo – ha continuato – sul quale vogliamo proseguire per restituire dignità ai consultori e per tutelare la salute delle donne», così ha commentato la decisione dei giudici amministrativi.

Del parere contrario è Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita, il quale si è detto «perplesso rispetto alle valutazioni scientifiche dei giudici amministrativi e alla loro considerazione del diritto all’obiezione di coscienza». In una nota ripresa dall’Agenzia Ansa, Gigli ha precisato che il Movimento per la Vita «continuerà la sua battaglia presso il Consiglio di Stato a difesa del diritto delle donne alla corretta informazione, della dignità della professione medica e, soprattutto, della vita dell’embrione umano, considerato dall’industria del farmaco un oggetto prima che esso possa annidarsi nell’utero materno».

I giudici, rispetto ai ricorsi presentati, oltre a stabilire la natura contraccettiva delle c.d. pillole del giorno dopo, hanno deciso che l’obiezione di coscienza da parte dei medici non si può applicare alla certificazione dello stato di gravidanza poiché si configura come semplice attestazione di uno stato di salute.

Uno dei punti critici della sentenza del Tar del Lazio riguarda proprio la natura delle “pillole dei giorni dopo”. Secondo i giudici, le cui motivazioni saranno pubblicate nei prossimi giorni, tali pillole non sono propriamente farmaci abortivi, ma meri contraccettivi. Sembrerebbe che abbiano richiamato la posizione dell’Aifa, la quale a sua volta ha recepito alla lettera quella dell’Agenzia europea per il farmaco.

Secondo Gigli, però, «ciò non tiene conto dei rilievi avanzati dal Consiglio superiore di sanità e delle contraddizioni con la stessa letteratura scientifica che ha portato alla commercializzazione dei cosiddetti contraccettivi di emergenza». «Ancora una volta – ha precisato in una nota il presidente del Movimento per la Vita – gli interessi delle multinazionali del farmaco hanno prevalso sul diritto alla corretta informazione del medico prescrittore e delle pazienti che inconsapevolmente dovranno assumere il farmaco».

Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza, secondo Gigli «appare singolare che questo diritto del medico venga aggirato con il pretesto che la certificazione dello stato di gravidanza sarebbe semplice attestazione di uno stato di salute e non già, come è evidente in questi casi, il primo indispensabile passo per l’esecuzione dell’aborto legalizzato».

Ancora una volta i diritti fondamentali dell’uomo, come quello alla vita e all’obiezione di coscienza, sono scalfiti da interessi meramente economici e individualistici. Dalle posizioni emerse nelle ultime ore si prospetta una dura battaglia in sede di appello. Spetterà quindi al Consiglio di Stato prendere nuovamente in considerazione le ragioni di merito che saranno presentate dai ricorrenti.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

Obiezione, altolà del consiglio d’Europa: non rispetta diritti delle donne. Gigli: è diritto, non concessione

Ancora una volta si riaccende il dibattito politico sull’obiezione di coscienza. Il Consiglio d’Europa bacchetta l’Italia perché, a suo dire, discrimina i medici e il personale medico non obiettori. Il Ministero della Salute si difende affermando che i dati presi in considerazione dal Consiglio d’Europa sono vecchi. Gigli, presidente del Movimento per la Vita, ribadisce che l’obiezione di coscienza non è una concessione bensì un diritto.

Ancora una volta si riaccende il dibattito politico sull’obiezione di coscienza. Il Consiglio d’Europa bacchetta l’Italia perché, a suo dire, discrimina i medici e il personale medico non obiettori. Il Ministero della Salute si difende affermando che i dati presi in considerazione dal Consiglio d’Europa sono vecchi. Gigli, presidente del Movimento per la Vita, ribadisce che l’obiezione di coscienza non è una concessione bensì un diritto.

Il Consiglio d’Europa: altolà su obiezione –  Il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa ha dichiarato ammissibile un ricorso presentato dalla Cgil concernete la violazione dei diritti della salute delle donne, motivato, a detta del sindacato da sempre schierato pro – choice, dall’impossibilità di praticare l’interruzione di gravidanza a causa dell’alto numero di medici obiettori. Il segretario Cgil, Susanna Camusso, si è detta soddisfatta perché si tratta di una vittoria per le donne e per i medici, ma anche per l’Italia.  Il comitato, che svolge un ruolo consultivo, ha evidenziato come per l’elevato numero dei medici non obiettori le donne continuano a trovare notevoli difficoltà nell’accesso all’interruzione di gravidanza, spesso costrette a cambiare regione o, addirittura, andare all’estero.

Ministero della Salute, Lorenzin: dati vecchi. – Non è tardata ad arrivare la risposta del Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha risposto alla decisione di Strasburgo criticando il metodo: l’analisi si è basata su dati vecchi che risalgono al 2013, mentre oggi la situazione non presenta alcune violazione della salute delle donne. Dal Ministero fanno sapere che si riservano di controllare i dati anche se sono convinti della non veridicità di quelli sostenuti dal Comitato europeo dei diritti sociali, già promotore dei diritti dell’uomo e del rispetto della democrazia in 47 Stati.

