Suicidio assistito: una seria responsabilità politica

Dopo la pubblicazione del parere del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) sul suicidio assistito è tornato sulla scena pubblica un tema delicatissimo. Cosa succederà ora? La palla passa alla politica, che ha una responsabilità serissima.

Dopo la pubblicazione del parere del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB) sul suicidio assistito è tornato sulla scena pubblica un tema delicatissimo. Ecco cosa è successo.

Tutto nasce dal noto caso di DJ Fabo, per il quale il leader radicale Cappato viene processato per aiuto al suicidio. La Corte d’Assise di Milano solleva la questione di legittimità costituzionale. Il processo si sospende e la questione è rimessa alla Corte Costituzionale che, il 24 settembre 2018, deposita una propria ordinanza, la n. 207. La Corte invita il Parlamento ad approvare una legge che disciplini il suicidio medicalmente assistito entro il 23 settembre 2019. Fissa infatti la propria successiva udienza al 24 settembre 2019. Ieri il CNB ha pubblicato il suo parere sull’ ipotesi di legalizzazione del suicidio assistito. Il caos: sui media due notizie diverse. Per alcuni il CNB ha aperto al suicidio assistito, per altri il contrario. Cosa è successo veramente?

Anzitutto è necessario premettere che il documento del CNB è un «parere». Quindi non vincolante per il Parlamento, perché ha natura consultiva. È però un documento autorevole: offre un approfondimento tematico e una riflessione sui problemi di natura etica e giuridica che emergono con il progredire delle conoscenze nel campo delle scienze della vita. Il CNB svolge la sua attività anche ai fini della predisposizione di atti legislativi.

Nel caos mediatico, tra interpretazioni aperturiste e risposte di chiusura sul tema, la verità è un’altra. Ed è scritta nelle trentadue pagine del documento ufficiale. Tanto da aver indotto Palazzo Chigi ad intervenire con un comunicato che rettificasse le notizie date in modo non corretto dai più importanti organi di stampa.

Cosa ha detto il Comitato, veramente? In sintesi: il “parlamentino etico” è diviso a metà. Da una parte, alcuni autorevoli esponenti si sono detti contrari alla legittimazione sia etica che giuridica del suicidio medicalmente assistito. Convergono nel ritenere che la difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in bioetica, al di là di posizioni filosofiche e/o religiose. Dunque credono che il compito inderogabile del medico sia l’assoluto rispetto della vita dei pazienti e che l’“agevolare la morte” segni una trasformazione inaccettabile del paradigma del “curare e prendersi cura”.

Di diverso avviso è l’altra metà del Comitato, che si è espressa in modo favorevole sul piano morale e giuridico alla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito sul presupposto che il valore della tutela della vita vada bilanciato con altri beni costituzionalmente rilevanti, quali l’autodeterminazione del paziente e la dignità della persona. Un bilanciamento che deve tenere in particolare conto di condizioni e procedure che siano di reale garanzia per la persona malata e per il medico.

In sostanza: nessuna apertura e nessuna chiusura. Aperto rimane solo il confronto. Che ora deve diventare necessariamente politico.

Cosa fare ora? È necessario che le Aule di Montecitorio inizino un dibattito serio, consapevole, serrato e responsabile. L’unica conclusione politica che possiamo rassegnare dopo la giornata di ieri è che ora il Parlamento ha tutti gli strumenti per decidere. Alla Camera sono pronte cinque proposte di legge sul tema, tra loro diverse per contenuti e soluzioni al problema. Il dibattito sarà delicato, perché dal documento del CNB emerge che il fine vita è un tema complesso e delicato, che trascina con sé una dolorosa riflessione su diritti e interessi costituzionalmente rilevanti.

Se il Parlamento non recepisse il monito della Consulta avremmo due grandi sconfitte. La prima attiene ad un vuoto democratico: decidere di non decidere significa abdicare alla funzione legislativa che è propria del parlamento. La seconda, per certi versi più drammatica, attiene alla non remota possibilità che il 24 settembre 2019 avremo l’eutanasia e il suicidio assistito per sentenza.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato per In-formazione Politica

Biotestamento, la via italiana all’eutanasia. Quattro ragioni per ritenere questa legge ingiusta

Sul mensile del Movimento per la Vita italiano, Si alla Vita, ho pubblicato un articolo di commento al testo della legge sul Biotestamento attualmente al vaglio del Senato. Sono quattro le ragioni per cui ritengo ingiusta questa legge, vero e proprio grimaldello per l’eutanasia in Italia.

«Per ciascun essere umano vale il principio: la mia vita è del tutto mia e sono l’unico a poterne disporre». Così sentenziava Hugo Tristram Hengelhardt, noto bioeticista americano di impostazione contrattualistica, agli inizi degli anni Novanta in un suo fortunato manuale introdotto da Umberto Veronesi. Una siffatta impostazione aiuta a sintetizzare il principio di fondo del disegno di legge (ddl) sul biotestamento licenziato ad aprile dalla Camera e attualmente al vaglio del Senato. Il testo di legge recante «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento» (Dat), presenta numerosi punti oscuri che non possono in alcun modo essere salutati in modo positivo. Ci sono almeno quattro ragioni, tra le tante, per ritenere quella sul biotestamento (AS n. 2801) una legge «ingiusta», un vero e proprio grimaldello per l’eutanasia all’italiana.

