Politiche familiari: conciliare vita e lavoro come strumento di prevenzione dell’aborto

L’indagine sul rapporto tra maternità e mondo del lavoro è stata al centro di uno dei quattro gruppi di lavoro della Terza Conferenza Nazionale della Famiglia. Il Movimento per la Vita ha partecipato con alcuni delegati per contribuire a sintetizzare le varie proposte che sono state messe al centro del documento preparatorio all’evento. La conciliazione dei tempi di famiglia, vita e lavoro è una tema che attualmente interessa le politiche sociali e del lavoro, tanto da essere stato al centro di uno dei recenti decreti attuativi del Jobs Act.

Appunti per una bioetica del lavoro. – L’approfondimento della conciliazione dei tempi di vita e lavoro interroga anche il volontariato del Movimento per la Vita in quanto una sintesi dei problemi e delle proposte può essere di sostegno per ridare speranza alle donne che si rivolgono ai Centri di Aiuto alla Vita. Seppur con le difficoltà di un’analisi che non riesce a trattare esaurientemente tutti i complessi temi del diritto del lavoro, il presente contributo aspira ad iniziare a costruire le basi di una bioetica del lavoro, cioè una riflessione critica sulle scelte giuridiche e politiche che hanno dirette conseguenze sulla donna e sul figlio durante il complesso periodo della gravidanza e del puerperio all’interno del rapporto di lavoro[1].

Politiche familiari come prevenzione all’aborto. – Infatti, iniziare a ragionare sull’importanza delle politiche familiari e le disposizioni a tutela della maternità come una concreta modalità di prevenzione all’aborto, a par di chi scrive, rappresenta una scelta potenzialmente vincente per inquadrare correttamente le problematiche delle giovani donne in età fertile che si trovano a vivere una gravidanza indesiderata o difficile, al fine di permettere loro di accogliere il proprio bambino e, al tempo stesso, di vivere appieno l’esperienza lavorativa senza alcun tipo di discriminazione prima, durante e al termine del rapporto di lavoro.

L’ottica con la quale è sarà condotta questa breve riflessione parte da una impostazione bioetica di stampo personalista. Si ritiene giusto e doveroso accordare maggiore importanza alla persona e ai suoi bisogni rispetto alle esigenze produttive che si trovano nel bilanciamento degli interessi del datore di lavoro e dell’azienda con quelli della lavoratrice, tanto più in virtù del fatto che sia durante la gravidanza che nel periodo di puerperio i soggetti da tutelare sono due, la madre e il figlio. Tuttavia non si deve riconoscere nel datore di lavoro il solo soggetto che deve farsi carico di questa protezione.

Conciliare vita e lavoro: una necessità per rilanciare il Paese. –  La questione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro deve essere necessariamente indagata alla luce delle importanti novità introdotte con il Jobs Act, in particolare, con la nuova normativa contenuta nel D. lgs. del 15 giugno 2015, n. 80.

La centralità del tema è dovuta alla stretta relazione che assume con la qualità di vita e il benessere dei cittadini, oltre al fatto che, specialmente al giorno d’oggi, le responsabilità lavorative tendono pericolosamente ad assorbire ogni altra responsabilità, tra cui quelle genitoriali, oltre ad essere al tempo stesso causa e conseguenza dell’alto tasso di denatalità[2]. Di converso, nell’ottica personalista, le necessità della prole non possono essere soggiogate da interessi meramente produttivi. Dunque, nasce il bisogno di trovare soluzioni, anche temporanee, per provare a equilibrare questi due poli di tensione.

La questione, già di per sé problematica, viene ulteriormente complicata da tre fattori. Il primo attiene ai cambiamenti del mondo del lavoro, i suoi obiettivi, la sua organizzazione territoriale e i tempi in cui viene prestato[3]. In secondo luogo, i cambiamenti che sta subendo l’istituto della famiglia[4] impongono all’operatore del diritto di aggiornare modelli di intervento che non risultano più efficienti. Infine, il cambiamento dell’idea della qualità della vita e delle relazioni familiari comandano una revisione e una nuova riflessione sul tema.

