Cosa ha detto la Corte Costituzionale sul suicidio assistito

La Corte costituzionale si è riunita in camera di consiglio per esaminare le questioni sollevate dalla Corte d’assise di Milano sull’articolo 580 del Codice penale riguardanti la punibilità dell’aiuto al suicidio di chi sia già determinato a togliersi la vita.


In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.


In attesa di un indispensabile intervento del legislatore, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.


La Corte sottolinea che l’individuazione di queste specifiche condizioni e modalità procedimentali, desunte da norme già presenti nell’ordinamento, si è resa necessaria per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili, come già sottolineato nell’ordinanza 207 del 2018.
Rispetto alle condotte già realizzate, il giudice valuterà la sussistenza di condizioni sostanzialmente equivalenti a quelle indicate.

Roma, 25 settembre 2019


I medici cattolici hanno annunciato che faranno obiezione di coscienza.


La grande responsabilità è del Parlamento.


Cosa ha detto Bassetti su eutanasia e suicidio assistito

Riportiamo il discorso del Presidente della Conferenza Episcopale italiana, Card. Gualtiero Bassetti, durante il convegno dell’11 settembre 2019, dal titolo “Eutanasia e suicidio assistito. Quale dignità della morte e del morire?


Introduzione

Carissimi, vi ringrazio per la vostra presenza numerosa e qualificata. Ringrazio la Segreteria Generale della CEI per il lavoro con cui in questi tre anni ha accompagnato il Tavolo “Famiglia e vita”, attorno al quale è nata la proposta di questo incontro, allargato a tante Associazioni e realtà. Siamo qui insieme per riflettere sulla questione del cosiddetto “suicidio assistito” e sulla sua regolamentazione da parte del Parlamento o, in sostituzione del Parlamento, da parte della Corte Costituzionale. La questione è stata sollevata il 14 febbraio dello scorso anno dalla Corte d’Assise di Milano, a proposito della sospetta illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del Codice Penale, che punisce chi aiuta o istiga una persona al suicidio. Il contesto, lo ricorderete, è quello del processo a Marco Cappato per aver assistito e confermato Fabio Antoniani nelle sue intenzioni suicidarie.

La Consulta ha, quindi, deciso di rinviare la trattazione della questione all’udienza del prossimo 24 settembre, invitando nel frattempo il Parlamento a colmare il vuoto giuridico riguardante le situazioni relative al fine vita. Se entro questa data il Parlamento non avrà condiviso un testo unico sull’argomento, la Consulta stessa potrebbe intervenire con una sua sentenza. Se così avverrà, il Parlamento avrà abdicato alla sua funzione legislativa e rinunciato a dibattere su una questione di assoluto rilievo.

Vista la gravità di queste tematiche e raccogliendo una preoccupazione diffusa, ho affidato il mio pensiero a un’ampia intervista, pubblicata dal quotidiano Avvenire in apertura dell’edizione di domenica 14 luglio. Su questo sfondo, oggi sento il dovere di esprimere nuovamente, a nome della Chiesa italiana, una posizione chiara su un tema che tocca i più diversi ambiti della vita individuale e associata; riguarda il piano normativo e, da questo, influenza il sentire comune e la prassi quotidiana, venendo a determinare gli stessi principi della convivenza.

Nel mio intervento odierno, intendo soffermarmi dapprima sulle implicazioni culturali della teoria e della pratica del suicidio assistito; affronterò poi le sue implicanze etiche, richiamando il principio inderogabile del rispetto della vita. In seguito, prenderò in esame le opzioni possibili in ambito giuridico, considerando l’incompatibilità di una legge favorevole al suicidio assistito con i principi costituzionali e la tutela dei diritti umani. Passerò poi a considerare le conseguenze sociali di una legittimazione del suicidio assistito e dell’eutanasia, per concludere con un riferimento al compito della Chiesa.

Il diffondersi di un pensiero e di pratiche contrari alla vita

Da alcuni anni, e con sempre maggior frequenza, specialmente a seguito di alcuni casi che hanno avuto una vasta eco nel dibattito pubblico, anche nel nostro Paese si discute la possibilità di ricorrere all’eutanasia come via d’uscita al problema di una prolungata malattia e di un’intensa sofferenza fisica; da parte di alcuni si pretende che tale pratica, finora illecita sotto il profilo giuridico, venga finalmente ammessa, come già accaduto in altri Stati.

L’eutanasia non va confusa con il rifiuto dell’accanimento terapeutico, distinzione che spesso non è compresa, quasi si volesse porre sempre in atto ogni possibile intervento medico, senza una valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure. Tuttavia, mentre nel caso del rifiuto all’accanimento, la morte è intesa come un male che ormai non può essere evitato, nel caso dell’eutanasia essa è direttamente cercata: sia che si tratti di eutanasia attiva – mediante la somministrazione al malato di sostanze letali – sia che si tratti della sua forma passiva, con l’omissione di cure o del sostegno necessari alla sopravvivenza. L’intenzione che muove chi compie l’atto eutanasico non è la rassegnazione davanti alla morte, ma la positiva scelta di porre fine all’esistenza del malato.

L’eutanasia potrebbe essere attuata contro la volontà del malato, nel qual caso si delineerebbe come omicidio, oppure assecondando la sua richiesta, configurandosi allora come assecondamento della volontà del malato di porre termine alla propria esistenza. In quest’ultima forma, l’eutanasia viene a rassomigliare fortemente al cosiddetto “suicidio assistito”, nel quale è il malato stesso a darsi la morte, in seguito all’aiuto prestatogli, su sua richiesta, da parte del personale sanitario, il quale prepara e porge le sostanze letali, che il paziente assume autonomamente. Il suicidio assistito differisce, dunque, solo formalmente dall’eutanasia, poiché in entrambi i casi l’intenzione dell’atto e il suo effetto sono i medesimi, cioè la morte della persona.

