Biotestamento, la via italiana all’eutanasia. Quattro ragioni per ritenere questa legge ingiusta

«Per ciascun essere umano vale il principio: la mia vita è del tutto mia e sono l’unico a poterne disporre». Così sentenziava Hugo Tristram Hengelhardt, noto bioeticista americano di impostazione contrattualistica, agli inizi degli anni Novanta in un suo fortunato manuale introdotto da Umberto Veronesi. Una siffatta impostazione aiuta a sintetizzare il principio di fondo del disegno di legge (ddl) sul biotestamento licenziato ad aprile dalla Camera e attualmente al vaglio del Senato. Il testo di legge recante «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento» (Dat), presenta numerosi punti oscuri che non possono in alcun modo essere salutati in modo positivo. Ci sono almeno quattro ragioni, tra le tante, per ritenere quella sul biotestamento (AS n. 2801) una legge «ingiusta», un vero e proprio grimaldello per l’eutanasia all’italiana.

Prima di entrare nel merito della questione è necessario fare due premesse: una di carattere generale utile a capire il contenuto della legge sulle Dat e un’altra di carattere politico. Quanto alla prima, il provvedimento, sin dalle norme introduttive, intende affermare il principio della disponibilità della vita umana. Un elemento in forte contrasto con l’impianto generale dell’ordinamento italiano che in numerose leggi ordinarie e, soprattutto, nella Costituzione consacra il principio dell’indisponibilità della vita, come confermato dalla consolidata giurisprudenza costituzionale. Per quanto riguarda la seconda, invece, nonostante il coro dei media e dell’associazionismo radicale abbia urlato a gran voce la necessità di una legge che colmasse un vuoto legislativo, deve essere rilevato che in Italia esiste già una normativa sulla malattia terminale e sul fine vita: parliamo della L. 38/2010 recante norme sulle cure palliative e la terapia del dolore. Una legge che riconosce nel malato una persona da accompagnare nella malattia, assicurandone il rispetto della dignità e dell’autonomia, il bisogno di salute, l’equità nell’accesso all’assistenza, nonché la qualità delle cure e la loro appropriatezza riguardo alle sue specifiche esigenze. Inoltre, grazie alle Convenzioni internazionali ratificate dall’Italia, come ad esempio quella di Oviedo del 1997 sui diritti dell’uomo e la biomedicina, il medico già è abilitato a decidere in scienza e prudenza i casi più problematici ad esso sottoposti, risolvendo il conflitto sempre presente tra abbandono e accanimento terapeutico nei confronti del malato. Più che una legge sul “fine vita” l’obiettivo è una legga che garantisca la possibilità di “porre fine alla vita”. Dunque, ancora una volta, quella dei radicali è una mossa volta a introdurre nel nostro ordinamento qualcosa di diverso da quanto dichiarato: l’eutanasia omissiva.

Fatte queste due premesse, che ci offrono criteri ermeneutici utili a decifrare il testo normativo, passiamo all’analisi del provvedimento in esame al Senato.

Il primo aspetto che desta non poche perplessità è l’apertura del provvedimento che fissa i principi con i quali deve essere letto il resto del testo. L’art. 1, rubricato «consenso informato», dopo aver ipocritamente fatto cenno ai diritti fondamentali dell’Unione europea e al diritto alla vita, stabilisce che, in virtù del diritto all’autodeterminazione della persona, nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato. In prima battuta non dovrebbero essere rilevati punti oscuri. Tuttavia non è così. Infatti, per come è costruita la norma si inverte del tutto, e in modo surrettizio, lo spirito, quindi l’essenza, della professione medica, non più orientata sul principio di beneficialità bensì su quello del consenso informato. L’attività medica, quindi, sembra essere non già improntata al bene integrale della persona in un ottica di alleanza terapeutica con il paziente, bensì limitata a quanto contenuto nel consenso libero e informato. Invece, si ritiene che il consenso informato non sia l’essenza della professione medica, bensì il suo limite, nonché l’orientamento del paziente che il medico deve tener in considerazione nel trattamento sanitario, fatta salva ogni scelta operata in scienza e coscienza volta a risolvere questioni contingenti non preventivate in sede di consenso. L impostazione contrattualistica della scienza medica nel ddl Dat, tuttavia, viene posta in modo strumentale al prosieguo del provvedimento.