L’attualità di questa importante tematica che, tra l’altro, risulta essere il vero banco di prova delle politiche sociali per la tutela della maternità, viene altresì confermata dalla posizione di preminenza che ha avuto in seno alla Terza Conferenza Nazionale per la Famiglia, tenutasi a Roma il 28 e 29 settembre 2017.

I tre filoni della conciliazione famiglia-lavoro. -La conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, anzitutto, è una materia complessa che può essere enucleata in tre filoni principali: le misure che accompagnano la nascita di un figlio, le misure che agevolano il periodo di puerperio, le misure dedicate alla cura dei familiari e degli anziani. Ai fini del nostro approfondimento ci si concentrerà sulle prime due misure che, rispettivamente, si estrinsecano nei congedi di maternità e nei congedi parentali.

Dall’analisi della novella, che certamente in questa sede non può dirsi esaustiva, emergono alcuni aspetti che possono essere salutati in modo positivo e altri che, invece, stimolano ad una riflessione sulla loro non pacifica genuinità. Prima di affrontarli, però, in linea generale, è il caso di evidenziare le innovazioni introdotte dalla nuova disciplina giuslavoristica contenuta nel Jobs Act.

Le novità introdotte dal Jobs Act. – Con il D. lgs. del 15 giugno 2015, n. 80, per quanto riguarda il congedo di maternità, viene previsto che in caso di parto prematuro i giorni di congedo obbligatorio non goduti prima del parto siano aggiunti al termine del periodo di congedo obbligatorio post partum (art. 2, lett. a); inoltre si prevede l’eventualità, in caso di ricovero ospedaliero del bambino, di sospendere il congedo obbligatorio per godere del tempo rimanente dopo le dimissioni dall’ospedale (art. 2, lett. b). Se la prima disposizione può essere salutata in modo positivo perché posta a garanzia del tempo necessario alla donna per riposare e riprendere le forze dopo il parto, la seconda apre ad una serie di problemi.

Luci e ombre della «nuova» astensione obbligatoria. – In primo luogo, da un punto di vista meramente organizzativo, la sospensione del congedo obbligatorio pone un problema al datore di lavoro che vede tornare una propria dipendente nell’organico quando, verosimilmente, si è organizzato per sostituirla nel periodo di maternità. In secondo luogo, dal punto di vista legislativo si palesa una erosione del principio di non derogabilità[5] del periodo di astensione obbligatoria, il quale dopo questo primo vulnus potrebbe subire deroghe più ampie contravvenendo alla ratio dell’istituto volto a tutelare la salute della donna e del bambino prima e dopo l’evento del parto, nonché le irrinunciabili necessità relazionali e fisiologiche del bambino durante i primi mesi di vita.

Il vero banco di prova: i congedi parentali. – Le modifiche di maggior rilievo interessano l’istituto del congedo parentale. Con il D. lgs. del 15 giugno 2015, n. 80, il legislatore permette di flessibilizzare la fruizione del congedo parentale sia giornalmente che su base oraria, lasciando spazio alla contrattazione aziendale per la definizione delle disposizioni di dettaglio. Tale decisione rispecchia la volontà di personalizzare la decisione in modo specifico e non standardizzato, avviando una coproduzione del servizio fornito alla famiglia al fine di permettere di concretizzare il principio di sussidiarietà orizzontale all’interno dell’unità produttiva, nonché territorializzare la misura conciliativa in modo tale da responsabilizzare anche le famiglie oltre al datore di lavoro[6].

Lavoratore, datore di lavoro e Stato: conciliare in modo sussidiario. – Al fine di promuovere la contrattazione di secondo livello il Jobs Act prevede incentivi sotto forma di sgravi contributivi per i datori di lavoro privati che, grazie alle risorse finanziarie cui hanno accesso in virtù degli artt. 1, 4 e 5 del Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali del 12 settembre 2017, si accordano con i propri lavoratori nel prevedere almeno due misure conciliative previste nel Decreto. Le misure devono rientrare in quelle previste nel Decreto, articolate in diverse macroaree: intervento sulla genitorialità, flessibilità organizzativa del lavoratore e welfare aziendale. Ad esempio, possono essere previste misure conciliative come l’estensione temporale dei congedi di paternità, estensione dei congedi parentali e le relative indennità economiche ovvero spazi ludico – ricreativi aziendali, piuttosto che flessibilità organizzative in entrata e in uscita oppure convenzioni con strutture per servizi di cura. Tale misura, avviata in modo sperimentale per un biennio, risponde alla volontà di promuovere una serie di sperimentazioni in modalità progressive sulla base delle valutazioni congiunte dei partner che operano nel porre in essere le misure conciliative. Le risorse statali erogate al tale fine, oltre a innescare un rapporto do ut des con i datori di lavoro, comportano una azione sussidiaria verticale che vede protagonista lo Stato e non soltanto la parte datoriale.

