Inverno demografico: sfatiamo il mito dell’immigrazione come soluzione. Pesano troppi aborti

Uno dei mantra che sentiamo ripetere quasi allo sfinimento sui media italiani è che l’immigrazione è una delle possibili soluzioni all’inverno demografico che sta vivendo il nostro Paese. Nulla di più sbagliato, parola di uno dei massimi esperti italiani di demografia, il prof. Giancarlo Blangiardo.

Durante la presentazione del Dossier “Vita Cav” organizzata dal Movimento per la Vita italiano presso la Camera dei Deputati è intervenuto Giancarlo Blangiardo, professore ordinario di demografia dell’Università di Milano Bicocca. «I bambini stranieri non ci salvano», ha commentato il demografo denunciando l’enfasi che comunemente viene usata in tema di ricostruzione delle cause dell’attuale inverno demografico, in relazione alle nascite dei figli di genitori stranieri. «Si sottolinea che nel 2016 sono nati 69mila stranieri, ignorando però i circa 90mila bambini che non sono venuti al mondo grazie agli aborti effettuati» ha spiegato Blangiardo, ricordando anche nell’anno appena trascorso sono nati 474mila bambini, mentre fino a poco tempo fa la cifra superava il milione.

Un trend in forte calo da molti anni, tanto da registrare negli ultimi vent’anni un deficit ormai diventato strutturale. Inoltre, ai dati delle Igv devono essere aggiunti quelli relativi all’assunzione della pillola Ru-486: lo scorso anno, secondo le stime diffuse da riviste specializzate, sono state vendute oltre 700.000 confezioni di pillole con palesi effetti abortivi. A questa somma non possono non mancare gli aborti clandestini ancora effettuati a conseguenza del caporalato sessuale.

Secondo il prof. Blangiardo, dunque, sebbene le nascite dei bambini stranieri siano un buon segnale, non possono essere considerate determinanti. In tema di denatalità la variabile determinante che viene sapientemente nascosta nel dibattito pubblico è – ancora una volta – la piaga dell’aborto. Una fotografia estremamente negativa se si pensa che, secondo le stime del demografo, nei prossimi vent’anni le donne in età feconda si ridurranno di circa 3 milioni. Questo determinerà, a fecondità invariata, circa 60 mila nati in meno rispetto a oggi.

Come reagire a questo problema che tra non pochi anni metterà in ginocchio l’Italia? Presa coscienza che l’immigrazione non è la soluzione, bisogna tornare a investire seriamente sulla famiglia, oltre che sostenere i corpi intermedi che hanno come missione il concreto sostegno alla maternità. L’esperienza di oltre 40anni di associazionismo del Movimento per la Vita al fianco delle madri, ad esempio,  è la prova inconfutabile che laddove ci sia un sostegno concreto, anche in caso di gravidanza difficile o indesiderata, la vita fiorisce. E senza figli l’Italia non ha futuro.

Una ricetta esiste, anche se non facile. Tuttavia necessaria, anzi: doverosa. Secondo gli studi del prof. Blangiardo l’Italia può risollevarsi soltanto se rimette al centro delle sue politiche la famiglia, se ripensa la natalità come investimento sociale non più procrastinabile. In secondo luogo deve passare dalla fase dell’accoglienza solidale alla valorizzazione di un’immigrazione socialmente inserita e «sostenibile». Infine, oltre a non disperdere il giovane capitale umano, deve riuscire a raccontare la crisi demografica sui media, sensibilizzare la popolazione.

Massimo Magliocchetti

Movimento per la vita deposita ricorso al Tar Lazio: stop Ru486 nei consultori

È stato depositato al Tar del Lazio il ricorso contro il provvedimento della giunta Zingaretti con il quale si autorizza a erogare la pillola abortiva  Ru486 nei consultori per un periodo sperimentale della durata di 18 mesi. Le motivazioni del ricorso, presentato dalla Fazione dei Centri e Movimenti per la vita, possono essere raggruppate in due categorie. Secondo i ricorrenti la determinazione della governo regionale sarebbe illegittima poiché non rispetta la lettera e lo spirito della L. 194 e snatura la funzione essenziale dei consultori familiari.