L’ammissione di questa pratica avrebbe effetti estremamente rilevanti dal punto di vista culturale, poiché il suicidio assistito è inteso dai suoi promotori come un diritto da assicurare a chi sia irreversibilmente malato e come un’espressione di libertà personale. Necessaria e sufficiente sarebbe la manifestazione del desiderio del soggetto di non proseguire la propria esistenza, intenzione alla quale si dovrebbe dare seguito e attuazione.

Dobbiamo soffermarci con attenzione su questo passaggio cruciale, perché rappresenta il punto di appoggio della posizione di coloro che rivendicano il diritto al suicidio e, al tempo stesso, il punto di maggiore debolezza del loro ragionamento. Essi ritengono che esaudire chi chieda di essere ucciso equivalga a esaltarne la libertà personale. In che modo, però, può dirsi accresciuta la libertà di una persona alla quale, proprio per esaudirla, si toglie la vita? Da parte nostra affermiamo con forza che, anche nel caso di una grave malattia, va respinto il principio per il quale la richiesta di morire debba essere accolta per il solo motivo che proviene dalla libertà del soggetto.

Ugualmente, va confutato il presupposto che quella di darsi la morte sia una scelta di autentica libertà, poiché la libertà non è un contenitore da riempire e assecondare con qualsiasi contenuto, quasi la determinazione a vivere o a morire avessero il medesimo valore. Se così fosse, non vi sarebbe ragione per prevenire il suicidio di alcuno. In tal caso, però, la base stessa della vita e della convivenza sociale sarebbero messe a repentaglio.

Il valore primario della vita

La volontà di togliersi la vita, anche se attraversata dalla sofferenza e dalla malattia, rivela una mentalità diffusa che porta a percepire chi soffre come un peso. Il malato diventa un peso per la famiglia, le cui maglie si allargano e il cui abbraccio nel nostro contesto sociale diventa fatalmente meno capace di sostenere chi è più debole. Il malato sperimenta, poi, di essere un peso perché l’assistenza assume un volto sempre meno umano e sociale; sulla bilancia dei costi e dei benefici, la cura di cui ha bisogno diventa sconveniente e gravosa.

È drammatico che la condizione di chi è meno autonomo sia percepita come una zavorra per la famiglia, per la società e per la comunità dei “forti”.

A bene vedere, questa visione si fonda su un presupposto utilitaristico, per il quale ha senso solo ciò che genera piacere o qualche forma di convenienza materiale. Dobbiamo guardarci dall’entrare anche noi, presto o tardi, nel vortice dell’indifferenza. Svegliamoci dal cinismo economicista che genera una mentalità che guarda solo all’efficienza. Circondiamo i malati e tutti i più deboli dell’amore del quale, come ogni essere umano, hanno bisogno per vivere. Facciamo sentire che il peso che portano non diventa un ostacolo per chi li circonda, ma genera in noi la prossimità e la cura.

Come cristiani siamo convinti  che la persona «non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri».[1] Ogni persona, quindi, ha una necessità costitutiva di relazione con gli altri e può realizzarsi solo nel dono di sé e nell’apertura al prossimo. Siamo persone, non semplici individui, e nessuno ha solo la capacità di dare o di ricevere, ma tutti diamo e riceviamo al contempo. La stessa malattia, se vissuta all’interno di relazioni positive, può assumere contorni molto diversi, e fare percepire a chi soffre che egli non solo riceve, ma anche dona. Anche per il malato, sottrarsi a questo reciproco scambio sarebbe – lo dico con grande rispetto ma con franchezza – un atto di egoismo, un sottrarsi a quanto ognuno può ancora dare.

Ecco allora la base sulla quale va negato che esista un diritto a darsi la morte: vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente. Mi rendo conto che questo pensiero ad alcuni sembrerà incomprensibile o addirittura violento. Eppure, porta molta consolazione il riconoscere che la vita, più che un nostro possesso, è un dono che abbiamo ricevuto e dobbiamo condividere, senza buttarlo, perché restiamo debitori agli altri dell’amore che dobbiamo loro e di cui hanno bisogno.

L’urgenza del dibattito parlamentare nel rispetto dei principi costituzionali

La logica utilitarista porta rapidamente a una crisi del diritto stesso, il quale si vede trasformato in mera convenzione, in arbitrarietà e accordo tra le parti, invece che essere il mezzo per promuovere i valori umani.

La crisi giuridica emerge con evidenza nel passaggio istituzionale al quale stiamo assistendo, apparentemente avvitatosi in un percorso senza sbocchi, ma in realtà orientato, sottotraccia, all’approvazione di principi lesivi dell’essere umano.

Incaricato dalla Corte costituzionale di legiferare attorno alle questioni dell’eutanasia e della morte volontaria, il Parlamento si è limitato a presentare alcune proposte di legge, senza pervenire né a un testo condiviso, né ad affrontare in modo serio il dibattito. Ora, per evitare che una sentenza della Consulta provochi lo smantellamento del reato di aiuto al suicidio, il Parlamento – come ha auspicato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – dovrebbe in breve tempo poter discutere e modificare l’art. 580 o, comunque, avviare un iter di discussione della legge che potrebbe indurre la Corte stessa a concedere un tempo supplementare.

La via più percorribile sarebbe quella di un’attenuazione e differenziazione delle sanzioni dell’aiuto al suicidio, nel caso particolare in cui ad agire siano i familiari o coloro che si prendono cura del paziente. Questo scenario, tutt’altro che ideale, sarebbe comunque altra cosa rispetto all’eventualità di una depenalizzazione del reato stesso.

Se si andasse nella linea della depenalizzazione, il Parlamento si vedrebbe praticamente costretto a regolamentare il suicidio assistito. Avremmo allora una prevedibile moltiplicazione di casi simili a quello di Noa, la ragazza olandese che ha trovato nel medico un aiuto a morire, anziché un sostegno per risollevarsi dalla sua esistenza tormentata. Casi come questi sono purtroppo frequenti nei Paesi dove è legittima la pratica del suicidio assistito.