Aumenta il limite d’età del figlio e la presenza del padre. – Sempre in materia di congedi parentali, inoltre, l’età del figlio per cui il genitore può assentarsi dal lavoro è stata innalzata a dodici anni. Dunque, per ogni figlio nei primi suoi dodici anni di vita, ciascun genitore ha diritto di astenersi dal lavoro entro il limite complessivo di dieci mesi, elevato a undici mesi se almeno tre di questi sono fruiti dal padre lavoratore. Questa misura migliorativa della precedente normativa, in seno alla Conferenza Nazionale per la Famiglia del 2017, ha trovato un plauso e, allo stesso tempo, è stata espressa la volontà di estendere l’età fino al compimento della maggiore età del figlio. Sul punto, tuttavia, non mancano le riserve di Confindustria, secondo cui la normativa italiana sui congedi offre già una vasta gamma di possibilità che se elevate come sperato dalle altre parti sociali rischia di incidere eccessivamente sul costo del lavoro, producendo di fatto una discriminazione nell’accesso al lavoro femminile.

Una prima conclusione. – Nel complesso la novella introdotta dal Jobs Act, anche se non esente da problemi interpretativi come sopra indicato, può essere valutata in modo positivo, se non altro perché recepisce molte della proposte contenute nell’ultimo Piano Nazionale per la Famiglia (2012), frutto del confronto degli agenti sociali maggiormente rappresentativi sul tema. A conclusione può dirsi senza ombra di dubbio che il rapporto tra lavoro e maternità è un tema centrale, tanto politico quanto giuridico, che ha interessato il legislatore sin dall’inizio del dibattito nell’Assemblea Costituente, poiché lavoro e famiglia sono sempre stati considerati beni di eguale rilevanza in quanto rappresentano due fondamentali poli di realizzazione soggettiva dell’uomo. Riuscire ad intervenire con riforme strutturali in tema di conciliazione dei tempi di vita, famiglia e lavoro significa soprattutto arginare la possibilità che le madri siano portate a interrompere la gravidanza perché spaventate dalla possibilità di non conciliare esigenze di lavoro e le aspirazioni familiari. Tanto più vista la grave situazione demografica italiana. Un Paese che non permette di fare figli e non ne incentiva la nascita è un Paese senza futuro.

Massimo Magliocchetti, Responsabile Giovani Roma Mpv


[1] Sin dalla fine degli anni Ottanta, in tema di tutela della maternità, il legislatore italiano ha progressivamente interpretato l’evento della maternità sempre meno come episodio fisiologico e sempre più quale situazione psicorelazionale che coinvolge due soggetti, la madre e il figlio, in un unico contesto protettivo. Sul punto cfr. C. COLAPIETRO, Dalla tutela della lavoratrice madre alla tutela della maternità e dell’infanzia: l’evoluzione legislativa e giurisprudenziale, in Giur. ita., 2000, 6, p. 1321. Su questa impostazione si v. CORTE COST., Sent. 26 luglio 2000, n. 361, in Giur. ita., 2001, p. 1809.

[2] R. PRANDINI, Come rendere riflessiva la relazione tra famiglia e lavoro. Welfare aziendale, distretti familiari e audit famiglia-lavoro, in P. DONATI (a cura di), La Famiglia in Italia. Sfide sociali e innovazioni nei servizi, Vol. II, Carocci Editore, 2012, p. 11. Per una recente riflessione sul tema della conciliazione dei tempi di Vita e lavoro si consenta un rinvio a M. MAGLIOCCHETTI, Lavoro, famiglia, fisco. Tutele ancora in ritardo, in Noi Famiglia & Vita – Supplemento di Avvenire, 30 aprile 2017, p. 24.

