Politiche familiari: conciliare vita e lavoro come strumento di prevenzione dell’aborto

L’indagine sul rapporto tra maternità e mondo del lavoro è stata al centro di uno dei quattro gruppi di lavoro della Terza Conferenza Nazionale della Famiglia. Il Movimento per la Vita ha partecipato con alcuni delegati per contribuire a sintetizzare le varie proposte che sono state messe al centro del documento preparatorio all’evento. La conciliazione dei tempi di famiglia, vita e lavoro è una tema che attualmente interessa le politiche sociali e del lavoro, tanto da essere stato al centro di uno dei recenti decreti attuativi del Jobs Act.

Appunti per una bioetica del lavoro. – L’approfondimento della conciliazione dei tempi di vita e lavoro interroga anche il volontariato del Movimento per la Vita in quanto una sintesi dei problemi e delle proposte può essere di sostegno per ridare speranza alle donne che si rivolgono ai Centri di Aiuto alla Vita. Seppur con le difficoltà di un’analisi che non riesce a trattare esaurientemente tutti i complessi temi del diritto del lavoro, il presente contributo aspira ad iniziare a costruire le basi di una bioetica del lavoro, cioè una riflessione critica sulle scelte giuridiche e politiche che hanno dirette conseguenze sulla donna e sul figlio durante il complesso periodo della gravidanza e del puerperio all’interno del rapporto di lavoro[1].

Politiche familiari come prevenzione all’aborto. – Infatti, iniziare a ragionare sull’importanza delle politiche familiari e le disposizioni a tutela della maternità come una concreta modalità di prevenzione all’aborto, a par di chi scrive, rappresenta una scelta potenzialmente vincente per inquadrare correttamente le problematiche delle giovani donne in età fertile che si trovano a vivere una gravidanza indesiderata o difficile, al fine di permettere loro di accogliere il proprio bambino e, al tempo stesso, di vivere appieno l’esperienza lavorativa senza alcun tipo di discriminazione prima, durante e al termine del rapporto di lavoro.

L’ottica con la quale è sarà condotta questa breve riflessione parte da una impostazione bioetica di stampo personalista. Si ritiene giusto e doveroso accordare maggiore importanza alla persona e ai suoi bisogni rispetto alle esigenze produttive che si trovano nel bilanciamento degli interessi del datore di lavoro e dell’azienda con quelli della lavoratrice, tanto più in virtù del fatto che sia durante la gravidanza che nel periodo di puerperio i soggetti da tutelare sono due, la madre e il figlio. Tuttavia non si deve riconoscere nel datore di lavoro il solo soggetto che deve farsi carico di questa protezione.

Conciliare vita e lavoro: una necessità per rilanciare il Paese. –  La questione della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro deve essere necessariamente indagata alla luce delle importanti novità introdotte con il Jobs Act, in particolare, con la nuova normativa contenuta nel D. lgs. del 15 giugno 2015, n. 80.

La centralità del tema è dovuta alla stretta relazione che assume con la qualità di vita e il benessere dei cittadini, oltre al fatto che, specialmente al giorno d’oggi, le responsabilità lavorative tendono pericolosamente ad assorbire ogni altra responsabilità, tra cui quelle genitoriali, oltre ad essere al tempo stesso causa e conseguenza dell’alto tasso di denatalità[2]. Di converso, nell’ottica personalista, le necessità della prole non possono essere soggiogate da interessi meramente produttivi. Dunque, nasce il bisogno di trovare soluzioni, anche temporanee, per provare a equilibrare questi due poli di tensione.

La questione, già di per sé problematica, viene ulteriormente complicata da tre fattori. Il primo attiene ai cambiamenti del mondo del lavoro, i suoi obiettivi, la sua organizzazione territoriale e i tempi in cui viene prestato[3]. In secondo luogo, i cambiamenti che sta subendo l’istituto della famiglia[4] impongono all’operatore del diritto di aggiornare modelli di intervento che non risultano più efficienti. Infine, il cambiamento dell’idea della qualità della vita e delle relazioni familiari comandano una revisione e una nuova riflessione sul tema.