In realtà, ben prima che sul reato di suicidio, i lavori parlamentari dovrebbero essere dedicati a una revisione delle Disposizioni Anticipate di Trattamento, approvate con la legge 219, del dicembre 2017. Le disposizioni contenute in quel testo, infatti, rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia. La legge 219 andrebbe, infatti, rivista laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato.

L’equivocità della legge sul biotestamento è resa evidente se messa in rapporto con il drammatico epilogo della vicenda del francese Vincent Lambert e al quale in Italia, proprio in virtù della legge 219, sarebbero state sospese nutrizione e idratazione, mediante l’accordo tra il medico e il legale, anche senza alcun coinvolgimento del giudice. 

L’approvazione del suicidio assistito nel nostro Paese aprirebbe allora un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo», il primo dei quali è quello alla vita. Tale contrasto segnerebbe dal punto di vista giuridico un passaggio irreversibile, con le enormi conseguenze sul piano sociale che tenterò ora di tratteggiare.

Il pericolo della selezione e l’urgenza della solidarietà

Quali sarebbero, dunque, gli effetti sociali qualora nell’ordinamento italiano venisse affermata la liceità del suicidio assistito e dell’eutanasia?

Non ci vuol molto per immaginare che si darebbe il via a un piano inclinato: diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato. L’eventualità di togliersi la vita rappresenterebbe in apparenza una via di fuga che assicura libertà, ma in realtà verrebbe a determinare una terribile incertezza: se sia più conveniente rinunciare all’esistenza o proseguirla. Lo ripeto: il togliersi la vita non è dignitoso per l’essere umano; il semplice credere di poterlo fare è in grado di svuotare di senso tutta l’esistenza personale. Tale scenario sarebbe devastante, per esempio, nei passaggi difficili dell’adolescenza, e la frase detta per assurdo dai ragazzi: «Preferirei morire!», diventerebbe drammaticamente più concreta.

L’introduzione dell’eutanasia aprirebbe anche ad altri scenari: indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto. Il caso di Charlie, il piccolo britannico al quale è stata negata, contro il parere dei genitori, l’opportunità delle cure, rappresenta in tal senso un caso emblematico.

Siamo una società che già seleziona, e stabilisce chi tra gli esseri umani sia anche persona e porti o meno il diritto di nascere e di vivere: i più indifesi sono già eugeneticamente selezionati e in una grande percentuale non sono fatti nascere se portano qualche malattia o malformazione.

Le leggi di cui temiamo l’approvazione non farebbero che ampliare tale obbrobrio, rendendo la vita umana sempre più simile a un oggetto e sempre più soggetta alla regola del consumismo: si usa e si getta. Verrebbe così trasformato pure il senso della professione medica, alla quale è affidato il compito di servire la vita. La stessa sanità diventerebbe sempre più una sanità a due livelli, e si accrescerebbe la pericolosa tendenza a offrire cure più o meno qualificate, a seconda delle possibilità economiche di ognuno.

Mi piace a questo punto citare l’insegnamento del Papa. Lo faccio in un momento nel quale il parlare mi è divenuto pesante, a causa dell’asprezza dei contenuti; il ricordo della testimonianza quotidiana del Santo Padre, mi porta consolazione e m’infonde speranza. Dopo aver riconosciuto che «in molti Paesi c’è una crescita della richiesta di eutanasia», Papa Francesco afferma: «Ciò ha portato a considerare la volontaria interruzione dell’esistenza umana come una scelta di “civiltà”. È chiaro – aggiunge – che laddove la vita vale non per la sua dignità, ma per la sua efficienza e per la sua produttività, tutto ciò diventa possibile. In questo scenario occorre ribadire che la vita umana, dal concepimento fino alla sua fine naturale, possiede una dignità che la rende intangibile». E conclude: «Il dolore, la sofferenza, il senso della vita e della morte sono realtà che la mentalità contemporanea fatica ad affrontare con uno sguardo pieno di speranza. Eppure, senza una speranza affidabile che lo aiuti ad affrontare anche il dolore e la morte, l’uomo non riesce a vivere bene e a conservare una prospettiva fiduciosa davanti al suo futuro. È questo uno dei servizi che la Chiesa è chiamata a rendere all’uomo contemporaneo».[2]

Il compito ecclesiale della testimonianza nelle opere e nelle parole

L’ultimo spunto che brevemente considero, riguarda proprio il compito della Chiesa. Essa è chiamata a rendere testimonianza ai valori evangelici della dignità di ogni persona e della solidarietà fraterna. Nel quadro della nostra società, spesso smarrita e in cerca di un senso e di un orientamento, la Chiesa questi valori deve viverli, facendo anche sentire la propria voce senza timore, soprattutto quando in gioco ci sono le vite di tante persone deboli e indifese.

Su temi che riguardano tutti, il contributo culturale dei cattolici è non solo doveroso, ma anche atteso da una società che cerca punti di riferimento. Ci è chiesto infatti, come Chiesa, di andare oltre la pura testimonianza, per saper dare ragione di quello che sosteniamo.

Ecco allora il valore insostituibile delle comunità cristiane e delle Associazioni: vi saluto davvero tutte con grande cordialità e affetto! Siete contesti vitali nei quali sperimentare fraternità e condividere intenti e progettualità.

Con questo, al mondo della politica assicuro che la Chiesa riconosce e promuove una sana laicità, mentre partecipiamo con umiltà e convinzione al dibattito pubblico e non esitiamo a incalzarlo perché non smarrisca la dignità di ogni essere umano né ceda a discriminazioni e a tentazioni selettive. La preoccupazione manifestata da tanti laici, anche di diversa sensibilità, possa contribuire a un positivo confronto, e faccia maturare giudizi sempre più avveduti e consapevoli.