[3] Per un approfondimento sulle nuove frontiere del lavoro ex multiis si v. F. OCCHETTA, Il lavoro promesso, Ancora, 2017, pp. 15 – 30.

[4] P. DONATI, Famiglia e politiche sociali. La morfogenesi familiare in prospettiva sociologica, Franco Angeli, Milano, 1981. Per i cambiamenti in atto si v. anche C. CASINI, Vita nascente. Prima pietra di nuovo umanesimo, San Paolo, 2017, pp. 139 – 153.

[5] Cfr. D. GOTTARDI, Il congedo di maternità per le lavoratrici subordinate, in D: GOTTARDI (a cura di), La conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, Giappichelli, 2016, pp. 24 – 25. Giungono a considerazioni analoghe anche F. MALZANI, Politiche di conciliazione e partecipazione delle donne al mercato del lavoro, in Riv. giur. lav., I/2015, p. 341; da ultimo, M. DEL FRATE, La conciliazione lavoro-famiglia alla luce delle recenti riforme, in Iustitia, 2/16, Giuffrè, p. 187.

[6] Per le finalità e la sintesi delle proposte v. OSSERVATORIO NAZIONALE SULLA FAMIGLIA, Abstract dei gruppi di lavoro, p. 9, consultabile in www.politichefamiglia.it.

 

Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Politiche familiari: conciliare vita e lavoro come strumento di prevenzione dell’aborto, in Si alla Vita, 2/2017, Ottobre 2017, pp. 24 – 26.

Ddl Dat a un bivio: ancora troppi punti oscuri

L’esame del disegno di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) si trova a un bivio. Il ddl Dat licenziato dalla Camera lo scorso aprile è al vaglio del Senato, dove nella Commissione Igiene e Sanità di Palazzo Madama continua il braccio di ferro tra le forze politiche. Una pioggia di emendamenti fanno tremare i promotori della legge. «E’ chiaro che tremila emendamenti non si possono esaminare», ha dichiarato la relatrice De Biasi paventando le sue dimissioni per «affidare alla conferenza dei capigruppo la decisione sul passaggio direttamente all’aula senza relatore». Dura reazione dell’Associazione Luca Coscioni che parla di «legge affossata», mentre la sua copresidente, Mina Welby, si dice «dispiaciuta, ma non sorpresa». Ferma la risposta del Presidente del Movimento per la Vita, Gian Luigi Gigli, che ha definito il passaggio in Aula per aggirare le difficoltà in Commissione «una prova muscolare inaccettabile in una materia così delicata, come confermato dal parere stesso della Commissione Affari Costituzionali».

Infatti a fine settembre è arrivato l’atteso parere della Commissione Affari Costituzionali che ha annebbiato le aspettative di quanti fremono per l’approvazione del testo prima della fine della legislatura. Secondo l’estensore del parere, il senatore Romano, il documento contiene due importanti osservazioni che «dovranno essere prese in considerazione nei lavori parlamentari».

Sotto un primo profilo nel testo deve esserci un bilanciamento tra il principio della inviolabilità della libertà personale e il diritto alla salute come diritto fondamentale della singola persona e come interesse dalla collettività. Aspetto finora sbilanciato verso l’autodeterminazione del paziente che documenta la sua volontà – con tutti i problemi del caso – in un atto vincolante per il medico, tenuto a eseguire la decisione del paziente diventando un burocrate della medicina.

Il secondo punto attiene alla natura della volontà anticipata. Alla luce del primo monito si chiede che la parola «disposizioni» sia sostituita con «dichiarazioni», al fine di valorizzare la relazione di cura e di fiducia medico-paziente. Tale proposta trova origine in un autorevole parere del Comitato Nazionale di Bioetica del 2003. Il CNB specifica che nel caso di dichiarazioni anticipate di trattamento viene escluso per il medico il rigido vincolo di eseguire quanto scritto nel documento, tanto più in mancanza dell’obiezione di coscienza. La dichiarazione anticipata infatti rispecchia il prolungamento della relazione medico-paziente e serve al sanitario per orientare la sua attività professionale considerando anche il desiderio del paziente. Le «dichiarazioni», inoltre, frenano la deriva eutanasica. Rimangono, tuttavia, importanti problemi sulla mancata contestualità tra dichiarazione e trattamento, oltre al principio della disponibilità della vita umana.