Prima di entrare nel merito della questione è necessario fare due premesse: una di carattere generale utile a capire il contenuto della legge sulle Dat e un’altra di carattere politico. Quanto alla prima, il provvedimento, sin dalle norme introduttive, intende affermare il principio della disponibilità della vita umana. Un elemento in forte contrasto con l’impianto generale dell’ordinamento italiano che in numerose leggi ordinarie e, soprattutto, nella Costituzione consacra il principio dell’indisponibilità della vita, come confermato dalla consolidata giurisprudenza costituzionale. Per quanto riguarda la seconda, invece, nonostante il coro dei media e dell’associazionismo radicale abbia urlato a gran voce la necessità di una legge che colmasse un vuoto legislativo, deve essere rilevato che in Italia esiste già una normativa sulla malattia terminale e sul fine vita: parliamo della L. 38/2010 recante norme sulle cure palliative e la terapia del dolore. Una legge che riconosce nel malato una persona da accompagnare nella malattia, assicurandone il rispetto della dignità e dell’autonomia, il bisogno di salute, l’equità nell’accesso all’assistenza, nonché la qualità delle cure e la loro appropriatezza riguardo alle sue specifiche esigenze. Inoltre, grazie alle Convenzioni internazionali ratificate dall’Italia, come ad esempio quella di Oviedo del 1997 sui diritti dell’uomo e la biomedicina, il medico già è abilitato a decidere in scienza e prudenza i casi più problematici ad esso sottoposti, risolvendo il conflitto sempre presente tra abbandono e accanimento terapeutico nei confronti del malato. Più che una legge sul “fine vita” l’obiettivo è una legga che garantisca la possibilità di “porre fine alla vita”. Dunque, ancora una volta, quella dei radicali è una mossa volta a introdurre nel nostro ordinamento qualcosa di diverso da quanto dichiarato: l’eutanasia omissiva.

Fatte queste due premesse, che ci offrono criteri ermeneutici utili a decifrare il testo normativo, passiamo all’analisi del provvedimento in esame al Senato.

Il primo aspetto che desta non poche perplessità è l’apertura del provvedimento che fissa i principi con i quali deve essere letto il resto del testo. L’art. 1, rubricato «consenso informato», dopo aver ipocritamente fatto cenno ai diritti fondamentali dell’Unione europea e al diritto alla vita, stabilisce che, in virtù del diritto all’autodeterminazione della persona, nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato. In prima battuta non dovrebbero essere rilevati punti oscuri. Tuttavia non è così. Infatti, per come è costruita la norma si inverte del tutto, e in modo surrettizio, lo spirito, quindi l’essenza, della professione medica, non più orientata sul principio di beneficialità bensì su quello del consenso informato. L’attività medica, quindi, sembra essere non già improntata al bene integrale della persona in un ottica di alleanza terapeutica con il paziente, bensì limitata a quanto contenuto nel consenso libero e informato. Invece, si ritiene che il consenso informato non sia l’essenza della professione medica, bensì il suo limite, nonché l’orientamento del paziente che il medico deve tener in considerazione nel trattamento sanitario, fatta salva ogni scelta operata in scienza e coscienza volta a risolvere questioni contingenti non preventivate in sede di consenso. L impostazione contrattualistica della scienza medica nel ddl Dat, tuttavia, viene posta in modo strumentale al prosieguo del provvedimento.

Un ulteriore rilievo critico deve essere mosso alla natura giuridica della volontà del paziente contenuta nel consenso informato. Il ddl sul biotestamento, contrariamente ai precedenti disegni di legge sul tema del fine vita, reca norme in tema di «disposizioni anticipate di trattamento». Le parole, come del resto accade in tutti i testi legislativi sui temi etici, non sono usate casualmente. La previsione di disposizioni e non di mere dichiarazioni rappresenta la cifra e i veri obiettivi del testo: mentre la dichiarazione indica un orientamento, la disposizione equivale a imporre un ordine. Se è vero che il medico è tenuto al rispetto del consenso informato, ai sensi dell’art. 1, comma 5, ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario: il medico, dunque, è tenuto a rispettare la volontà del paziente (art. 1, comma 6). In altre parole, la volontà del paziente è vincolante per il medico, al quale non viene neanche riconosciuta l’obiezione di coscienza. Questa norma, oltre a svilire intrinsecamente la professionalità del medico che diventa mero esecutore delle volontà o dei desideri del paziente si pone in contrasto con la Convenzione di Oviedo (ratificata in Italia nel 2001, quindi vincolante e vigente) che sancisce il principio secondo il quale i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che al momento dell’intervento non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione dal medico. Il Comitato Nazionale di Bioetica, in un autorevole parere del 2003, sottolineò che ogni persona ha diritto di esprimere i propri desideri in relazione alle terapie, anche in modo anticipato, ma questo esclude che tali dichiarazioni possano essere vincolanti per il medico, soprattutto quando sono in contrasto con il diritto positivo, con le norme di buona pratica clinica, con la deontologia medica o quando pretendono di imporre attivamente al medico pratiche per lui inaccettabili in scienza e coscienza: inoltre, il paziente in tali dichiarazioni non può essere legittimato a chiedere ed a ottenere trattamenti eutanasici.