Conclusione

Ringrazio tutti voi per essere qui oggi e per l’impegno con il quale contribuite al dibattito pubblico sulle tematiche relative alla vita. Che questa passione per la tutela e la promozione della vita e dell’autentica libertà delle persone, possa diffondersi a tutti i cristiani, a tutti i cittadini e ai nostri Parlamentari, molti dei quali so essere presenti in sala o comunque partecipi.

Il Signore ci assista in quest’opera di testimonianza alla dignità di ogni persona, che egli ha creata e redenta. La Madre di Gesù, che ha portato la croce insieme al suo Figlio, ci insegni a lottare, a sopportare, a guardare oltre la materialità delle cose, con occhi di fede.

Gualtiero Card. Bassetti

Arcivescovo di Perugia – Città della Piev

Presidente della CEI


[1] E. Mounier, Il personalismo, AVE, Roma 2004, 60.

[2] Papa Francesco, Discorso ai partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, 26 gennaio 2018.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Biotestamento: un bilancio dopo un anno dall’approvazione

di Massimo Magliocchetti

Era il 14 dicembre 2018 quando il Parlamento ha approvato la legge sulle Dat, inserendo nel nostro ordinamento il principio della disponibilità della vita umana. Dalle colonne del mensile Si alla Vita, per sei lunghi mesi – periodo in cui il dibattito è entrato nel vivo della discussione – abbiamo provato a spiegare le molteplici storture di questa infausta legge. Dopo un anno dalla sua promulgazione è tempo di fare un primo bilancio.

7 cittadini su 10 non conoscono la legge. – Secondo i dati diffusi pochi giorni fa dal Sole 24Ore emerge che, secondo una ricerca Focus Management per Vidas sulle percezioni relative al testamento biologico, su un campione di 400 cittadini lombardi Solo 3 cittadini su 10 pensano al fine vita. Ma il dato ancor più importante è che 70% degli intervistati è mediamente favorevole al biotestamento. Il 63% teme che sia uno step verso l’eutanasia. Nella strategia di propaganda un ruolo determinante l’ha giocato la televisione: l’82% è venuta a conoscenza della legge tramite il piccolo schermo.

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Cassazione: istigazione al suicidio è «forma subdola di coartazione della volontà»

La Cassazione orienterà la Corte Costituzionale sul caso Dj Fabo?

di Massimo Magliocchetti

La Corte di Cassazione è tornata a decidere sul tema dell’istigazione del suicidio assistito con una pronuncia che conferma la totale incompatibilità di tale fattispecie con i «nuovi diritti». La decisione è stata pubblicata nello stesso periodo in cui la Corte Costituzionale avrebbe dovuto decidere la legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., nel contesto del processo del leader dei Radicali, Marco Cappato, per la morte di Dj Fabo.

Ad oggi, l’art. 580 del codice penale punisce con la reclusione da cinque a dodici anni, se il suicidio avviene, «chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione».

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Fine vita, Leotta: «no diritto alla more, si diritto a non soffrire»

Intervista aò Prof. Avv. Carmelo Domenico Leotta, professore associato di diritto penale all’Università Europea di Roma e avvocato del Foro di Torino.

di Massimo Magliocchetti

La questione del fine vita, specialmente quando sono previste modifiche legislative, interroga anche il mondo dei giuristi. Non solo perché le leggi fanno cultura, ma soprattutto perché ogni norma poi regola la vita dei consociati. Più di altre volte, in questo caso gli interessi e diritti in gioco sono delicatissimi. Per questo motivo, abbiamo incontrato il Prof. Avv. Domenico Leotta, professore associato di diritto penale all’Università Europea di Roma e avvocato del Foro di Torino. Ultimamente è stato audito dalle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali lo scorso 25 giugno sulle proposte di modifica all’art. 580 c.p., in tema di aiuto e istigazione al suicidio.

Professore, il 24 settembre scorso la Corte Costituzionale ha sospeso il giudizio in merito alla questione di costituzionalità della norma del codice panale che sanziona l’aiuto o l’istigazione al suicidio. Ci spiega cosa ha detto la Consulta nell’ordinanza?

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Legge sull’eutanasia, Menorello: «il Parlamento reagisca, freni le derive eutanasiche»

Intervista a Domenico Menorello, Avvocato cassazionista e Deputato della XVII legislatura, coordinatore dell’Osservatorio parlamentare “Vera Lex?”

di Massimo Magliocchetti

È iniziato il conto alla rovescia: il 24 settembre la Corte Costituzionale riscriverà la norma sul suicidio assistito, se non sarà il Parlamento a prendere su di sé la responsabilità di farlo. In questo anomalo scenario, dove i poteri dello Stato sembrano aver mutato i loro ordinari compiti, una parte della politica preme sull’acceleratore. «Non si può più aspettare», afferma Domenico Menorello, Avvocato cassazionista e Deputato della XVII legislatura, coordinatore dell’Osservatorio parlamentare Vera Lex?, che insieme al mondo dell’associazionismo prolife e profamily sta guidando i lavori e l’organizzazione per una controffensiva politica e culturale. Menorello è stato tra i promotori dell’evento dell’11 luglio, dal titolo «“Diritto o “condanna” a morire per le vite “inutili”?», al quale hanno partecipato insieme a più di trenta associazioni, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giancarlo Giorgetti, il Vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, Alfredo Mantovano e Assuntina Morresi del Comitato Nazionale di Bioetica. Lo abbiamo incontrato per capire meglio cosa sta accadendo sul fronte del fine vita.

Onorevole, in questi giorni è iniziato il conto alla rovescia per la decisione della Corte Costituzionale del prossimo 24 settembre in tema di suicidio assistito. Come sta vivendo questi momenti?