L’attualità di questa importante tematica che, tra l’altro, risulta essere il vero banco di prova delle politiche sociali per la tutela della maternità, viene altresì confermata dalla posizione di preminenza che ha avuto in seno alla Terza Conferenza Nazionale per la Famiglia, tenutasi a Roma il 28 e 29 settembre 2017.

I tre filoni della conciliazione famiglia-lavoro. -La conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, anzitutto, è una materia complessa che può essere enucleata in tre filoni principali: le misure che accompagnano la nascita di un figlio, le misure che agevolano il periodo di puerperio, le misure dedicate alla cura dei familiari e degli anziani. Ai fini del nostro approfondimento ci si concentrerà sulle prime due misure che, rispettivamente, si estrinsecano nei congedi di maternità e nei congedi parentali.

Dall’analisi della novella, che certamente in questa sede non può dirsi esaustiva, emergono alcuni aspetti che possono essere salutati in modo positivo e altri che, invece, stimolano ad una riflessione sulla loro non pacifica genuinità. Prima di affrontarli, però, in linea generale, è il caso di evidenziare le innovazioni introdotte dalla nuova disciplina giuslavoristica contenuta nel Jobs Act.

Le novità introdotte dal Jobs Act. – Con il D. lgs. del 15 giugno 2015, n. 80, per quanto riguarda il congedo di maternità, viene previsto che in caso di parto prematuro i giorni di congedo obbligatorio non goduti prima del parto siano aggiunti al termine del periodo di congedo obbligatorio post partum (art. 2, lett. a); inoltre si prevede l’eventualità, in caso di ricovero ospedaliero del bambino, di sospendere il congedo obbligatorio per godere del tempo rimanente dopo le dimissioni dall’ospedale (art. 2, lett. b). Se la prima disposizione può essere salutata in modo positivo perché posta a garanzia del tempo necessario alla donna per riposare e riprendere le forze dopo il parto, la seconda apre ad una serie di problemi.

Luci e ombre della «nuova» astensione obbligatoria. – In primo luogo, da un punto di vista meramente organizzativo, la sospensione del congedo obbligatorio pone un problema al datore di lavoro che vede tornare una propria dipendente nell’organico quando, verosimilmente, si è organizzato per sostituirla nel periodo di maternità. In secondo luogo, dal punto di vista legislativo si palesa una erosione del principio di non derogabilità[5] del periodo di astensione obbligatoria, il quale dopo questo primo vulnus potrebbe subire deroghe più ampie contravvenendo alla ratio dell’istituto volto a tutelare la salute della donna e del bambino prima e dopo l’evento del parto, nonché le irrinunciabili necessità relazionali e fisiologiche del bambino durante i primi mesi di vita.

Il vero banco di prova: i congedi parentali. – Le modifiche di maggior rilievo interessano l’istituto del congedo parentale. Con il D. lgs. del 15 giugno 2015, n. 80, il legislatore permette di flessibilizzare la fruizione del congedo parentale sia giornalmente che su base oraria, lasciando spazio alla contrattazione aziendale per la definizione delle disposizioni di dettaglio. Tale decisione rispecchia la volontà di personalizzare la decisione in modo specifico e non standardizzato, avviando una coproduzione del servizio fornito alla famiglia al fine di permettere di concretizzare il principio di sussidiarietà orizzontale all’interno dell’unità produttiva, nonché territorializzare la misura conciliativa in modo tale da responsabilizzare anche le famiglie oltre al datore di lavoro[6].