E proprio sul rischio di introduzione dell’eutanasia omissiva che verte il terzo aspetto critico. Come se non bastasse, al quinto comma dell’art. 1 del provvedimento viene disposto che la nutrizione e l’idratazione artificiale (Nia) sono considerate terapie rifiutabili dal paziente. Questo passaggio del ddl sul biotestamento è la chiave di volta che smaschera gli intenti eutanasici dei suoi promotori. Innanzitutto è necessario specificare che terapia e cura non sono sinonimi: mentre per terapia si intende ogni trattamento sanitario finalizzato alla guarigione del malato, la cura è ogni presidio assistenziale destinato alla cura della persona (Harrison – Braunwald, Manual of medicine, 2016). Essendo quindi la terapia relazionata alla malattia e la cura ai bisogni della persona, intendere la nutrizione e l’idratazione come terapie sembra alquanto difficile. Anche quando sono praticate per vie artificiali. Chi si sentirebbe di qualificare il latte dato con il biberon a un neonato come una terapia da interrompere? Se il neonato, per vie artificiali come il biberon quando non è possibile l’allattamento al seno, non riceve il nutrimento necessario muore di fame. Analogamente, il paziente che non viene alimentato e idratato correttamente si vede privato di sostegni indispensabili alla vita, come la persona sana. Anche se il mezzo con cui vengono somministrati non è ordinario (come il biberon, oppure un sondino gastrico) non perdono la loro essenza e finalità. La loro interruzione, dunque, porta alla morte, integrando una atroce forma di eutanasia omissiva. Tuttavia, è bene ricordare che anche i sostegni vitali devono essere proporzionati e appropriati: devono essere quindi attivati se e nella misura in cui lo stato clinico del paziente non li trasforma in accanimento (si pensi al malato in condizione di non assimilazione o malassorbimento). Non per questo devono essere eliminate le cure, quindi la palliazione e la terapia del dolore che accompagnano il degente fino al trapasso. Ma come può il medico valutare in scienza e coscienza se è vincolato alla volontà del paziente contenuta nelle Dat (art. 4), piuttosto che nel consenso informato (art. 1)?

Il quarto punto controverso è la disciplina contenuta nell’art. 3 del provvedimento che riguarda i minori e gli incapaci. Nel riconoscere il diritto del minore e dell’incapace alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e decisione, viene affidata la tutela ad un soggetto esercente la potestà genitoriale o la funzione di tutore. Il consenso informato, ai sensi del secondo comma dell’art.3, viene espresso o rifiutato dai genitori o dal tutore. Sorgono molteplici perplessità sul controllo che verrebbe fatto in merito al grado di «comprensione e decisione» del minore, nonché relativamente a quanto vengono rispettate tali decisioni dai soggetti tutelanti il minore. Ancora una volta, impostando l’attività medica nei limiti circoscritti dal consenso informato si esclude l’applicazione del principio di beneficialità che dovrebbe orientare il medico nel suo operato. E nel caso i genitori decidessero di interrompere l’alimentazione e l’idratazione del minore provocandogli la morte? Tale volontà è vincolante per il medico? Sono problemi aperti che non si possono risolvere con il semplice ricorso al giudice tutelare, come suggerisce il provvedimento all’art. 5, quinto comma. Basterà l’indicazione di sentenza della Consulta (n. 132/92) che ricorda il principio secondo cui il trattamento sanitario indispensabile per la salute potrà essere imposto anche contro la volontà dei genitori e del tutore?

Il testo è ancora al vaglio del Senato, grazie al sistema del bicameralismo perfetto ancora è possibile porre un freno a una legge così scellerata che tra le sue righe, neppure troppo nascostamente, intende introdurre l’eutanasia in Italia. L’appello, dunque, è rivolto ai Senatori, coloro i quali ricoprono il ruolo dei saggi del Parlamento: non svilite la professione medica, non cedete a facili proclami, la vita è un bene indisponibile e va difesa, accompagnata nella malattia con dignità e con assistenza. La tragicità di talune storie non può in alcun modo alterare la dignità e la pienezza dei diritti del malato: l’eutanasia non è mai la soluzione.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Biotestamento, la via italiana all’eutanasia. Quattro ragioni per ritenere questa legge ingiusta, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, pp. 27 28

Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni

Sul mensile del Movimento per la Vita italiano, Si alla Vita, ho pubblicato alcune riflessioni sulla nuova composizione della Pontificia Accademia per la Vita che, ultimamente, ha fatto molto discutere.

A metà maggio è stato reso noto il nuovo consesso dei membri della Pontificia Accademia per la Vita, l’istituzione voluta da Papa S. Giovanni Paolo II con lo scopo di difendere e promuovere il valore della vita umana e la dignità della persona, dal concepimento fino alla morte naturale. Istituita dal papa polacco con il Motu Proprio Vitae mysterium, la Pontificia Accademia per la Vita (Pav) ha inoltre come compito primario quello di formare una cultura della vita nel rispetto del Magistero della Chiesa. La nuova composizione della Pav vanta tra i suoi membri, detti Servitori della Vita, insigni personalità del mondo accademico di fama mondiale, alcuni come membri onorari, come ad esempio i Presidenti Emeriti Elio Sgreccia e Ignacio Carrasco, e il Card. Caffarra, quest’ultimo recentemente scomparso ancora vivo tra noi grazie ai suoi mirabili scritti di bioetica. Tante le conferme del precedente elenco, come Roberto Colombo, Francesco D’Agostino, Bruno Dellapiccola, Alain F. G. Lejeune, Jean-Marie Le Méné, e altri bioeticisti di altissimo profilo. Tuttavia alcuni dei nuovi accademici hanno destato perplessità quanto al loro profilo controverso.