«Viene in mente quello stupefacente dialogo ne “Il Signore degli anelli“: “Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni”, esclamò Frodo. “Anch’io”, annuì Gandalf “come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”. Nel lavoro svolto in questi giorni con molti amici delle associazioni e politici ho potuto via via rendermi conto di più quanto sia grave la possibilità che l’eutanasia sia introdotta in Italia. Perché una legge indica sempre un valore ritenuto “bene”, come insegna San Tommaso. Quindi, una eventuale legalizzazione del “procurare la morte” affermerà una antropologia triste, in cui l’uomo, ciascun uomo, riceverà cura e rispetto solo fino a che sarà performante, adeguato secondo i parametri sociali ed economici della mentalità dominante e dei poteri forti che la condizionano. Quando invece arriveranno i momenti di fragilità, di malattia, di debolezza, di disabilità, di vecchiaia, ebbene una norma sull’eutanasia sarebbe lì a dire all’interessato e ai suoi cari che forse quel tempo difficile non è così importante, né lo é più la sua vita. Altro che centralità della persona! Ma noi sappiamo che non é così! Noi sappiamo che ogni istante della vita é segno di una chiamata verso un Destino buono, verso una felicità che desideriamo sempre con una insopprimibile tensione, tensione che è la cifra stessa dell’essere uomo. Anzi, proprio il dolore e la sofferenza sono il limite esistenziale in cui questa chiamata alla pienezza “grida” di più, in cui si capisce con chiarezza che “tutte le immagini portano scritto: più in là” (Montale). Vi è, poi, la grandezza dell’uomo che si prende cura di un altro uomo sofferente, che con-divide e com-partecipa con lui di questo anelito, in quel momento di debolezza. Se invece piegheremo il Servizio Sanitario Nazionale alla morte anziché alla vita, la stessa struttura sanitaria pubblica si porrà contro l’uomo, impedirà la straordinaria e commovente solidarietà umana e medica che abbiamo visto testimoniata anche nel commovente seminario dell’11 luglio, diverrà funzionale a spezzare i legami, ad aumentare la solitudine, favorendo la disperazione anziché la speranza. Siamo perciò, oggi più che mai, chiamati a vivere e testimoniare a tutti che una antropologia più bella, più umana esiste ed é possibile. È quella stessa cultura che ha costruito la civiltà occidentale, che origina nella corrispondenza inattesa e desiderata dell’Annuncio cristiano, che per ognuno di noi é possibile vivere pienamente in qualunque contingenza personale, sociale o politica».

 Lo scorso 11 luglio ha partecipato alla mobilitazione di politici e associazioni a favore della vita, ma già nell’osservatorio parlamentare Vera Lex?, di cui è il coordinatore, si è impegnato per garantire più consapevolezza al Parlamento su questo scivoloso tema. Cosa sta accadendo dentro il palazzo?

«Come Lei ha acutamente osservato, il primo problema del Palazzo sembra essere proprio quello di accorgersi di ciò che sta per capitare. Il 24 settembre la Corte costituzionale introdurrà, se rimarrà coerente con l’ordinanza n. 207/18, la legalizzazione dell’eutanasia per sentenza, dichiarando incostituzionale in tutto in parte l’art. 580 del Codice penale, che punisce l’aiuto al suicidio. Ma di questa imminente tempesta non sembrano accorgersi né le rappresentanze politiche, né i grandi media.

Inoltre, tutte le forze politiche dovrebbero convenire che è il Parlamento il luogo di scelte così dirimenti per la vita del Paese, non una camera di consiglio di un collegio giudicante, per quanto il Giudice possa essere importante e autorevole. Ci si aspetterebbe una reazione da parte delle istituzioni parlamentari, se non altro per affermare i propri ruolo e significato. Invece, tacciono.

II terzo livello di attenzione da parte del legislatore dovrebbe essere la consapevolezza per cui l’introduzione dell’eutanasia significherebbe cambiare il modello antropologico di riferimento e modificare strutturalmente il Servizio Sanitario Nazionale.

Mi preoccupa, invece, l’imbarazzante difficoltà di giudizio che caratterizza quasi tutti i gruppi parlamentari, che non sembrano nemmeno reagire a un vero e proprio “esproprio” del ruolo che spetta al legislatore. Sembra che siano bloccati di fronte a qualsiasi posizione possa sembrare non in linea con i luoghi comuni e il pensiero dominanti. Si ha l’impressione che scappino, trasversalmente, da ogni decisione che non appaia politically correct.».

Al momento sono state presentate quattro proposte di legge sul fine vita. Tuttavia, nelle due componenti del Governo sembra che ci siano distanze siderali che farebbero pensare ad un mancato accordo sui temi etici. È importante decidere prima della decisione della Consulta?

È fondamentale. E chi impedirà alla Camera di deliberare in aula tempestivamente, in realtà avrà voluto la sentenza eutanasica della Consulta. Questa volta il “non-fare” equivale al “fare”. Oramai il trucco é chiaro e non ci casca più nessuno. Chi impedirà all’Aula di Montecitorio di deliberare nei prossimi giorni sarà responsabile dell’“eutanasia per sentenza”.

Più in particolare, da questa decisione non può rimanere assente soprattutto la maggioranza di Governo! Infatti, chi dei due partiti di maggioranza lascerà spazio alla Corte costituzionale per sentenziare la legalizzazione dell’eutanasia avrà anche rotto il patto di governo. Lega e 5 Stelle reggono il loro accordo di governo anche sulla specifica intesa di NON modificare la legislazione vigente sui c.d. “temi etici”. Se invece i 5 Stelle continuassero a boicottare la possibilità di arrivare in aula a Montecitorio, consentiranno la legalizzazione dell’eutanasia per sentenza, rompendo l’accordo di Governo sulla questione più importante. A quel punto (che speriamo non si verifichi mai!), la Lega potrà davvero far finta di nulla e continuare ad autocandidarsi come difensore dei valori non negoziabili? Ci accodiamo al sommo poeta: qui si parrà la tua nobilitate …»

Nel dibattito sul fine vita l’eliminazione del paziente attraverso l’eutanasia o il suicidio assistito sembra essere l’unica soluzione. Ma in Italia abbiamo una meravigliosa (e dimenticata) legge sulle cure palliative. Cosa pensa in merito?