Lavoratore, datore di lavoro e Stato: conciliare in modo sussidiario. – Al fine di promuovere la contrattazione di secondo livello il Jobs Act prevede incentivi sotto forma di sgravi contributivi per i datori di lavoro privati che, grazie alle risorse finanziarie cui hanno accesso in virtù degli artt. 1, 4 e 5 del Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali del 12 settembre 2017, si accordano con i propri lavoratori nel prevedere almeno due misure conciliative previste nel Decreto. Le misure devono rientrare in quelle previste nel Decreto, articolate in diverse macroaree: intervento sulla genitorialità, flessibilità organizzativa del lavoratore e welfare aziendale. Ad esempio, possono essere previste misure conciliative come l’estensione temporale dei congedi di paternità, estensione dei congedi parentali e le relative indennità economiche ovvero spazi ludico – ricreativi aziendali, piuttosto che flessibilità organizzative in entrata e in uscita oppure convenzioni con strutture per servizi di cura. Tale misura, avviata in modo sperimentale per un biennio, risponde alla volontà di promuovere una serie di sperimentazioni in modalità progressive sulla base delle valutazioni congiunte dei partner che operano nel porre in essere le misure conciliative. Le risorse statali erogate al tale fine, oltre a innescare un rapporto do ut des con i datori di lavoro, comportano una azione sussidiaria verticale che vede protagonista lo Stato e non soltanto la parte datoriale.

Aumenta il limite d’età del figlio e la presenza del padre. – Sempre in materia di congedi parentali, inoltre, l’età del figlio per cui il genitore può assentarsi dal lavoro è stata innalzata a dodici anni. Dunque, per ogni figlio nei primi suoi dodici anni di vita, ciascun genitore ha diritto di astenersi dal lavoro entro il limite complessivo di dieci mesi, elevato a undici mesi se almeno tre di questi sono fruiti dal padre lavoratore. Questa misura migliorativa della precedente normativa, in seno alla Conferenza Nazionale per la Famiglia del 2017, ha trovato un plauso e, allo stesso tempo, è stata espressa la volontà di estendere l’età fino al compimento della maggiore età del figlio. Sul punto, tuttavia, non mancano le riserve di Confindustria, secondo cui la normativa italiana sui congedi offre già una vasta gamma di possibilità che se elevate come sperato dalle altre parti sociali rischia di incidere eccessivamente sul costo del lavoro, producendo di fatto una discriminazione nell’accesso al lavoro femminile.

Una prima conclusione. – Nel complesso la novella introdotta dal Jobs Act, anche se non esente da problemi interpretativi come sopra indicato, può essere valutata in modo positivo, se non altro perché recepisce molte della proposte contenute nell’ultimo Piano Nazionale per la Famiglia (2012), frutto del confronto degli agenti sociali maggiormente rappresentativi sul tema. A conclusione può dirsi senza ombra di dubbio che il rapporto tra lavoro e maternità è un tema centrale, tanto politico quanto giuridico, che ha interessato il legislatore sin dall’inizio del dibattito nell’Assemblea Costituente, poiché lavoro e famiglia sono sempre stati considerati beni di eguale rilevanza in quanto rappresentano due fondamentali poli di realizzazione soggettiva dell’uomo. Riuscire ad intervenire con riforme strutturali in tema di conciliazione dei tempi di vita, famiglia e lavoro significa soprattutto arginare la possibilità che le madri siano portate a interrompere la gravidanza perché spaventate dalla possibilità di non conciliare esigenze di lavoro e le aspirazioni familiari. Tanto più vista la grave situazione demografica italiana. Un Paese che non permette di fare figli e non ne incentiva la nascita è un Paese senza futuro.

Massimo Magliocchetti, Responsabile Giovani Roma Mpv


[1] Sin dalla fine degli anni Ottanta, in tema di tutela della maternità, il legislatore italiano ha progressivamente interpretato l’evento della maternità sempre meno come episodio fisiologico e sempre più quale situazione psicorelazionale che coinvolge due soggetti, la madre e il figlio, in un unico contesto protettivo. Sul punto cfr. C. COLAPIETRO, Dalla tutela della lavoratrice madre alla tutela della maternità e dell’infanzia: l’evoluzione legislativa e giurisprudenziale, in Giur. ita., 2000, 6, p. 1321. Su questa impostazione si v. CORTE COST., Sent. 26 luglio 2000, n. 361, in Giur. ita., 2001, p. 1809.