A innescare un’aspra polemica sui quotidiani tanto nazionali che internazionali è stata la figura di Niggel Biggar, docente di morale e di teologia pastorale, nonché direttore del McDonald Center for Teology, Ethics and Public Life, all’Università di Oxford. Il motivo dello scandalo sono alcune esternazioni del moralista anglicano, riportate dal settimanale britannico Catholic Herald, nel quale si leggono dichiarazioni di Biggar possibiliste in tema di aborto. In un dialogo con Peter Singer, noto bioeticista d’impostazione sensista e utilirarista, teorizzatore dell’eutanasia infantile e dell’aborto postnatale per neonati con malformazioni congenite, il prof. Biggar ha dichiarato di essere favorevole all’aborto fino a diciotto settimane di gravidanza. Cioè quando il concepito, durante il suo sviluppo continuo, autonomo e finalisticamente orientato arriva a manifestare attività cerebrale e con essa una presumibile coscienza, oltre che possedere i genitali definiti e un cuore che pulsa la sua volontà di vivere e sprigiona la speranza di abbracciare la madre. La posizione di Biggar appare difficilmente conciliabile con il Magistero della Chiesa che, invece, riconosce la dignità di persona ad ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale (Dignitas Personae, 1) e di conseguenza condanna quanti tentano di giustificare l’aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana personale, tanto da ribadire con forza che dal primo momento della sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all’essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale (Evangelium Vitae, 60).

Il secondo accademico che presenta un profilo problematico è il rabbino prof. Avraham Steinberg, direttore dell’Unità di Etica della Medicina presso lo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme ed editore di letteratura talmudica. Anche in questo caso il prof. Steinberg, secondo quanto riportato da un’intervista che ha rilasciato alla australiana Radio National, si è detto scettico sulla natura dell’embrione, che secondo l’accademico israeliano prima dei quaranta giorni non «non possiede lo status di persona umana», al termine dei quali avrebbe «un certo qual status, anche se non completo». Inoltre nella medesima intervista si è detto d’accordo con lo screening per gli embrioni affetti da disabilità, approvando di fatto l’eugenetica. Anche in questo caso tali posizioni mal si conciliano con il Magistero, secondo cui «una simile mentalità è ignominiosa e quanto mai riprovevole, perché pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di “normalità” e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche dell’infanticidio e dell’eutanasia» (Evangelium Vitae, 60).

Anche il profilo di Anne-Marie Pelletier, biblista e teologa presso lo Studium Théologique Inter-monastères, non offre garanzie. Infatti proprio a ridosso del Sinodo sulla famiglia, come riportato dall’agenzia specialistica Life Site News, la biblista francese ha espresso posizioni possibiliste in tema di divorzio e ha paventato la possibilità di una apertura della Chiesa in tema di divorzio e di secondo matrimonio in determinate occasioni.

Infine destano alcune perplessità anche le posizioni in tema di fine vita espresse da Padre Maurizio Chiodi, docente di Teologia Morale Fondamentale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Bergamo e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. In un recente articolo di Aggioramenti Sociali, rivista dei gesuiti italiani di cui il prof. Chiodi è membro del gruppo di studio di Bioetica, si è detto favorevole alla legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat) attualmente al vaglio del Senato, paragonando alimentazione e idratazione artificiali ai trattamenti sanitari e come tali rifiutabili in casi limite. Nonostante sia un tema su cui continua un vivo dibattito, è bene ricordare che il fatto che il nutrimento sia fornito attraverso strumenti artificiali non rende l’acqua o il cibo un preparato artificiale. La scriminante non è la modalità dell’atto che si compie rispetto alla persona malata, non è come si nutre o idrata: alimentazione e idratazione sono atti dovuti in quanto supporti vitali di base, nella misura in cui consentono al malato di restare in vita. In altre parole, acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un atto volto a lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente. Tuttavia, è bene ricordare che anche idratazione e alimentazione sono sottoposte al giudizio medico di proporzionalità e appropriatezza, quindi dovranno essere sospese soltanto se il quadro clinico le trasforma in un atto di accanimento, ossia inutile dal punto di vista dei benefici (si pensi al paziente in condizione di malassorbimento o di rigetto). In quest’ottica Papa Francesco ha puntualizzato che «difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, é un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo» (Tweet del 30/6/17). Inoltre, la posizione del prof. Chiodi presenta anche aperture in tema di contraccezione e fecondazione artificiale: va rilevato che nel caso di fecondazione artificiale numerosi problemi sorgono quanto agli embrioni soprannumerari che vengono lesi irrimediabilmente nella loro dignità umana.