«La miglior risposta a questa fondamentale domanda mi sembra quella fornita da Dame Cecily Saunders, fondatrice degli Hospice, in un’intervista del 1983: “Penso che quando si comincia a parlare di modalità per abbreviare deliberatamente la vita si entra in un terreno davvero molto pericoloso. Penso che parte della risposta sia legata alla possibilità di dire alle persone: guarda, non dovrai soffrire un dolore che non può essere controllato, non diventerai meno di quello che sei a causa del trattamento che ti daremo. Puoi essere te stesso. Ma l’eutanasia è qualcosa che ha origine nella paura. E penso che molto del lavoro svolto dai geriatri e negli Hospice, ha dimostrato che si tratta veramente di una paura infondata. Ma il vero pericolo non è solo che l’eutanasia aumenterebbe la paura, se uno parlasse della necessità di introdurre una legge a proposito, ma soprattutto toglierebbe la terra sotto i piedi a un gran numero di persone vulnerabili, che molto facilmente penserebbero – Ho il diritto di abbreviare la mia vita, e dunque ora ho il dovere di farlo, perché sono un peso per altri, e la mia vita come parte della società è ormai priva di valore-. Sono davvero convinta che dobbiamo dire alle persone che hanno un valore perché ci sono, e che avranno un valore fino all’ultimo istante della loro vita. E che faremo di tutto per rendere la loro vita quanto migliore possibile. Non voglio dire che non ci siano situazioni molto difficili. E non voglio stare seduta qui a giudicare qualcuno che ha scelto di morire. Ma quello che continuiamo a vedere, più e più volte, è che il momento del fine vita può essere un’occasione fantastica per le famiglie ed i loro cari. E cosa si sarebbero persi se avessero rinunciato a quella occasione, invece di tener duro, per così dire, e scoprire quello che c’è da scoprire”. Che prospettiva umana affascinante! Altro che la disperazione di Stato travestita da cloruro di potassio!»

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su Si alla Vita web, Luglio 2019 – Dossier “Fine Vita: sempre degni, sempre curabili”.

Fine vita, Pagano: «no all’eutanasia». Cure palliative? «Fondamentali, siano per tutti»

Intervista ad Alessandro Pagano, deputato, firmatario di una proposta di legge in tema di suicidio assistito

di Massimo Magliocchetti

L’estate dovrebbe essere un momento di riposo e programmazione. Invece per alcuni eroici deputati e Senatori questi ultimi giorni di luglio sono l’ultimo momento utile per evitare che in Italia a settembre arrivi l’eutanasia per sentenza, senza un serio ed ampio dibattito parlamentare. In prima linea c’è Alessandro Pagano, classe 59, originario di San Cataldo (Caltanissetta). Siede tra le fila della Lega, da mesi insieme ad altri colleghi lavora incessantemente per fermare pericolose derive eutanasiche. È primo firmatario di una proposta di legge di chiaro stampo prolife, che prova a trovare una mediazione in un nodo di dinamiche molto delicate: moniti della Corte Costituzionale, proposte di legge di iniziativa popolare di stampo radicale, una maggioranza divisa e lo scorrere inesorabile dei giorni. «Non c’è più tempo, è una fase delicatissima», sottolinea con voce ferma e decisa. Lo abbiamo incontrato per capire meglio cosa sta succedendo sul fronte del fine vita.

Onorevole, cosa sta accadendo a Montecitorio sul fronte del fine vita?

«La situazione è complessa. Lo scorso 24 settembre la Corte Costituzionale ha affidato al Parlamento il termine di un anno per legiferare sul tema dell’aiuto e l’istigazione al suicidio, stimolando alcune modifiche. L’Ordinanza 207/2018 ha destinato non poche pagine per sostenere che la norma penale impugnata ha qualche ragione di permanenza nell’ordinamento. Ha ribadito che è necessario tutelare le persone più deboli e in difficoltà, per le quali il suicidio è una tentazione da non assecondare. Allo stesso tempo, però chiede che sia rivista. Finora sono state presentate alcune proposte di legge, tra loro molto differenti. Ad oggi le Commissioni riunite Affari Sociali e Giustizia della Camera hanno incaricato i due relatori di maggioranza (Turri per la Lega e Trizzino per il Movimento 5 Stelle, ndr) per fare una sintesi da portare in Aula, capace di tenere insieme le varie sensibilità. Personalmente ha presentato una proposta di legge, la n. 1888/2019, che è stata firmata da tutti i colleghi della Lega»

Si arriverà ad una sintesi in tempi ragionevoli?

«Nonostante la voglia di fare sintesi, ci troviamo davanti ad un’impasse: i due relatori, infatti, hanno su molti aspetti due posizioni diametralmente opposte. Il testo da portare in aula tarda ad arrivare. Perché da una parte la nostra proposta esprime in modo plastico i principi della cultura prolife, mentre quella dei colleghi di maggioranza si pone come filo eutanasica».

Nella sua proposta di legge prevede la modifica minimale dell’art. 580 del codice penale. Di cosa si tratta?

 «È necessario raccogliere il monito della Consulta, altrimenti ci troveremmo l’eutanasia per sentenza. Respingendo ogni pretesa eutanasica, nellaproposta di legge prevediamo una prima risposta alla sollecitazione della Corte costituzionale. Come Lei ha osservato, la nostra proposta di legge introduce una forma attenuata di reato, individuando quale soggetto attivo chi conviva stabilmente con il malato, precisando due tipologie di condizioni che rendono meno grave l’illecito: la prima attinente all’autore del fatto, la cui condotta è condizionata dal grave turbamento determinato dalla sofferenza altrui, la seconda riguardante l’ammalato, tenuto in vita con strumenti di sostegno vitale, interessato da una patologia irreversibile fonte di intollerabile sofferenza. Attenzione, però: l’aiuto e l’istigazione al suicidio rimangono reato».