[2] R. PRANDINI, Come rendere riflessiva la relazione tra famiglia e lavoro. Welfare aziendale, distretti familiari e audit famiglia-lavoro, in P. DONATI (a cura di), La Famiglia in Italia. Sfide sociali e innovazioni nei servizi, Vol. II, Carocci Editore, 2012, p. 11. Per una recente riflessione sul tema della conciliazione dei tempi di Vita e lavoro si consenta un rinvio a M. MAGLIOCCHETTI, Lavoro, famiglia, fisco. Tutele ancora in ritardo, in Noi Famiglia & Vita – Supplemento di Avvenire, 30 aprile 2017, p. 24.

[3] Per un approfondimento sulle nuove frontiere del lavoro ex multiis si v. F. OCCHETTA, Il lavoro promesso, Ancora, 2017, pp. 15 – 30.

[4] P. DONATI, Famiglia e politiche sociali. La morfogenesi familiare in prospettiva sociologica, Franco Angeli, Milano, 1981. Per i cambiamenti in atto si v. anche C. CASINI, Vita nascente. Prima pietra di nuovo umanesimo, San Paolo, 2017, pp. 139 – 153.

[5] Cfr. D. GOTTARDI, Il congedo di maternità per le lavoratrici subordinate, in D: GOTTARDI (a cura di), La conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro, Giappichelli, 2016, pp. 24 – 25. Giungono a considerazioni analoghe anche F. MALZANI, Politiche di conciliazione e partecipazione delle donne al mercato del lavoro, in Riv. giur. lav., I/2015, p. 341; da ultimo, M. DEL FRATE, La conciliazione lavoro-famiglia alla luce delle recenti riforme, in Iustitia, 2/16, Giuffrè, p. 187.

[6] Per le finalità e la sintesi delle proposte v. OSSERVATORIO NAZIONALE SULLA FAMIGLIA, Abstract dei gruppi di lavoro, p. 9, consultabile in www.politichefamiglia.it.

 

Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Politiche familiari: conciliare vita e lavoro come strumento di prevenzione dell’aborto, in Si alla Vita, 2/2017, Ottobre 2017, pp. 24 – 26.

Biotestamento, la via italiana all’eutanasia. Quattro ragioni per ritenere questa legge ingiusta

«Per ciascun essere umano vale il principio: la mia vita è del tutto mia e sono l’unico a poterne disporre». Così sentenziava Hugo Tristram Hengelhardt, noto bioeticista americano di impostazione contrattualistica, agli inizi degli anni Novanta in un suo fortunato manuale introdotto da Umberto Veronesi. Una siffatta impostazione aiuta a sintetizzare il principio di fondo del disegno di legge (ddl) sul biotestamento licenziato ad aprile dalla Camera e attualmente al vaglio del Senato. Il testo di legge recante «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento» (Dat), presenta numerosi punti oscuri che non possono in alcun modo essere salutati in modo positivo. Ci sono almeno quattro ragioni, tra le tante, per ritenere quella sul biotestamento (AS n. 2801) una legge «ingiusta», un vero e proprio grimaldello per l’eutanasia all’italiana.