A ben vedere, nell’articolo 8 della legge sull’aborto i consultori non sono annoverati tra i luoghi in cui può essere eseguita l’interruzione di gravidanza. Anzi, all’articolo 2 della stessa legge la funzione consultoriale è descritta come strettamente alternativa all’esecuzione degli aborti. Infatti i consultori hanno come compito principale quello di assistere la donna affinché possa superare le cause che la inducono ad abortire. Quanto sostenuto nel ricorso trova conferma in quanto affermò la Commissione di indagine parlamentare nel 2006: verificando l’efficacia dei consultori nella prevenzione dell’aborto, confermò l’incompatibilità dell’intervento abortivo con la funzione dei consultori familiari.

La seconda motivazione del ricorso riguarda il pregiudizio che verrebbe arrecato alla salute della donna dal provvedimento della giunta Zingaretti. Infatti se l’aborto farmacologico venisse “privatizzato”, lasciando sola la donna a fronteggiare gli effetti della pillola anziché tutelarla almeno con le garanzie del ricovero ospedaliero, diventerebbe complicato controllare le possibili controindicazioni del mifepristone più volte ribadite dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e dal Ministero della Salute.

Non sussistendo i presupposti tecnici per la richiesta di sospensione del provvedimento, la decisione della Regione Lazio resta in vigore, ma quanto sostenuto dal ricorso rispecchia la costante giurisprudenza della Corte Costituzionale sull’inizio vita.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su èVita
(inserto settimanale di Avvenire), 
n. 543, 4 maggio 2017, p. 1.
Titolo originale. “Stop alla pillola abortiva nei consultori”

RU486 nei consultori. Nel Lazio battaglia in vista

Non si fermano le polemiche per la decisione della Regione Lazio di somministrare la pillola abortiva RU486 in regime ambulatoriale nei consultori familiari. La proposta della Giunta Zingaretti sarà avviata già nel mese di maggio, in via sperimentale, per un periodo di 18 mesi. Le reazioni al provvedimento – come Avvenire ha riferito – non sono tardate ad arrivare. Dal Vicariato di Roma è partito l’appello a «riconsiderare tale decisione» che «lascia una volta di più la donna sola ad affrontare il dramma dell’aborto». «Ricorreremo al Tar – annuncia Gian Luigi Gigli, presidente del Movimento per la Vita italiano – per evitare che il silenzio sull’iniziativa della Giunta Zingaretti possa determinare uno stravolgimento della natura stessa dei consultori familiari e contribuire ad un ulteriore banalizzazione della soppressione di vite umane innocenti, rispetto alla quale la legge assegna ai Consultori il compito di suggerire risposte alternative».

Ma la Regione tira dritto e intensifica i lavori del tavolo tecnico per l’elaborazione delle linee guida da applicare al provvedimento. Il prossimo 19 aprile l’On. Olimpia Tarzia, vicepresidente della Commissione Cultura al Consiglio regionale del Lazio, presenterà una interrogazione urgente al presidente Zingaretti con la quale richiederà il ritiro della determinazione che ha introdotto la novità. È un atto «illegittimo» – spiega l’On. Tarzia – «perché l’aborto, anche chimico, non può essere praticato nei consultori, ma solamente, oltre che negli ospedali, nei poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati (art.8 L.194/78) e i consultori non possono essere assolutamente considerati poliambulatori pubblici, essendo istituiti dalla peculiare legge nazionale n.405/75, che ne definisce le finalità e le funzioni».

Massimo Magliocchetti


Aticolo pubblicato su:  M. Magliocchetti,  «RU486 nei consultori. Nel Lazio battaglia in vista», in E’ Vita (inserto settimanale di Avvenire), N. 540, 13 aprile 2017, p. 1. – Leggi