Sono previste anche modifiche della legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat). Di cosa si tratta nello specifico?

«Alimentazione e idratazione sono cure naturali, non sono terapie. L’acqua e il cibo non diventano farmaci perché somministrati con strumenti artificiali. Su questo punto vogliamo essere molto chiari. E ci rifacciamo all’ampia letteratura scientifica che non considera trattamenti sanitari la nutrizione e l’idratazione, anche artificiali. Vogliamo quindi modificare la legge sulle Dat che invece ha effettuato tale impropria parificazione, sempre che il paziente sia in grado di assimilare quanto gli viene somministrato».

Fermo restando il monito della Corte, come si pone la Sua proposta di legge per tutelare la vita delle persone vulnerabili?

«La Corte nella sua anomala decisione ha fissato due elementi importanti. Uno di questi è l’importanza delle cure palliative, che accompagnano il malato nella fase terminale della sua vita, dando dignità alla persona. Sono già state oggetto della L. 38/2010 che, però, è stata largamente dimenticata e disapplicata, comunque non applicata pienamente. Grazie alle cure palliative il paziente allontana ogni eventuale desiderio di interrompere la sua vita, perché è possibile alleviare il dolore e le sofferenze. Nella nostra proposta puntiamo a rendere effettivo il ricorso alle cure palliative, come già previsto dall’articolo 2 della legge n. 219 del 2017 e come è richiesto dalla Consulta, con la presa in carico del paziente da parte del Servizio sanitario nazionale al fine di praticare un’appropriata terapia del dolore. In tal caso è bene indicare i requisiti specifici della sedazione profonda, che deve necessariamente seguire, in presenza di sintomi refrattari ai trattamenti sanitari, le cure palliative, allo scopo di non trasformarsi in un trattamento eutanasico».

Almeno su questo aspetto registra punti di incontro con i colleghi parlamentari?

«Sulle cure palliative siamo tutti d’accordo. Il potenziamento delle cure palliative è fondamentale, come lo diventa il potenziamento degli Hospice, cioè le strutture ospedalizzate che accompagnano i morenti nella loro più delicata fase della vita, senza intervenire attivamente per procurare la morte».  

E allora quali sono i punti su cui sarà più difficile trovare un punto di incontro?

«Uno dei punti più complessi è la modifica dell’art. 580 del codice penale, che punisce l’aiuto e l’istigazione al suicidio. Sul punto si sono impostazioni differenti. I 5Stelle vorrebbero la depenalizzazione del reato, mentre la nostra posizione è quella intervenire sulla norma tenendo in considerazione alcune circostanze del reato. La posizione del convivente, familiare in senso formale o no, è evidentemente diversa da quella di altri e tollera un trattamento distinto e una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell’ordinamento».

E per i medici?

«Sui medici manteniamo l’idea che debba essere ferma la previsione integrale del reato di aiuto al suicidio».

La sua proposta di legge prevede il diritto all’obiezione di coscienza per medici. Sarà forse uno dei punti più controversi per il dibattito in Aula. Cosa si aspetta in merito?

«Per citare i Promessi Sposi, Manzoni in questo momento direbbe che il buon senso è il grande assente di questa società. Credo che una democrazia debba prendere le decisioni a maggioranza, ma nessuno può costringere i cittadini su temi a forte valenza etica. Il legislatore lo ha previsto per la legge sull’aborto, dovrebbe farlo anche in questo caso. Nella nostra proposta di legge lo abbiamo inserito espressamente, in coerenza con le indicazioni della Consulta, introducendo la disciplina dell’obiezione di coscienza per il medico e per il personale sanitario».

Sarebbe un grande passo in avanti, in controtendenza rispetto alla legge sulle Dat…

«Nella scorsa legislatura la maggioranza, prevalentemente il PD, si sono ostinati ad escluderla. Credo invece che l’obiezione di coscienza sia un baluardo di civiltà. Siamo contrari ad ogni esclusione del diritto all’obiezione di coscienza. Ma non è questa la battaglia principale».

Quale sarebbe, Onorevole?

«Oggi la battaglia principale è modificare l’art. 580 del codice penale e rafforzare le cure palliative. È però un territorio di scontro, inspiegabilmente e ingiustificatamente. Pe questo mi appello al buon senso».

Il Parlamento, a questo punto, può permettersi di non prendere una posizione sul tema?

«Assolutamente no. In primo luogo perché si verrebbe a creare una sorta di delega che viene lasciata alla Corte Costituzionale. Un anno di tempo non è certo il tempo giusto per discutere un tema così importante, anche tenuto conto delle diverse sensibilità, ma non legiferare sarebbe un grande autogol. Verrebbe meno un potere fondamentale del popolo sovrano, che vedrebbe non decidere i suoi rappresentanti. In secondo luogo, una decisione della Corte, peraltro annunciata nell’Ordinanza dello scorso anno, per essere modificata necessità di modifiche più complesse di quanto succederebbe con una legge ordinaria».

Mi sembra di capire che sarebbe d’accordo anche con un testo di compromesso?

«L’ideale sarebbe che passasse la nostra proposta. Ma siamo aperti anche a mediazioni: lo abbiamo apertamente detto ai nostri colleghi di maggioranza. Mi creda, anche se la nostra proposta di legge passasse con modifiche che la rendono più blanda è sempre meglio di un non pronunciamento del Parlamento. Da questo punto di vista il pronunciamento della Corte Costituzionale sarebbe di gran lunga peggiore: l’eutanasia per sentenza è una pronuncia tombale».

Intervista de 25 luglio 2019

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato su Si alla Vita web, Luglio 2019 – Dossier “Fine Vita: sempre degni, sempre curabili”.