Se il potenziamento della composizione interreligiosa del consesso della Pav deve essere salutata  positivamente, come testimonianza del fatto che la riflessione bioetica deve impegnare non soltanto i cattolici ma tutti gli uomini di buona volontà che intendono diffondere una cultura della rispettosa dell’uomo È lecito chiedersi, tuttavia, se questo obiettivo non poteva essere raggiunto ugualmente inserendo persone in linea con le finalità istitutive. Come soluzione alternativa, l’Accademia avrebbe potuto trasformarsi, diventando un areopago per il libero confronto delle idee. Nessuno si sarebbe sorpreso per posizioni eterodosse o avrebbe potuto dedurre che esse avessero qualsivoglia implicito avallo. Invece ci si è limitati a non richiedere più dai membri il giuramento dei Servitori della Vita, con qualche sconcerto e ragionevoli dubbi sulla possibilità che l’Accademia possa continuare a essere il luogo della riflessione più elevata del pensiero pro-life.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Pontificia Accademia per la Vita: perplessità e riflessioni, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, pp. 13 – 14

Lavoro, famiglia e fisco: tutele ancora in ritardo

Articolo pubblicato su NOI Famiglia & Vita nel numero di aprile 2017. Un commento su lavoro, famiglia e fisco a partire dalla parole di Papa Francesco su Sky Italia. Una proposta concreta: il Fattore Famiglia.

«Un pensiero speciale rivolgo ai lavoratori di “Sky Italia”, ed auspico che la loro situazione lavorativa possa trovare una rapida soluzione, nel rispetto dei diritti di tutti, specialmente delle famiglie». Così Papa Francesco, durante i saluti conclusivi dell’udienza dello scorso 15 marzo, ha commentato la decisione dell’azienda di riorganizzare l’organico della sede romana. «Il lavoro ci dà dignità – ha continuato il Pontefice – e  i responsabili dei popoli, i dirigenti hanno l’obbligo di fare di tutto perché ogni uomo e ogni donna possano lavorare e così avere la fronte alta, guardare in faccia gli altri, con dignità». Parole che, oltre ad avere avuto un grande risalto mediatico, hanno riacceso i riflettori su un tema spesso accantonato ma di vitale importanza per il nostro Paese: il rapporto inscindibile tra il lavoro e la famiglia. Due aspetti che hanno interessato in più occasioni il magistero di Francesco e che sono stati sintetizzati nell’Esortazione Apostolica Amoris Lætitia, dove il Santo Padre, denunciando che la «la famiglia occupa poco spazio nei progetti politici», sottolinea che «le famiglie soffrono in modo particolari i problemi che riguardano il lavoro» (n.44).

A confermare quanto sostenuto dal Pontefice è la tragica fotografia scattata dall’Istat nel rapporto diffuso a marzo che conta un milione di famiglie dove lavora soltanto la donna. A questo dato si aggiunge un tasso di natalità al minimo storico tale da non garantire neppure il ricambio naturale della popolazione. Ecco perché il quadro generale del nostro Paese si presenta sotto molti aspetti triste e scoraggiante. Tuttavia è necessario reagire, a partire dal riconoscimento della maternità come un bene sociale da tutelare, promuovere e sostenere. Tra le tante azioni politiche che andrebbero concretizzate, due non possono più aspettare. Da un lato, urgono misure politiche che nel rapporto di lavoro tengano conto della essenziale funzione familiare che svolge la donna, ampliando le nostre limitate e ingiuste tutele agli standard internazionali. Dall’altro, occorre dare slancio alla natalità con una riforma fiscale come il “Fattore Famiglia”, cioè una no tax area che tiene conto dei carichi familiari: a parità di reddito, ad esempio, una famiglia con tre figli pagherebbe meno tasse rispetto ad una senza prole.

Lavoro e famiglia sono stati da sempre considerati beni di eguale rilevanza, sia dal punto di vista sociale che giuridico,  in quanto rappresentano due fondamentali poli di realizzazione soggettiva dell’uomo. Non a caso i nostri padri costituenti, nella discussione sul progetto del testo costituzionale, delineando la strada che sarebbe stata percorsa dal futuro legislatore, si interrogarono a lungo su quale fosse la migliore soluzione per conciliare questi due delicati aspetti, con particolare riferimento alla donna lavoratrice. Infatti, se da un lato andava riconosciuta una particolare protezione al peculiare momento della maternità con le sue specifiche esigenze, dall’altro, doveva essere garantita l’aspirazione lavorativa della donna anche in virtù della volontà femminile di emancipazione e di accesso al mondo del lavoro.  La lunga elaborazione della Costituente portò alla formulazione attuale dell’art. 37 che sintetizza il problema nell’obbligo di garantire alla donna, e di conseguenza anche al bambino, una speciale e adeguata protezione, senza che questa diventi un ostacolo alla vita lavorativa.

Il dettato costituzionale, quindi, deve essere per noi la bussola che indica quale orizzonte seguire in questa delicata materia. Il riconoscimento della maternità come un prezioso bene da difendere non interessa solo la donna, o l’uomo, o la famiglia, bensì l’intera società.  Proteggere la maternità nella difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro significa proteggere la società alla sua radice. Essa infatti ha come base la famiglia, la quale si costruisce proprio intorno alla madre. Infine, un dato non meno rilevante è lo stretto rapporto che intercorre tra questa impostazione e il rilancio della natalità. Infatti, soltanto riconoscendo nella maternità un bene sociale da tutelare con una «adeguata politica familiare da parte delle pubbliche autorità nell’ambito giuridico, economico, sociale e fiscale» (AL 44), allora si potrà invertire la rotta anche dal punto di vista delle nascite. La sicurezza di poter conciliare la vita e il lavoro, dunque, offre speranza alla famiglie e le aiuta a realizzare i loro desideri di genitorialità con un beneficio diretto per tutti.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su NOI Famiglia & Vita
(mensile di Avvenire), il 30 aprile 2017, p. 24.