Le reazioni. Gigli: obiezione è un diritto, non concessione. – Altrettanto immediata è stata la dura presa di posizione del presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, che in una nota ha commentato la decisione del Consiglio d’Europa come un intervento strumentale che non tollera la presenza in Italia di una larga maggioranza di medici che antepone il precetto ippocratico di non uccidere a ogni altra considerazione. Ha anche ribadito come l’obiezione di coscienza non sia una concessione bensì un diritto che, al pari del diritto alla vita, lo Stato può limitarsi soltanto a riconoscere, se vuole distinguersi dai regimi autoritari.

La situazione italiana: tutto regolare – Al netto di tutte le considerazioni apparse in questi giorni sulla stampa nazionale, occorre ripartire da ciò che nel nostro ordinamento disciplina la drammatica realtà dell’interruzione di gravidanza. Dal 22 maggio 1978 l’Italia disciplina l’Igv con la L. n. 194, recante norme per la tutela della maternità e per l’interruzione di gravidanza. Ogni anno il Ministero della Salute, in osservanza dell’art. 16 della suddetta legge, è tenuto a presentare una relazione al Parlamento sull’attuazione della legge. La più recente, pubblicata il 26 ottobre 2015, recante i dati definitivi del 2013 e quelli preliminari del 2014, registra che per quanto riguarda l’esercizio dell’obiezione di coscienza e l’accesso ai servizi di Igv non emergono criticità per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun non obiettore.

Sebbene non condivido le posizioni dei pro-choice, pur rispettandoli – anche se il sentimento non è spesso corrisposto –, sia i dati ufficiali del Ministero che il dettato normativo italiano sconfessano la loro posizione. Nella loro volontà di denunciare l’alto numero di obiettori dimenticano che coloro i quali scelgono di obiettare stanno esercitando un loro diritto costituzionalmente tutelato e previsto dalla stessa L.194 all’art. 9. Il dettato normativo, infatti, prevede l’esonero del personale sanitario ed esercente l’attività ausiliaria dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza, ma e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Inoltre, vi è da precisare che l’impianto generale della 194, seppure presenta notevoli problemi che spesso vengono aggirati nella prassi, vede l’Igv come estrema ratio subordinata alla presenza di tassative condizioni: si legge nell’art. 1 che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. Se, come risulta dai dati, il carico dei non obiettori non inficia il servizio di Igv, che comunque nei termini imposti dalla legge rimane esigibile, e allo stesso tempo il diritto all’obiezione viene rispettato, la posizione del Consiglio d’Europa non appare in alcun modo condivisibile, poiché mira a sovvertire la ratio della norma.

Il calo delle interruzioni di gravidanza non è certamente causato solamente dalla presunta maggioranza dei medici non obiettori. Negli ultimi anni molte associazioni prolife, prima tra tutte il Movimento per la Vita, hanno contribuito a porsi come concreta alternativa alla drammatica scelta dell’aborto. L’accoglienza e l’accompagnamento costante pre e post parto alle donne in difficoltà è stata la soluzione ad una situazione di abbandono e smarrimento che le avrebbe altrimenti spinte a interrompere la gravidanza. In Italia, grazie alla costante promozione della cultura della vita, ormai stanno cambiando i contorni del dibattito sull’aborto, anche se ancora la strada è molto lunga per riconoscere piena tutela dei diritti del concepito, primo fra tutti quello alla vita. La prevenzione rimane l’arma migliore.

Non sarà certo il Consiglio d’Europa a sovvertire la natura della cose, anche perché se “l’Europa ce lo chiede” la coscienza risponde diversamente.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM

(Articolo pubblicato su “La Voce della Vita“, il notiziario del Cav Roma Talenti, nel numero di Maggio 2016)

Eutanasia, Gigli: «La vita per noi è importante fino all’ultimo respiro»

Il mese scorso il Parlamento ha incardinato tra le varie proposte di legge alcuni atti sul tema eutanasia. La politica, l’associazionismo e l’opinione pubblica si sono divisi tra favorevoli e contrari. Due poli opposti, che rispondono a due diverse concezioni del valore della vita, hanno iniziato a confrontarsi. Tra questi una voce è emersa sulle altre: il Deputato di Democrazia Solidale – Centro Democratico e Presidente del Movimento per la Vita, Gianluigi Gigli, da sempre impegnato sul fronte etico, si sta spendendo per questa ennesima battaglia a difesa della vita. Perché la vita, per noi, è importante fino all’ultimo respiro.

Abbiamo incontrato il Presidente Gigli.

Il mese scorso il Parlamento ha incardinato tra le varie proposte di legge alcuni atti sul tema eutanasia. La politica, l’associazionismo e l’opinione pubblica si sono divisi tra favorevoli e contrari. Due poli opposti, che rispondono a due diverse concezioni del valore della vita, hanno iniziato a confrontarsi. Tra questi una voce è emersa sulle altre: il Deputato di Democrazia Solidale – Centro Democratico e Presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, da sempre impegnato sul fronte etico, si sta spendendo per questa ennesima battaglia a difesa della vita. Perché la vita, per noi, è importante fino all’ultimo respiro.

Abbiamo incontrato il Presidente Gigli: Continua a leggere “Eutanasia, Gigli: «La vita per noi è importante fino all’ultimo respiro»”