Un ulteriore rilievo critico deve essere mosso alla natura giuridica della volontà del paziente contenuta nel consenso informato. Il ddl sul biotestamento, contrariamente ai precedenti disegni di legge sul tema del fine vita, reca norme in tema di «disposizioni anticipate di trattamento». Le parole, come del resto accade in tutti i testi legislativi sui temi etici, non sono usate casualmente. La previsione di disposizioni e non di mere dichiarazioni rappresenta la cifra e i veri obiettivi del testo: mentre la dichiarazione indica un orientamento, la disposizione equivale a imporre un ordine. Se è vero che il medico è tenuto al rispetto del consenso informato, ai sensi dell’art. 1, comma 5, ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario: il medico, dunque, è tenuto a rispettare la volontà del paziente (art. 1, comma 6). In altre parole, la volontà del paziente è vincolante per il medico, al quale non viene neanche riconosciuta l’obiezione di coscienza. Questa norma, oltre a svilire intrinsecamente la professionalità del medico che diventa mero esecutore delle volontà o dei desideri del paziente si pone in contrasto con la Convenzione di Oviedo (ratificata in Italia nel 2001, quindi vincolante e vigente) che sancisce il principio secondo il quale i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che al momento dell’intervento non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione dal medico. Il Comitato Nazionale di Bioetica, in un autorevole parere del 2003, sottolineò che ogni persona ha diritto di esprimere i propri desideri in relazione alle terapie, anche in modo anticipato, ma questo esclude che tali dichiarazioni possano essere vincolanti per il medico, soprattutto quando sono in contrasto con il diritto positivo, con le norme di buona pratica clinica, con la deontologia medica o quando pretendono di imporre attivamente al medico pratiche per lui inaccettabili in scienza e coscienza: inoltre, il paziente in tali dichiarazioni non può essere legittimato a chiedere ed a ottenere trattamenti eutanasici.

E proprio sul rischio di introduzione dell’eutanasia omissiva che verte il terzo aspetto critico. Come se non bastasse, al quinto comma dell’art. 1 del provvedimento viene disposto che la nutrizione e l’idratazione artificiale (Nia) sono considerate terapie rifiutabili dal paziente. Questo passaggio del ddl sul biotestamento è la chiave di volta che smaschera gli intenti eutanasici dei suoi promotori. Innanzitutto è necessario specificare che terapia e cura non sono sinonimi: mentre per terapia si intende ogni trattamento sanitario finalizzato alla guarigione del malato, la cura è ogni presidio assistenziale destinato alla cura della persona (Harrison – Braunwald, Manual of medicine, 2016). Essendo quindi la terapia relazionata alla malattia e la cura ai bisogni della persona, intendere la nutrizione e l’idratazione come terapie sembra alquanto difficile. Anche quando sono praticate per vie artificiali. Chi si sentirebbe di qualificare il latte dato con il biberon a un neonato come una terapia da interrompere? Se il neonato, per vie artificiali come il biberon quando non è possibile l’allattamento al seno, non riceve il nutrimento necessario muore di fame. Analogamente, il paziente che non viene alimentato e idratato correttamente si vede privato di sostegni indispensabili alla vita, come la persona sana. Anche se il mezzo con cui vengono somministrati non è ordinario (come il biberon, oppure un sondino gastrico) non perdono la loro essenza e finalità. La loro interruzione, dunque, porta alla morte, integrando una atroce forma di eutanasia omissiva. Tuttavia, è bene ricordare che anche i sostegni vitali devono essere proporzionati e appropriati: devono essere quindi attivati se e nella misura in cui lo stato clinico del paziente non li trasforma in accanimento (si pensi al malato in condizione di non assimilazione o malassorbimento). Non per questo devono essere eliminate le cure, quindi la palliazione e la terapia del dolore che accompagnano il degente fino al trapasso. Ma come può il medico valutare in scienza e coscienza se è vincolato alla volontà del paziente contenuta nelle Dat (art. 4), piuttosto che nel consenso informato (art. 1)?