Prima di entrare nel merito della questione è necessario fare due premesse: una di carattere generale utile a capire il contenuto della legge sulle Dat e un’altra di carattere politico. Quanto alla prima, il provvedimento, sin dalle norme introduttive, intende affermare il principio della disponibilità della vita umana. Un elemento in forte contrasto con l’impianto generale dell’ordinamento italiano che in numerose leggi ordinarie e, soprattutto, nella Costituzione consacra il principio dell’indisponibilità della vita, come confermato dalla consolidata giurisprudenza costituzionale. Per quanto riguarda la seconda, invece, nonostante il coro dei media e dell’associazionismo radicale abbia urlato a gran voce la necessità di una legge che colmasse un vuoto legislativo, deve essere rilevato che in Italia esiste già una normativa sulla malattia terminale e sul fine vita: parliamo della L. 38/2010 recante norme sulle cure palliative e la terapia del dolore. Una legge che riconosce nel malato una persona da accompagnare nella malattia, assicurandone il rispetto della dignità e dell’autonomia, il bisogno di salute, l’equità nell’accesso all’assistenza, nonché la qualità delle cure e la loro appropriatezza riguardo alle sue specifiche esigenze. Inoltre, grazie alle Convenzioni internazionali ratificate dall’Italia, come ad esempio quella di Oviedo del 1997 sui diritti dell’uomo e la biomedicina, il medico già è abilitato a decidere in scienza e prudenza i casi più problematici ad esso sottoposti, risolvendo il conflitto sempre presente tra abbandono e accanimento terapeutico nei confronti del malato. Più che una legge sul “fine vita” l’obiettivo è una legga che garantisca la possibilità di “porre fine alla vita”. Dunque, ancora una volta, quella dei radicali è una mossa volta a introdurre nel nostro ordinamento qualcosa di diverso da quanto dichiarato: l’eutanasia omissiva.

Fatte queste due premesse, che ci offrono criteri ermeneutici utili a decifrare il testo normativo, passiamo all’analisi del provvedimento in esame al Senato.

Il primo aspetto che desta non poche perplessità è l’apertura del provvedimento che fissa i principi con i quali deve essere letto il resto del testo. L’art. 1, rubricato «consenso informato», dopo aver ipocritamente fatto cenno ai diritti fondamentali dell’Unione europea e al diritto alla vita, stabilisce che, in virtù del diritto all’autodeterminazione della persona, nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato. In prima battuta non dovrebbero essere rilevati punti oscuri. Tuttavia non è così. Infatti, per come è costruita la norma si inverte del tutto, e in modo surrettizio, lo spirito, quindi l’essenza, della professione medica, non più orientata sul principio di beneficialità bensì su quello del consenso informato. L’attività medica, quindi, sembra essere non già improntata al bene integrale della persona in un ottica di alleanza terapeutica con il paziente, bensì limitata a quanto contenuto nel consenso libero e informato. Invece, si ritiene che il consenso informato non sia l’essenza della professione medica, bensì il suo limite, nonché l’orientamento del paziente che il medico deve tener in considerazione nel trattamento sanitario, fatta salva ogni scelta operata in scienza e coscienza volta a risolvere questioni contingenti non preventivate in sede di consenso. L impostazione contrattualistica della scienza medica nel ddl Dat, tuttavia, viene posta in modo strumentale al prosieguo del provvedimento.