RU486 nei consultori. Nel Lazio battaglia in vista

Nel Lazio scoppia il caso della pillola abortiva Ru486 nei consultori. Le associazioni cattoliche insorgono. In Consiglio Regionale l’On. Olimpia Tarzia continua la battaglia contro un provvedimento “illegittimo”.

Non si fermano le polemiche per la decisione della Regione Lazio di somministrare la pillola abortiva RU486 in regime ambulatoriale nei consultori familiari. La proposta della Giunta Zingaretti sarà avviata già nel mese di maggio, in via sperimentale, per un periodo di 18 mesi. Le reazioni al provvedimento – come Avvenire ha riferito – non sono tardate ad arrivare. Dal Vicariato di Roma è partito l’appello a «riconsiderare tale decisione» che «lascia una volta di più la donna sola ad affrontare il dramma dell’aborto». «Ricorreremo al Tar – annuncia Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita italiano – per evitare che il silenzio sull’iniziativa della Giunta Zingaretti possa determinare uno stravolgimento della natura stessa dei consultori familiari e contribuire ad un ulteriore banalizzazione della soppressione di vite umane innocenti, rispetto alla quale la legge assegna ai Consultori il compito di suggerire risposte alternative».

Ma la Regione tira dritto e intensifica i lavori del tavolo tecnico per l’elaborazione delle linee guida da applicare al provvedimento. Il prossimo 19 aprile l’On. Olimpia Tarzia, vicepresidente della Commissione Cultura al Consiglio regionale del Lazio, presenterà una interrogazione urgente al presidente Zingaretti con la quale richiederà il ritiro della determinazione che ha introdotto la novità. È un atto «illegittimo» – spiega l’On. Tarzia – «perché l’aborto, anche chimico, non può essere praticato nei consultori, ma solamente, oltre che negli ospedali, nei poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati (art.8 L.194/78) e i consultori non possono essere assolutamente considerati poliambulatori pubblici, essendo istituiti dalla peculiare legge nazionale n.405/75, che ne definisce le finalità e le funzioni».

Massimo Magliocchetti


Aticolo pubblicato su:  M. Magliocchetti,  «RU486 nei consultori. Nel Lazio battaglia in vista», in E’ Vita (inserto settimanale di Avvenire), N. 540, 13 aprile 2017, p. 1. – Leggi

Aborto, legge bavaglio francese: Sos Vita aprirà sezione per aggirare il veto

Lo scorso febbraio i deputati francesi hanno approvato in via definitiva la legge che censura le pagine internet che offrono informazioni «false» sull’interruzione di gravidanza. Se è vero che per la sua applicazione la legge è strettamente legata ai confini nazionali, non può dirsi lo stesso per la solidarietà e il servizio alla libertà di poter scegliere la vita. I vertici nazionali di Sos Vita si stanno mobilitando per ospitare il servizio in lingua francese, al fine di non disperdere l’indispensabile servizio alla verità e alla libertà, precedentemente garantito alle gestanti francesi in difficoltà e ormai censurato con una manovra legislativa illiberale e liberticida.

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Lo scorso febbraio i deputati francesi hanno approvato in via definitiva la legge che censura le pagine internet che offrono informazioni «false» sull’interruzione di gravidanza. Il provvedimento è stato duramente criticato dall’opposizione conservatrice, dai movimenti prolife e dalla Conferenza episcopale d’oltralpe. È stato quindi introdotto il reato di ostacolo digitale all’aborto per i siti web francesi che forniscono «informazioni parziali o errate»: la pena prevista può arrivare fino a due anni di carcere e 30mila euro di multa. In altre parole, l’aborto è diventato un dogma di fronte al quale non è più possibile offrire una alternativa alle gestanti in difficoltà.

Se è vero che per la sua applicazione la legge è strettamente legata ai confini nazionali, non può dirsi lo stesso per la solidarietà e il servizio alla libertà di poter scegliere la vita. Sos vita (www.sosvita.it), il servizio italiano di ascolto e accoglienza h24 su telefono e web per le gestanti italiane, ha offerto la propria organizzazione per continuare a garantire la meritoria opera di informazione e supporto che, ad esempio, veniva offerta in Francia dal famoso sito Sos Bébé. I vertici nazionali di Sos Vita si stanno mobilitando per ospitare il servizio in lingua francese, al fine di non disperdere l’indispensabile servizio alla verità e alla libertà, precedentemente garantito alle gestanti francesi in difficoltà e ormai censurato con una manovra legislativa illiberale e liberticida.

«Siamo contenti di poter offrire un contributo qualificato che possa dare speranza a queste donne, spesso impaurite da un futuro che si palesa come problematico», commenta Maria Luisa Ranallo, responsabile operativa dell’equipe di Sos Vita. «Il nostro compito – precisa la Ranallo – è quello di ascoltare le donne con gravidanze difficili o inaspettate, accoglierle e costruire con loro un progetto che possa metterle in condizione di scegliere la vita che portano in grembo». «Sos Vita compenserà l’assenza di luoghi di ascolto e il suo successo in Italia prova che risponde ad un’attesa che, specialmente in Francia, da ora in poi sarà sempre maggiore», ha ribadito Maria Luisa Ranallo.