«Permane un forte dibattito sul tema della nutrizione e idratazione artificiale, classificate nel disegno di legge come trattamenti sanitari, che sarà oggetto di approfondite valutazioni nel percorso della legge al Senato», ha dichiarato Romano a margine del parere. Le osservazioni approvate dalla Commissione Affari Costituzionali aprono a un concreto sviluppo della legge nell’ottica della relazione di cura, nonostante l’aberrante qualifica di alimentazione e idratazione artificiali come trattamenti sanitari – e non come cure e sostegni vitali – apre all’eutanasia omissiva, come il Movimento per la Vita ha da sempre denunciato dalle colonne di questo mensile.

La difesa della vita è alla base della democrazia. Abdicare a questo principio prima e dopo la nascita, durante l’esistenza umana e nella fragile dimensione del fine vita significa accettare che non tutte le persone sono uguali nella loro dignità, sulla base della loro efficienza o qualità. L’abbandono del morente, come l’accanimento terapeutico, segnano una sconfitta sia per la medicina che per il diritto. Quindi una sconfitta per tutti noi.

Massimo Magliocchetti, Responsabile Giovani Roma Mpv


M. Magliocchetti, DDl Dat a un bivio: ancora punti oscuri, in Si alla Vita, 2/2017, Ottobre 2017, p. 19

Carlo Casini, riconoscere la dignità del concepito è la prima pietra di un nuovo umanesimo

«Noi oggi dobbiamo fare il primo passo verso una nuova umanità, un nuovo umanesimo… è un passo indicato da tutta la nostra storia: riconoscere che ogni essere umano anche quando è povero è uno di noi; anche quando è il più povero dei poveri, quale è il figlio concepito e non ancora nato». Questo periodo del nuovo libro di Carlo Casini, dal titolo “Vita Nascente – Prima Pietra di un Nuovo Umanesimo” (ed. San Paolo), ben sintetizza lo scopo dell’Autore: guidarci verso il traguardo di un umanesimo nuovo perché compiuto nel riconoscere a tutti, a partire dal concepimento, la voce e il volto e i diritti che appartengono ad ogni uomo.

In queste pagine cosi dense di concetti c’è tutta la passione per l’uomo che ha caratterizzato l’impegno politico e professionale del Presidente onorario del Movimento per la Vita, fin dal 1975, come ricorda l’Autore, quando fu «posto di fronte al dramma dell’aborto concreto e alla pretesa di qualificarne la legalizzazione come progresso di civiltà».

C’è anche la passione educativa del docente che guida per mano il lettore e fornisce gli strumenti culturali, le argomentazioni che possono aiutare ciascuno a meglio qualificare il proprio impegno per la vita nascente.

C’è l’esperienza di chi è da sempre sul fronte della Vita prima nel lavoro in magistratura e poi nelle aule del Parlamento Italiano ed Europeo, ed ora nella Federazione Europea Uno di Noi, il frutto maturo di un lungo lavoro di ricostruzione di un’Europa fondata sulla solida base dei diritti umani, come era stata sognata dai Padri fondatori.

Colpiscono il lettore la comprensione dei problemi cosi complessi e le intuizioni profetiche del pensiero di giganti della difesa della Vita come Giovanni Paolo II e Madre Teresa di Calcutta, eppure questo libro non è una raccolta di ricordi. Tutto è proiettato verso il futuro per offrire a ciascuno una chiara dimostrazione di quanto è davvero alta la posta in gioco, cioè la nostra umanità.

«Alla nostra epoca è imposta la missione di rispondere: Uomo o cosa? Soggetto o oggetto? Fine o mezzo? Si tratta di portare a conclusione un lungo cammino e di risvegliare e consolidare le energie per procedere verso un nuovo umanesimo». La prima sfida è e resta sempre quella della Vita e questo libro cosi aperto allo stupore della meraviglia e capace di uno sguardo unico sul figlio concepito diventa bussola per orientare le nostre scelte associative, per sostenere la famiglia, per contribuire alla costruzione del bene comune e per rifondare la politica.

Massimo Magliocchetti

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Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Carlo Casini, riconoscere la dignità del concepito è la prima pietra di un nuovo umanesimo, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, p. 46