Un ulteriore rilievo critico deve essere mosso alla natura giuridica della volontà del paziente contenuta nel consenso informato. Il ddl sul biotestamento, contrariamente ai precedenti disegni di legge sul tema del fine vita, reca norme in tema di «disposizioni anticipate di trattamento». Le parole, come del resto accade in tutti i testi legislativi sui temi etici, non sono usate casualmente. La previsione di disposizioni e non di mere dichiarazioni rappresenta la cifra e i veri obiettivi del testo: mentre la dichiarazione indica un orientamento, la disposizione equivale a imporre un ordine. Se è vero che il medico è tenuto al rispetto del consenso informato, ai sensi dell’art. 1, comma 5, ogni persona capace di agire ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario: il medico, dunque, è tenuto a rispettare la volontà del paziente (art. 1, comma 6). In altre parole, la volontà del paziente è vincolante per il medico, al quale non viene neanche riconosciuta l’obiezione di coscienza. Questa norma, oltre a svilire intrinsecamente la professionalità del medico che diventa mero esecutore delle volontà o dei desideri del paziente si pone in contrasto con la Convenzione di Oviedo (ratificata in Italia nel 2001, quindi vincolante e vigente) che sancisce il principio secondo il quale i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che al momento dell’intervento non è in grado di esprimere la sua volontà, saranno tenuti in considerazione dal medico. Il Comitato Nazionale di Bioetica, in un autorevole parere del 2003, sottolineò che ogni persona ha diritto di esprimere i propri desideri in relazione alle terapie, anche in modo anticipato, ma questo esclude che tali dichiarazioni possano essere vincolanti per il medico, soprattutto quando sono in contrasto con il diritto positivo, con le norme di buona pratica clinica, con la deontologia medica o quando pretendono di imporre attivamente al medico pratiche per lui inaccettabili in scienza e coscienza: inoltre, il paziente in tali dichiarazioni non può essere legittimato a chiedere ed a ottenere trattamenti eutanasici.

E proprio sul rischio di introduzione dell’eutanasia omissiva che verte il terzo aspetto critico. Come se non bastasse, al quinto comma dell’art. 1 del provvedimento viene disposto che la nutrizione e l’idratazione artificiale (Nia) sono considerate terapie rifiutabili dal paziente. Questo passaggio del ddl sul biotestamento è la chiave di volta che smaschera gli intenti eutanasici dei suoi promotori. Innanzitutto è necessario specificare che terapia e cura non sono sinonimi: mentre per terapia si intende ogni trattamento sanitario finalizzato alla guarigione del malato, la cura è ogni presidio assistenziale destinato alla cura della persona (Harrison – Braunwald, Manual of medicine, 2016). Essendo quindi la terapia relazionata alla malattia e la cura ai bisogni della persona, intendere la nutrizione e l’idratazione come terapie sembra alquanto difficile. Anche quando sono praticate per vie artificiali. Chi si sentirebbe di qualificare il latte dato con il biberon a un neonato come una terapia da interrompere? Se il neonato, per vie artificiali come il biberon quando non è possibile l’allattamento al seno, non riceve il nutrimento necessario muore di fame. Analogamente, il paziente che non viene alimentato e idratato correttamente si vede privato di sostegni indispensabili alla vita, come la persona sana. Anche se il mezzo con cui vengono somministrati non è ordinario (come il biberon, oppure un sondino gastrico) non perdono la loro essenza e finalità. La loro interruzione, dunque, porta alla morte, integrando una atroce forma di eutanasia omissiva. Tuttavia, è bene ricordare che anche i sostegni vitali devono essere proporzionati e appropriati: devono essere quindi attivati se e nella misura in cui lo stato clinico del paziente non li trasforma in accanimento (si pensi al malato in condizione di non assimilazione o malassorbimento). Non per questo devono essere eliminate le cure, quindi la palliazione e la terapia del dolore che accompagnano il degente fino al trapasso. Ma come può il medico valutare in scienza e coscienza se è vincolato alla volontà del paziente contenuta nelle Dat (art. 4), piuttosto che nel consenso informato (art. 1)?

Il quarto punto controverso è la disciplina contenuta nell’art. 3 del provvedimento che riguarda i minori e gli incapaci. Nel riconoscere il diritto del minore e dell’incapace alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e decisione, viene affidata la tutela ad un soggetto esercente la potestà genitoriale o la funzione di tutore. Il consenso informato, ai sensi del secondo comma dell’art.3, viene espresso o rifiutato dai genitori o dal tutore. Sorgono molteplici perplessità sul controllo che verrebbe fatto in merito al grado di «comprensione e decisione» del minore, nonché relativamente a quanto vengono rispettate tali decisioni dai soggetti tutelanti il minore. Ancora una volta, impostando l’attività medica nei limiti circoscritti dal consenso informato si esclude l’applicazione del principio di beneficialità che dovrebbe orientare il medico nel suo operato. E nel caso i genitori decidessero di interrompere l’alimentazione e l’idratazione del minore provocandogli la morte? Tale volontà è vincolante per il medico? Sono problemi aperti che non si possono risolvere con il semplice ricorso al giudice tutelare, come suggerisce il provvedimento all’art. 5, quinto comma. Basterà l’indicazione di sentenza della Consulta (n. 132/92) che ricorda il principio secondo cui il trattamento sanitario indispensabile per la salute potrà essere imposto anche contro la volontà dei genitori e del tutore?