Il presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, si è detto «onorato» di poter ospitare una sezione in lingua francese sul sito italiano. «Il servizio di Sos Vita – ha commentato Gigli – diventerà la risposta concreta alla liberticida legge francese: i nostri operatori si faranno carico di offrire alternative credibili all’aborto, forti della loro esperienza di volontariato di ormai trent’anni. Confidiamo anche di mostrare tutta l’inapplicabilità di una legge bavaglio in un Paese dell’Ue, a meno che l’Europa non voglia creare barriere sulla rete, come l’Iran o la Cina».

Il servizio di Sos Vita è una peculiarità del Movimento per la Vita, nato con l’avanzare della digitalizzazione. Infatti, la forza di questi servizi di supporto web è la capacità di intercettare donne connesse virtualmente ma isolate nella vita, spesso lasciate sole in balìa dei problemi legati al loro particolare momento fisico ed emotivo. Il ponte digitale con la Francia, quindi, diventa essenziale visto che la congiura contro la vita ha deciso di imbavagliare i principali protagonisti del mondo virtuale d’oltralpe.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su Noi Famiglia & Vita
Supplemento di Avvenire, ed. Marzo 2017

Trump, i prolife e alcuni nodi da sciogliere

l neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a poche ore dal suo discorso d’insediamento ha deciso di firmare un ordine esecutivo che impedisce ogni finanziamento federale alle organizzazioni non governative, americane e internazionali, che praticano o promuovono l’interruzione volontaria di gravidanza.

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Il neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a poche ore dal suo discorso d’insediamento ha deciso di firmare un ordine esecutivo che impedisce ogni finanziamento federale alle organizzazioni non governative, americane e internazionali, che praticano o promuovono l’interruzione volontaria di gravidanza. Il provvedimento ha ristabilito il bando che era stato precedentemente eliminato dal suo predecessore, Barack Obama, il quale invece aveva intensificato i fondi federali a beneficio delle cliniche abortiste di Planned Parenthood. Non sono mancate le obiezioni da parte dei democratici, sostenuti anche dai governi di Olanda e Belgio che hanno lanciato un fondo internazionale per rimpiazzare i finanziamenti bloccati da Washington.

La decisione antiabortista di Trump è arrivata a pochi giorni dalla consueta Marcia per la Vita, organizzata dalle realtà prolife americane in occasione dell’anniversario della storica sentenza “Roe v. Wade” che nel 1973 legalizzò l’aborto negli Stati Uniti. La manifestazione, giunta quest’anno alla 44esima edizione, oltre ad essere stata benedetta con un tweet dallo stesso Trump, ha visto la partecipazione del vicepresidente, Mike Pence. Tra gli applausi e le ovazioni delle decine di migliaia di manifestanti ha parlato di «svolta storica» per la battaglia all’aborto. «Il presidente e io  siamo con la Marcia per la Vita», ha sottolineato il numero due statunitense. La nuova amministrazione «non si fermerà finché verrà stabilita una cultura della vita», ha dichiarato Pence ricordando l’atto firmato da Trump nello studio ovale pochi giorni prima. Il convinto e appassionato intervento di Pence ha notevolmente rafforzato il fronte prolife americano: infatti, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un membro della Casa Bianca ha partecipato così attivamente alla manifestazione.

Anche sul fronte giudiziario Trump non ha disatteso le promesse. Infatti, all’inizio del mese di febbraio ha designato il sostituto del defunto giudice Antonin Scalia alla Corte suprema: Neil Gorsuch, del Colorado, anche lui di orientamento conservatore. Qualora sia confermato dal Congresso, Gorsuch riporta equilibrio in un organo chiamato a decidere su temi sensibili. Sono note le sue posizioni in linea con i temi prolife espresse in un suo famoso saggio sul tema del fine vita. Quest’ultimo aspetto può essere determinante in quanto attiverebbe un processo di coordinamento e uniformazione delle contrastanti legislazioni federali.

Una concatenazione di eventi di questa portata hanno giustamente registrato il plauso del mondo prolife nostrano e d’oltreoceano. Che la difesa del diritto alla vita, quale principio non negoziabile, torni ad essere tra i punti programmatici della nuova amministrazione è una notevole inversione di rotta rispetto alla precedente. L’effetto che può avere in Europa non è da sottovalutare.

Allo stesso tempo, però, rimangono alcuni nodi che è necessario sciogliere circa l’impostazione di Trump sui temi etici. Due aspetti meritano una riflessione: la proposta di cancellazione dell’Obamacare e la reintroduzione della tecnica del waterboarding.

Prima di firmare il «decreto anti – aborto», Donald Trump con un altro executive order ha sferrato il primo colpo alla storica riforma sanitaria approvata da Obama nel 2010 ed entrata in vigore nel 2014, nota come «Obamacare». Anche se non esente da importanti punti critici ha avuto il merito di garantire la copertura sanitaria a milioni di persone che prima ne erano sprovviste. Le ragioni della scelta del tycoon americano sono essenzialmente economiche. Ed è proprio questo punto di vista che merita una precisazione. Anche se sono necessari drastici interventi economici, proprio perché la sanità non è esente dalle leggi economiche, non è pensabile però che l’economia diventi disumana: il bene in gioco tocca troppo da vicino la persona per pensare di poter agire con criteri meramente economici. Infatti, un intervento economicamente corretto deve essere anche eticamente corretto, cioè improntato al pieno rispetto della persona, non solo nella fase iniziale e finale della vita. La difesa della vita, in un’ottica integrale, non può prescindere da questo principio. In altre parole, la giustizia non può essere disgiunta dalla solidarietà, che è il volto sociale della carità.