Il quarto punto controverso è la disciplina contenuta nell’art. 3 del provvedimento che riguarda i minori e gli incapaci. Nel riconoscere il diritto del minore e dell’incapace alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e decisione, viene affidata la tutela ad un soggetto esercente la potestà genitoriale o la funzione di tutore. Il consenso informato, ai sensi del secondo comma dell’art.3, viene espresso o rifiutato dai genitori o dal tutore. Sorgono molteplici perplessità sul controllo che verrebbe fatto in merito al grado di «comprensione e decisione» del minore, nonché relativamente a quanto vengono rispettate tali decisioni dai soggetti tutelanti il minore. Ancora una volta, impostando l’attività medica nei limiti circoscritti dal consenso informato si esclude l’applicazione del principio di beneficialità che dovrebbe orientare il medico nel suo operato. E nel caso i genitori decidessero di interrompere l’alimentazione e l’idratazione del minore provocandogli la morte? Tale volontà è vincolante per il medico? Sono problemi aperti che non si possono risolvere con il semplice ricorso al giudice tutelare, come suggerisce il provvedimento all’art. 5, quinto comma. Basterà l’indicazione di sentenza della Consulta (n. 132/92) che ricorda il principio secondo cui il trattamento sanitario indispensabile per la salute potrà essere imposto anche contro la volontà dei genitori e del tutore?

Il testo è ancora al vaglio del Senato, grazie al sistema del bicameralismo perfetto ancora è possibile porre un freno a una legge così scellerata che tra le sue righe, neppure troppo nascostamente, intende introdurre l’eutanasia in Italia. L’appello, dunque, è rivolto ai Senatori, coloro i quali ricoprono il ruolo dei saggi del Parlamento: non svilite la professione medica, non cedete a facili proclami, la vita è un bene indisponibile e va difesa, accompagnata nella malattia con dignità e con assistenza. La tragicità di talune storie non può in alcun modo alterare la dignità e la pienezza dei diritti del malato: l’eutanasia non è mai la soluzione.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Biotestamento, la via italiana all’eutanasia. Quattro ragioni per ritenere questa legge ingiusta, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, pp. 27 28

Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni

A metà maggio è stato reso noto il nuovo consesso dei membri della Pontificia Accademia per la Vita, l’istituzione voluta da Papa S. Giovanni Paolo II con lo scopo di difendere e promuovere il valore della vita umana e la dignità della persona, dal concepimento fino alla morte naturale. Istituita dal papa polacco con il Motu Proprio Vitae mysterium, la Pontificia Accademia per la Vita (Pav) ha inoltre come compito primario quello di formare una cultura della vita nel rispetto del Magistero della Chiesa. La nuova composizione della Pav vanta tra i suoi membri, detti Servitori della Vita, insigni personalità del mondo accademico di fama mondiale, alcuni come membri onorari, come ad esempio i Presidenti Emeriti Elio Sgreccia e Ignacio Carrasco, e il Card. Caffarra, quest’ultimo recentemente scomparso ancora vivo tra noi grazie ai suoi mirabili scritti di bioetica. Tante le conferme del precedente elenco, come Roberto Colombo, Francesco D’Agostino, Bruno Dellapiccola, Alain F. G. Lejeune, Jean-Marie Le Méné, e altri bioeticisti di altissimo profilo. Tuttavia alcuni dei nuovi accademici hanno destato perplessità quanto al loro profilo controverso.

A innescare un’aspra polemica sui quotidiani tanto nazionali che internazionali è stata la figura di Niggel Biggar, docente di morale e di teologia pastorale, nonché direttore del McDonald Center for Teology, Ethics and Public Life, all’Università di Oxford. Il motivo dello scandalo sono alcune esternazioni del moralista anglicano, riportate dal settimanale britannico Catholic Herald, nel quale si leggono dichiarazioni di Biggar possibiliste in tema di aborto. In un dialogo con Peter Singer, noto bioeticista d’impostazione sensista e utilirarista, teorizzatore dell’eutanasia infantile e dell’aborto postnatale per neonati con malformazioni congenite, il prof. Biggar ha dichiarato di essere favorevole all’aborto fino a diciotto settimane di gravidanza. Cioè quando il concepito, durante il suo sviluppo continuo, autonomo e finalisticamente orientato arriva a manifestare attività cerebrale e con essa una presumibile coscienza, oltre che possedere i genitali definiti e un cuore che pulsa la sua volontà di vivere e sprigiona la speranza di abbracciare la madre. La posizione di Biggar appare difficilmente conciliabile con il Magistero della Chiesa che, invece, riconosce la dignità di persona ad ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale (Dignitas Personae, 1) e di conseguenza condanna quanti tentano di giustificare l’aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana personale, tanto da ribadire con forza che dal primo momento della sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale (Evangelium Vitae, 60).