Fine vita, proposta di legge Pagano: ecco cosa prevede

Dopo il parere del Comitato Nazionale di Bioetica sul suicidio assistito, sembra tornare sulla scena politica la scadenza del 24 settembre, data in cui deciderà la Corte Costituzionale sul caso Cappato. Tra le proposte di legge sul tema, una soltanto non è di stampo eutanasico: il pdl del Deputato Alessandro Pagano. Ecco cosa prevede.

Manca poco meno di un mese alla scadenza del 24 settembre 2019, giorno in cui è prevista l’udienza davanti la Corte Costituzionale sul caso Cappato. In quella data, se il Parlamento non ascolterà la richiesta di oltre 30 associazioni nazionali e deciderà di non decidere, l’Italia vedrà modificato l’art. 580 del codice penale sul tema del suicidio assistito mediante sentenza. Senza dibattito parlamentare, entrerà nel nostro ordinamento il diritto alla morte. Anche il Comitato Nazionale di Bioetica in queste ore ha sostanzialmente detto che è necessaria una discussione sul tema, senza però aprire alla legalizzazione del suicidio assistito.

Alla Camera dei Deputati è stata presentata una proposta di legge, primo firmatario l’On. Pagano (in foto), che mira a recepire il monito della Consulta ponendo alcuni limiti, con una proposta che cerca di trovare un compromesso in un clima politico e culturale tesissimo e delicatissimo.

Ecco, in pillole, cosa propone, relativamente alle modifiche dell’art. 580 c.p. Per leggere il testo della proposta di legge, clicca qui.

  1. L’ordinanza della Corte Costituzionale: la palla passa al Parlamento

Con l’ordinanza n. 207 del 24 ottobre 2018 la Consulta ha rinviato la decisione all’udienza del 24 settembre 2019. Il provvedimento che ha disposto il rinvio, invece che poche righe – quelle che di regola in sede giurisdizionale servono a motivare lo slittamento e a indicare la nuova data –, ha destinato non poche pagine per sostenere che la norma penale impugnata ha qualche ragione di permanenza nell’ordinamento – tutelare le persone più deboli e in difficoltà, per le quali il suicidio è una tentazione da non assecondare – ma che, tuttavia, deve essere rivista. La presente proposta di legge intende dare un seguito alle indicazioni della Consulta, evitando comunque la loro trasposizione in norme eutanasiche, tenendo conto dei princìpi costituzionali richiamati nell’ordinanza n. 207 del 2018.

2. Tenere conto delle circostanze del reato

L’articolo 1, si prende carico dello stimolo operato dalla Consulta per provare a evitare che si introduca per la prima volta nel nostro ordinamento l’eutanasia per sentenza.

Fornisce una prima risposta alla sollecitazione della Corte costituzionale, in particolare di «considerare specificamente situazioni come quella oggetto del giudizio a quo: situazioni inimmaginabili all’epoca in cui la norma incriminatrice fu introdotta, ma portate sotto la sua sfera applicativa dagli sviluppi della scienza medica e della tecnologia, spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse, ma non di restituire loro una sufficienza di funzioni vitali».

3. Diverso ruolo, diverso trattamento

L’articolo 1 distingue, pertanto, la posizione di chi non ha alcun legame con il paziente e di coloro che, invece, da più tempo soffrono con il paziente a causa della costante vicinanza allo stesso. Questo spiega il riferimento alla convivenza: essa rappresenta un parametro obiettivo che agisce effettivamente sulle ragioni di attenuazione e non un dato meramente formale come la parentela o il coniugio, che presumibilmente provocherebbero ulteriori interventi costituzionali per il caso di parentela non estesa a conviventi affettivamente legati al malato. La posizione del convivente, familiare in senso formale o no, è evidentemente diversa da quella di altri e tollera un trattamento distinto e una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell’ordinamento.

4. L’istigazione e l’aiuto al suicidio rimangono reato

È la stessa Consulta che nell’ordinanza citata ricorda come «L’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio – rinvenibile anche in numerosi altri ordinamenti contemporanei – è, in effetti, funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere». La Corte ha aggiunto che «La circostanza, del tutto comprensibile e rispondente ad una opzione da tempo universalmente radicata, che l’ordinamento non sanzioni chi abbia tentato di porre fine alla propria vita non rende affatto incoerente la scelta di punire chi cooperi materialmente alla dissoluzione della vita altrui, coadiuvando il suicida nell’attuazione del suo proposito. Condotta, questa, che – diversamente dalla prima – fuoriesce dalla sfera personale di chi la compie, innescando una relatio ad alteros di fronte alla quale viene in rilievo, nella sua pienezza, l’esigenza di rispetto del bene della vita ». E ancora: «Il divieto in parola conserva una propria evidente ragion d’essere anche, se non soprattutto, nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita, qualora l’ordinamento consentisse a chiunque di cooperare anche soltanto all’esecuzione di una loro scelta suicida, magari per ragioni di personale tornaconto. Al legislatore penale non può ritenersi inibito, dunque, vietare condotte che spianino la strada a scelte suicide, in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite. Anzi, è compito della Repubblica porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa in simili situazioni di fragilità, rimovendo, in tal modo, gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (art. 3, secondo comma, Cost.)».

5. Introduzione di una forma attenuata di reato

Alla stregua di tali princìpi, l’articolo 1, come osservato, introduce una forma attenuata di reato, individuando quale soggetto attivo chi conviva stabilmente con il malato, precisando due tipologie di condizioni che rendono meno grave l’illecito: la prima attinente all’autore del fatto, la cui condotta è condizionata dal grave turbamento determinato dalla sofferenza altrui, la seconda riguardante l’ammalato, tenuto in vita con strumenti di sostegno vitale, interessato da una patologia irreversibile fonte di intollerabile sofferenza.

Per leggere il testo completo della proposta di legge, clicca qui.