Il testo è ancora al vaglio del Senato, grazie al sistema del bicameralismo perfetto ancora è possibile porre un freno a una legge così scellerata che tra le sue righe, neppure troppo nascostamente, intende introdurre l’eutanasia in Italia. L’appello, dunque, è rivolto ai Senatori, coloro i quali ricoprono il ruolo dei saggi del Parlamento: non svilite la professione medica, non cedete a facili proclami, la vita è un bene indisponibile e va difesa, accompagnata nella malattia con dignità e con assistenza. La tragicità di talune storie non può in alcun modo alterare la dignità e la pienezza dei diritti del malato: l’eutanasia non è mai la soluzione.

Massimo Magliocchetti


Articolo pubblicato in: M. Magliocchetti, Biotestamento, la via italiana all’eutanasia. Quattro ragioni per ritenere questa legge ingiusta, in Si alla Vita, 1/2017, Settembre 2017, pp. 27 28

Lettera aperta a Claudio Cerasa: una autentica ‘cultura della vita’ presuppone i diritti del concepito

Gentile Direttore,

con molta attenzione ho letto il “Botta e risposta” tra Lei e la Deputata On. Di Salvo, specialmente alla necessità di ribadire con vigore una cultura della vita che sappia arginare la “peste bianca”, termine con cui Lei ha efficacemente apostrofato la crisi demografica che attanaglia il nostro Paese.

È vero: senza figli l’Italia non ha futuro. Tuttavia mi permetto di far notare un aspetto che finora è stato più volte taciuto. Pur parlando di “cultura della vita”, sia nella proposta dell’On. Di Salvo che nella sua pregevole risposta, non compare alcun riferimento al diritto alla vita dell’concepito, primo e indispensabile presupposto culturale e legislativo per ogni altro diritto.

Nella crisi demografica di cui sopra, oltre alle problematiche economiche e sociali, pesano gli oltre sei milioni di aborti registrati dal Ministero della Salute dall’approvazione della L. 194, cui vanno sommati quelli “sommersi” effettuati con le pillole erroneamente dette “contraccezione d’emergenza” in quanto abortivi precoci. Dati confermati, tra i tanti, dall’autorevole osservazione demografica del prof. Gian Carlo Blangiardo, intervenuto alla conferenza stampa del Movimento per la Vita durante la presentazione del dossier sull’attività dei Centri di Aiuto alla Vita (Cav) in Italia.

Il suo invito a “fare presto, fate figli” è lodevole. Spesso le madri, o le loro famiglie, davanti una gravidanza inattesa o difficile credono di non avere alternative se non quella della disperazione che le porta a interrompere la vita del figlio che dal momento della fecondazione cresce gradualmente nel loro grembo. Accogliere queste donne affinché accolgano il loro bambino è una giusta e credibile alternativa all’aborto, promossa nei 349 Cav d’Italia. Lo prevede addirittura la stessa L. 194. E’ la sfida delle sfide, strettamente collegata al problema demografico. È un punto di partenza da accompagnare a interventi strutturali di più ampio respiro politico. Se mancasse, tuttavia, sarebbe un grande problema: oltre a non dare la possibilità a queste mamme di scegliere la vita, non riusciremmo neanche a promuovere una autentica cultura della vita.

Massimo Magliocchetti
Responsabile giovani Roma Movimento per la Vita