Il secondo accademico che presenta un profilo problematico è il rabbino prof. Avraham Steinberg, direttore dell’Unità di Etica della Medicina presso lo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme ed editore di letteratura talmudica. Anche in questo caso il prof. Steinberg, secondo quanto riportato da un’intervista che ha rilasciato alla australiana Radio National, si è detto scettico sulla natura dell’embrione, che secondo l’accademico israeliano prima dei quaranta giorni non «non possiede lo status di persona umana», al termine dei quali avrebbe «un certo qual status, anche se non completo». Inoltre nella medesima intervista si è detto d’accordo con lo screening per gli embrioni affetti da disabilità, approvando di fatto l’eugenetica. Anche in questo caso tali posizioni mal si conciliano con il Magistero, secondo cui «una simile mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di “normalità” e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche dell’infanticidio e dell’eutanasia» (Evangelium Vitae, 60).

Anche il profilo di Anne-Marie Pelletier, biblista e teologa presso lo Studium Théologique Inter-monastères, non offre garanzie. Infatti proprio a ridosso del Sinodo sulla famiglia, come riportato dall’agenzia specialistica Life Site News, la biblista francese ha espresso posizioni possibiliste in tema di divorzio e ha paventato la possibilità di una apertura della Chiesa in tema di divorzio e di secondo matrimonio in determinate occasioni.

Infine destano alcune perplessità anche le posizioni in tema di fine vita espresse da Padre Maurizio Chiodi, docente di Teologia Morale Fondamentale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bergamo e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. In un recente articolo di Aggioramenti Sociali, rivista dei gesuiti italiani di cui il prof. Chiodi è membro del gruppo di studio di Bioetica, si è detto favorevole alla legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) attualmente al vaglio del Senato, paragonando alimentazione e idratazione artificiali ai trattamenti sanitari e come tali rifiutabili in casi limite. Nonostante sia un tema su cui continua un vivo dibattito, è bene ricordare che il fatto che il nutrimento sia fornito attraverso strumenti artificiali non rende l’acqua o il cibo un preparato artificiale. La scriminante non è la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata, non è come si nutre o idrata: alimentazione e idratazione sono atti dovuti in quanto supporti vitali di base, nella misura in cui consentono al malato di restare in vita. In altre parole, acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un atto volto a lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente. Tuttavia, è bene ricordare che anche idratazione e alimentazione sono sottoposte al giudizio medico di proporzionalità e appropriatezza, quindi dovranno essere sospese soltanto se il quadro clinico le trasforma in un atto di accanimento, ossia inutile dal punto di vista dei benefici (si pensi al paziente in condizione di malassorbimento o di rigetto). In quest’ottica Papa Francesco ha puntualizzato che «difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, é un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo» (Tweet del 30/6/17). Inoltre, la posizione del prof. Chiodi presenta anche aperture in tema di contraccezione e fecondazione artificiale: va rilevato che nel caso di fecondazione artificiale numerosi problemi sorgono quanto agli embrioni soprannumerari che vengono lesi irrimediabilmente nella loro dignità umana.

Se il potenziamento della composizione interreligiosa del consesso della Pav deve essere salutata  positivamente, come testimonianza del fatto che la riflessione bioetica deve impegnare non soltanto i cattolici ma tutti gli uomini di buona volontà che intendono diffondere una cultura della rispettosa dell’uomo È lecito chiedersi, tuttavia, se questo obiettivo non poteva essere raggiunto ugualmente inserendo persone in linea con le finalità istitutive. Come soluzione alternativa, l’Accademia avrebbe potuto trasformarsi, diventando un areopago per il libero confronto delle idee. Nessuno si sarebbe sorpreso per posizioni eterodosse o avrebbe potuto dedurre che esse avessero qualsivoglia implicito avallo. Invece ci si è limitati a non richiedere più dai membri il giuramento dei Servitori della Vita, con qualche sconcerto e ragionevoli dubbi sulla possibilità che l’Accademia possa continuare a essere il luogo della riflessione più elevata del pensiero pro-life.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, pp. 13 – 14