La giustizia, inoltre, verrebbe anche minata dalla proposta di reintroduzione del waterboarding, tecnica di interrogatorio che simula l’annegamento al fine di sottomettere psicologicamente l’interrogato: un ingiustificabile trattamento disumano e degradante ampiamente superato e vietato dal diritto internazionale.

Dunque, fermo restando la lodevole posizione sui temi dell’aborto, affinché la difesa della vita possa dirsi credibile non può limitarsi solo a determinate fasi. È necessario, invece, aver cura della dignità dell’uomo nella sua dimensione integrale.

Massimo Magliocchetti


L’articolo, seppur con alcune modifiche, è stato pubblicato
sul Mensile Noi Famiglia & Vita, ed. febbraio 2017, p. 34 -35.

Biotestamento, Deputati cattolici: così è stravolta la professione del medico

Una legge ingiusta con palesi profili di incostituzionalità che sviliscono la natura e la professione del medico. Questo è il quadro che emerge dalla conferenza stampa dei deputati cattolici tenutasi oggi presso la sala stampa di Montecitorio.

Una legge ingiusta con palesi profili di incostituzionalità che sviliscono la natura e la professione del medico. Questo è il quadro che emerge dalla conferenza stampa dei deputati cattolici tenutasi oggi presso la sala stampa di Montecitorio. I deputati Gian Luigi Gigli (Des-Cd), Eugenia Roccella (Idea), Alessandro Pagano (Lega), Paola Binetti (Udc), Benedetto Fucci (Cor), Raffaele Calabrò (Ap), Antonio Palmieri (Fi) e Domenico Menorello (Civici e Innovatori) hanno incontrato i giornalisti per fare il punto della situazione sul ddl che introduce il testamento biologico.

In apertura l’On Binetti ha subito sgomberato il campo dagli equivoci. «Questa legge opera una inversione di rotta, si passa dal dovere del medico di curare in scienza e coscienza al diritto del paziente al rifiuto della cura», ha spiegato Binetti qualificando il provvedimento come una «legge complessa» con diversi passaggi oscuri. Secondo la deputata centrista uno dei grandi problemi sui quali in commissione si sta consumando un acceso dibattito è quello della qualificazione dell’idratazione e nutrizione non come trattamenti di base, bensì come cure, quindi rientranti nelle disposizioni anticipate di trattamento (Dat).

Per l’occasione sono intervenuti alcuni presidi delle Facoltà di Medicina, i quali hanno dato il loro contributo tecnico – scientifico per poter chiarire i punti più problematici del provvedimento. Secondo il prof. Filetti dell’Università La Sapienza di Roma oggi assistiamo ad una «mistificazione dei concetti medici più comuni» che depistano l’opinione pubblica circa i loro veri significati: la conseguenza è che il consenso del paziente viene pregiudicato. Ed è qui che diventa necessaria, secondo il prof. Minotti dell’Università di Campus Bio – Medico, una vera «alleanza terapeutica» che educhi il paziente alla cura alla quale viene sottoposto, in un ottica dialogica con il medico specialista. A tal proposito, il prof. Pisani, neurologo del Policlinico Tor Vergata, è intervenuto paventando il rischio che l’ospedale possa diventare un «supermercato» dove è lo stesso paziente a delineare le fasi e le tipologie di cura a cui vuole sottoporsi, escludendone altre. «Con questa legge – ha incalzato Pisani – assistiamo ad uno svilimento totale dell’attività del medico e della sua dignità». Dall’impianto del provvedimento, infatti, emerge chiaramente l’impostazione secondo la quale il paziente deve essere accontentato senza possibilità di confronto con il medico che, di converso, è vincolato sua volontà.

Non sono mancate le puntuali conclusioni dell’On. Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita e ordinario di Neurologia a Udine, il quale ha sintetizzato alcuni punti nevralgici del provvedimento che sono ancora al vaglio del dibattito in commissione. «Stiamo assistendo ad uno stravolgimento della professione sanitaria che rischia di diventare il rapporto tra un esecutore e una pretesa di autodeterminazione dove il professionista non ha voce in capitolo», denuncia Gigli sottolineando anche il mancato riferimento normativo all’obiezione di coscienza, con la scusa che non si tratti di una legge eutanasica. Invece, secondo Gigli l’impianto della legge nasconde intenti eutanasici che possono diventare complici di istinti suicidiari. «Il compito della medicina è quello di aiutare il disabile, qualunque esso sia, decisioni arbitrarie che sono prese su di lui da interposta persona», ha chiosato Gigli al termine della conferenza stampa incoraggiando il mondo della medicina a fare proprie queste problematiche prima che sia troppo tardi.

Nell’attesa che il ddl arrivi in aula, ancora molti sono i punti oscuri su cui le forze politiche devono trovare un accordo. Secondo alcuni neanche un serrato ostruzionismo potrebbe ritardare la gestazione del provvedimento. Quello che è certo che, per ora, le disposizioni anticipate di trattamento (Dat) suonano sempre più come una prenotazione di eutanasia.

Massimo Magliocchetti
@MagliocchettiM