Lavoro, famiglia e fisco: tutele ancora in ritardo

«Un pensiero speciale rivolgo ai lavoratori di “Sky Italia”, ed auspico che la loro situazione lavorativa possa trovare una rapida soluzione, nel rispetto dei diritti di tutti, specialmente delle famiglie». Così Papa Francesco, durante i saluti conclusivi dell’udienza dello scorso 15 marzo, ha commentato la decisione dell’azienda di riorganizzare l’organico della sede romana. «Il lavoro ci dà dignità – ha continuato il Pontefice – e  i responsabili dei popoli, i dirigenti hanno l’obbligo di fare di tutto perché ogni uomo e ogni donna possano lavorare e così avere la fronte alta, guardare in faccia gli altri, con dignità». Parole che, oltre ad avere avuto un grande risalto mediatico, hanno riacceso i riflettori su un tema spesso accantonato ma di vitale importanza per il nostro Paese: il rapporto inscindibile tra il lavoro e la famiglia. Due aspetti che hanno interessato in più occasioni il magistero di Francesco e che sono stati sintetizzati nell’Esortazione Apostolica Amoris Lætitia, dove il Santo Padre, denunciando che la «la famiglia occupa poco spazio nei progetti politici», sottolinea che «le famiglie soffrono in modo particolari i problemi che riguardano il lavoro» (n.44).

A confermare quanto sostenuto dal Pontefice è la tragica fotografia scattata dall’Istat nel rapporto diffuso a marzo che conta un milione di famiglie dove lavora soltanto la donna. A questo dato si aggiunge un tasso di natalità al minimo storico tale da non garantire neppure il ricambio naturale della popolazione. Ecco perché il quadro generale del nostro Paese si presenta sotto molti aspetti triste e scoraggiante. Tuttavia è necessario reagire, a partire dal riconoscimento della maternità come un bene sociale da tutelare, promuovere e sostenere. Tra le tante azioni politiche che andrebbero concretizzate, due non possono più aspettare. Da un lato, urgono misure politiche che nel rapporto di lavoro tengano conto della essenziale funzione familiare che svolge la donna, ampliando le nostre limitate e ingiuste tutele agli standard internazionali. Dall’altro, occorre dare slancio alla natalità con una riforma fiscale come il “Fattore Famiglia”, cioè una no tax area che tiene conto dei carichi familiari: a parità di reddito, ad esempio, una famiglia con tre figli pagherebbe meno tasse rispetto ad una senza prole.

Lavoro e famiglia sono stati da sempre considerati beni di eguale rilevanza, sia dal punto di vista sociale che giuridico,  in quanto rappresentano due fondamentali poli di realizzazione soggettiva dell’uomo. Non a caso i nostri padri costituenti, nella discussione sul progetto del testo costituzionale, delineando la strada che sarebbe stata percorsa dal futuro legislatore, si interrogarono a lungo su quale fosse la migliore soluzione per conciliare questi due delicati aspetti, con particolare riferimento alla donna lavoratrice. Infatti, se da un lato andava riconosciuta una particolare protezione al peculiare momento della maternità con le sue specifiche esigenze, dall’altro, doveva essere garantita l’aspirazione lavorativa della donna anche in virtù della volontà femminile di emancipazione e di accesso al mondo del lavoro.  La lunga elaborazione della Costituente portò alla formulazione attuale dell’art. 37 che sintetizza il problema nell’obbligo di garantire alla donna, e di conseguenza anche al bambino, una speciale e adeguata protezione, senza che questa diventi un ostacolo alla vita lavorativa.

Il dettato costituzionale, quindi, deve essere per noi la bussola che indica quale orizzonte seguire in questa delicata materia. Il riconoscimento della maternità come un prezioso bene da difendere non interessa solo la donna, o l’uomo, o la famiglia, bensì l’intera società.  Proteggere la maternità nella difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro significa proteggere la società alla sua radice. Essa infatti ha come base la famiglia, la quale si costruisce proprio intorno alla madre. Infine, un dato non meno rilevante è lo stretto rapporto che intercorre tra questa impostazione e il rilancio della natalità. Infatti, soltanto riconoscendo nella maternità un bene sociale da tutelare con una «adeguata politica familiare da parte delle pubbliche autorità nell’ambito giuridico, economico, sociale e fiscale» (AL 44), allora si potrà invertire la rotta anche dal punto di vista delle nascite. La sicurezza di poter conciliare la vita e il lavoro, dunque, offre speranza alla famiglie e le aiuta a realizzare i loro desideri di genitorialità con un beneficio diretto per tutti.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su NOI Famiglia & Vita
(mensile di Avvenire), il 30 aprile 2017, p. 24.